Nievo eroe garibaldino

Argonauti, ovvero i Mille di Garibaldi

 Argonauti, ovvero I Mille di Garibaldi

Pareri a confronto. Ricerca di Fausta Samaritani

 

 

1. I Mille visti da Gustavo Modena

La grande commedia, più lunga di tutti i drammi di Lopez de Vega, è arrivata ora all’episodio della spedizione di Garibaldi in Sicilia.

Questa frase è contenuta in una lettera che l’attore Gustavo Modena scrisse da Torino ai suoi cognati Ippolito ed Emilia Paulet, il 13 maggio 1860. Negoziante di vini e capitano dell’esercito svizzero, Ippolito Paulet aveva sposato la sorella di Giulia Calame, una donna di rara bellezza che Modena, in fuga dal Regno di Sardegna dopo la fallita spedizione in Savoia del 1834, aveva conosciuto in Svizzera e sposato in Belgio.

 

Gustavo Modena sul palcoscenico si imponeva per la figura alta e possente. Le sue cartilagini nasali erano segnate da una malattia venerea, contratta in gioventù, che gli deturpava il viso e talvolta gli deformava la voce. Prese l’abitudine di modificare i testi teatrali, inserendo frasi politiche brucianti.

Era nato a Venezia nel 1803, aveva frequentato il liceo a Verona e si era iscritto a Legge a Padova, da cui era stato espulso inseguito ad una rissa scaturita dal divieto agli studenti di assistere alle prove della Fedra. Riparato a Bologna, si era laureato in Legge e, quasi per gioco, aveva iniziato a recitare in filodrammatiche, finché un impresario gli offrì la parte principale nel David che andò in scena a Venezia nel 1824. Due anni più tardi, col padre Giacomo, fondava una Compagnia che prediligeva gli scenari del Vernier, come la Scimmia liberatrice, ossia Il naufragio del capitano La Peyrouse.

La rivoluzione scoppiò nel 1831 e Modena corse a Rimini, a combattere contro gli Austriaci. Riparò quindi in Francia e a Marsiglia incontrò Mazzini che lo volle tra i fondatori della “Giovine Italia”. Entrò in contatto con i più accesi mazziniani, che apprezzavano la sua sincera fede repubblicana, e diventò amico di Brusco Omnis, di Francesco Dall’Ongaro e di Mauro Macchi. In Belgio sopravviveva esercitando vari mestieri: commerciante di maccheroni e di formaggio lodigiano, insegnante di italiano, correttore di bozze. Scacciato anche dal Belgio, riparò a Londra, dove impose la sua arte di attore e di fine dicitore. All’impresario Costa, che doveva organizzare al Teatro londinese della Regina un concerto di musica italiana, Modena suggerì di intercalare i brani musicali con letture dantesche. Da quel momento diventarono di moda a Londra le sue declamazioni della Divina Commedia: Modena si presentava in scena nel classico abito rosso fiorentino del sommo poeta e fingeva di dettare i versi danteschi ad un fanciullo.

Con magnanimità, l’imperatore Ferdinando d’Austria accordò un’amnistia: il 4 luglio 1838 Gustavo Modena sbarcò a Livorno, accolto da una piccola folla di amici festanti, e raggiunse Milano, dove diede rappresentazioni al Teatro del Re e al Carcano declamò Dante. Formata una propria compagnia, composta di attori giovani, girava per le piazze del Veneto e della Lombardia. Allo scoppio delle rivoluzioni del ’48 si trovava a Firenze e fu scelto come membro della Costituente fiorentina; ma una lite furibonda lo divise da Guerrazzi. L’anno successivo, rientrati gli Austriaci a Milano, con rabbia gli distrussero la casa e anche un podere che aveva acquistato a Treviso. Esiliato dai territori soggetti all’Austria, Gustavo Modena riparò sotto le tende della “Mecca” di Cavour che odiava, ampiamente ricambiato. Nel 1853 recitava al Carignano di Torino e nel 1858, all’apice della fama, rifiutò all’arciduca Massimiliano di portare la sua Compagnia nel Lombardo-Veneto. Gli ultimi mesi della sua vita sono caratterizzati da una attività prodigiosa: Gustavo Modena, considerato il miglior attore del suo tempo e coccolato dal pubblico e dagli impresari, si sposta tra Milano e Torino, dove muore il 20 febbraio 1861: non fa quindi a tempo a vedere l’aborrito Vittorio Emanuele eletto Re d’Italia.

 

L’Epistolario di Gustavo Modena, pubblicato per la prima volta nel 1888 da Mauro Macchi, con una prefazione di Mazzini, è uno dei più briosi e scintillanti di tutto il nostro Ottocento. Le sue informazioni sulla Spedizione dei Mille sono più avanzate, rispetto a quanto era pubblicato in quei giorni dai giornali, segno che Modena si serviva di suoi canali officiosi; alcune sue informazioni non sono tuttavia precise, il che è comprensibile, date la segretezza dell’impresa e la difficoltà dei contatti. Modena ha una posizione critica sulla Spedizione dei Mille; ma non rappresenta un caso isolato, perché il suo parere riflette la posizione dell’ala estrema mazziniana. Egli accarezza il mondo dell’utopia, eppure alcune sue previsioni sul futuro dell’Europa sono di straordinaria lungimiranza.

Frequenti e succosi sono i riferimenti al mondo del teatro. Da notare l’uso della i superflua e di qualche incertezza nelle consonanti doppie.

 

Torino, 13 maggio ’60

Miei cari fratello e sorella,

Mentre scrivo tuona il cannone… non abbiate paura; non è la guerra. Una messa solenne inizia una serie di divertimenti che devono durare tre giorni; vale a dire riviste, corse sull’acqua o regate a guisa di quelle veneziane, corse di cavalli sulla piazza d’armi, luminarie, fuochi d’artifizio, festoni, arazzi, lanternini, cuccagne. E tutto ciò per festeggiare il tredicesimo anniversario dello Statuto magnanimamente concesso, che accorda a tutti ed a ciascuno la libertà di pensare, parlare ed agire come piace… al Governo. In un anno e mezzo ne avran fatte un centinaio di queste chiassose burattinate per l’arrivo e la partenza di pretoriani e di principi e di generali e di mandarini, e per vittorie, annessioni, ricevimenti, ambasciate, rendimenti di grazie alla Provvidenza che tutto accorda, ed a Dio che tutto benedice. Per noi sono giorni di volontaria prigione, perché le bugie degli sfruttatori e la stolta gioia degli sfruttati ci nauseano.

La grande commedia, più lunga di tutti i drammi di Lopez de Vega, è arrivata ora all’episodio della spedizione di Garibaldi in Sicilia. Io sono persuaso, ed ho dei buoni motivi per crederlo, che la Sicilia si presti ad un tranello di Scapin Cavour già concertato con Soulouque blanc [1] : l’ho già detto a qualcuno di quei disgraziati fanatici, che si sono imbarcati a Genova, credendo di andare in soccorso ai loro fratelli in Sicilia. Si approfittano di quel povero gonzo di un Belisario [2] , acciecato, e delle più celebri ed influenti ingenuità, prima per perderli, poi per controbbilanciare la crociata cattolica, infine per annettere qualche nuova provincia al regno del vassallo e all’impero del sovrano [3] , o per constatarne la dedizione, se non si può subito oall’annessione. In tutti i casi per tirare profitto dagli eventi e dalle compiacenze del padrone.

Il 9 le due navi partite da Genova erano ancora nel piccolo porto di Talamone, ultimo scalo della Maremma toscana, di faccia all’isola d’Elba; là vi è qualche piccola fortezza chiamata Orbetello donde hanno preso qualche cannone. Di là sono andati a sbarcare a Terracina, cittadella posta all’estremo limite delle provincie del Papa, e credo che partiranno da quel luogo per gettarsi su Spoleto e nelle Marche romane per dar da fare nello stesso tempo ai soldati del Papa e alle truppe napoletane [4] .

Le due navi hanno in tutto 750 uomini, ma altri seguono e seguiranno in appresso sopra altre imbarcazioni. Le sottoscrizioni sono altrettante farse per dare polvere negli occhi ai pazzi; la spedizione è il risultato di un disegno concertato in alto loco; dispendio d’entusiasmo e storno di capitale di carne umana, a profitto del re e per sterminare la vera rivoluzione.

Infatti, il primo ordine del giorno pubblicato a Talamone è questo: «Corpo dei Cacciatori delle Alpi. – Come l’anno scorso il vostro primo dovere è l’abnegazione assoluta; sarete organizzati come gli altri corpi d’esercito e vi batterete in prima fila: il vostro grido di guerra deve essere quello di prima: Italia e Vittorio Emanuele.»

In generale, gli ufficiali vestono l’uniforme piemontese [5] , di modo che tutti quei volontari sono già soldati del Re, o per dir meglio, soldati dell’Impero, eroi dell’ala destra del grande esercito destinato a combattere per le annessioni europee. A Talamone qualcuno dei più sinceri patrioti, scoperto il tranello, voleva ritirarsi, ma non osò incorrere nella taccia di vigliaccheria dinanzi al pericolo. Due soli ebbero il coraggio di ritornare indietro, gli altri aspettarono per protestare il momento in cui dovevano fare il giuramento. Ora toccherebbe alla Svizzera a rifare una Giovane Europa, colla divisa. «Abbasso i re!».

Una lega della gioventù tedesca e svizzera può solo ormai salvare la libertà dei popoli. Il principio della nazionalità inganna; è una spada a due tagli, e Soulouque l’ha presa pel manico. Egli ha acceso un faro per tutti i despoti, e vedremo che uno a uno si gioveranno di quella luce per acciecare i popoli e farne dei servi volontari.

Quanto a Garibaldi ed ai suoi Argonauti, se falliscono il colpo, saranno rinnegati; si dirà che hanno voluto trascinare Cavour e il suo padrone a compiere il programma unitario, a farsi rivoluzionari per perdere la monarchia; e i morti solo avranno torto. Addio. Giulia vi parlerà della nostra salute. Amateci, Il vostro fratello.

Scriveteci a lungo e presto. Spero che qualche giornale svizzero tradurrà un magnifico discorso di Cattaneo sul baratto di Savoia e Nizza: è fulmineo!

 

 

2. I Mille visti da un protagonista: Ippolito Nievo

Partiti il 5 maggio all’alba da Genova, il 6 si approdò a Telamone in Toscana donde devi aver ricevuto un mio biglietto.

Questa frase fa parte di una lettera che Ippolito Nievo scrisse da Palermo, il 28 maggio 1860, a Bice Melzi d’Eril, moglie del cugino Carlo Gobio. Il biglietto spedito da Talamone non è mai arrivato a destinazione: questa è quindi la prima lettera di Nievo, a noi nota, con data posteriore alla partenza dei Mille da Quarto.

Il tono è descrittivo, ma asciutto e sintetico. Ippolito Nievo ha seguito Garibaldi ciecamente, credendo nella bontà e nella fattibilità del programma della Spedizione, anche senza conoscerne i dettagli. Il confronto di questa lettera con quella di Gustavo Modena ci fa riflettere sulla diversità delle posizioni personali, sulla complessità delle correnti politiche che hanno caratterizzato il nostro Risorgimento.

 

Palermo 28 maggio 1860.

Bice carissima – Scrivo questa data con piacere e con orgoglio. Ma tu prima di tutto amerai sapere l’itinerario preciso della nostra gita di piacere. Partiti il 5 maggio all’alba da Genova, il 6 si approdò a Telamone in Toscana donde devi aver ricevuto un mio biglietto [6] . L’undici (il mio giorno benaugurato) fummo in vista della Sicilia. Ancorammo nel porto di Marsalla ove un quarto d’ora dopo giunsero due fregate ed una corvetta Napolitana –. Lo sbarco dei nostri fu pronto e felice; ma mentre io attendeva a scaricare le munizioni del nostro secondo vapore Il Lombardo cominciò il cannoneggiamento. Rimasimo colle polveri e colle granate sulla spiaggia, sotto una gragnuola di palle, finché le carrette si risolsero a scendere dalla città. Le nostre schiere assicurate dietro gli argini del molo rispondevano alle bordate col grido – Viva l’Italia! – Il battesimo del fuoco fu per esse santo e grandioso. Una mezz’ora che avessimo tardato e tutti eravamo colati a fondo, destino da me specialmente aspettato fino dalla partenza da Genova. A Marsalla squallore e paura; la rivoluzione era sedata dappertutto o per dir meglio non avea mai esistito; solo qualche banda di semi briganti, che qui chiamano squadre, avevano battuto e battevano ancora qualche provincia dell’interno con molta indifferenza del governo e qualche paura dei proprietari. Il giorno dopo nelle vicinanze di Salemi cominciammo a raccozzare alcuna di cotali squadre. Il quindici avanzando verso Calatafimi incontrammo schierati in battaglia sopra tre falde successive di montagna quattro battaglioni di fanteria Napolitana ed uno di bersaglieri, con quattro pezzi di cannone e poca cavalleria. Noi mille assalimmo, il Generale alla testa: senza posa, senza prudenza senza riserva fu impiegato fin l’ultimo soldato perché quella giornata decideva di tutta la spedizione. I tre bastioni naturali, erti come muraglie, furono espugnati con cinque cariche alla baionetta; i nostri fucili non tiravano, ma ripiegammo ottimamente. Un cannone e alcuni prigionieri furono espugnati, senza contare i feriti nemici trovati a Calatafimi ove entrammo all’alba. Il diciasette fummo a Renna [7] per Alcamo e Partinico ove una squadra aveva infrattanto molestato e abbrustolito alcuni Napolitani nella loro ritirata. Il diciotto fummo al Pioppo sotto Monreale contro una porta di Palermo [8] : il diciannove con rapida e notturna contromarcia per le montagne piombammo al Parco contro un’altra porta. I Napolitani si mossero da due bande, dicevano di averci circondato, la città non si moveva, noi disperavamo. Fummo assaliti il 24 – il Generale ci fece ritirare per Piana dei Greci probabilmente per allontanare da Palermo i nemici, e da questi il sospetto d’un attacco. Un’altra marcia di fianco [9] ci portò per Marineo a Missilmeri contro una terza porta di Palermo sulla quale inaspettati e per vie credute impossibili piombammo jeri mattina all’alba cacciando avanti colla voce e spesso col calcio del fucile le numerose squadre che avevamo raggrannellato per via. In questo fatto che fu il terzo miracolo, dopo quelli di Calatafimi e di Marsalla non ebbimo grandi perdite. I Napoletani fuggivano come pecore; ma a Calatafimi si erano battuti da soldati; noi vi lasciammo cento sessanta uomini fra morti e feriti. Ora alloggiamo nel Palazzo di Corte a Palermo: si erigono barricate. I Regi stanno sul Molo, nel Palazzo delle Finanze, nel Palazzo detto Reale e fuori a Monreale e sulle alture. Che pensa, che comanderà il Dittatore? (Garibaldi [10] ). Qualche altro miracolo? Vedremo. Intanto io spero quello di vedervi presto se le palle mi useranno il rispetto mostrato finora: non ebbi che il ginocchio raschiato da una scheggia di muro durante il bombardamento. –

Salutami tanto Carlo e tutti i tuoi, e ti prego di mandar questa lettera alla Mamma mia unitamente a quella che accludo per risparmiarmi le noje d’una ripetizione. Addio, addio – Siamo a Palermo! Viva S. Rosalia

Il tuo cug.

Ippolito

 

La lettera di Ippolito Nievo alla madre arrivò regolarmente a destinazione ed è a noi nota. Ignoriamo al contrario il destinatario, o la destinataria, della seconda lettera, né se sia stata recapitata: è considerata perduta.

Segnaliamo questi versi di Ippolito Nievo, tratti da Drammaturgia popolare (Versi, Udine, Vendrame, 1855): Eppure del popolo / La scuola è il teatro, / E un gesto di Modena / Gl’insegna più cose / Che non in un secolo / Tre carra di glose!... / Commedie, signore! / E andremo a vapore.

 

2 ottobre 2007

Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info


[1] Scappino, servo astuto, è paragonato a Cavour. Faustin Soulouque, l’imperatore nero di Haiti, uomo sciocco e ignorante, era stato preso a modello da Honoré Daumier (1808-1879) per bersagliare di satire Napoleone III. Daumier, che era anche pittore e scultore, doveva la notorietà alle graffianti litografie al cianuro, cariche di chiaroscuri e tipiche per il segno ondulato e nervoso, con cui illustrava il «Charivari», il quotidiano satirico fondato nel 1832 da Philipon, cui Daumier collaborò per quaranta anni. Autodidatta, era attento alla lezione di Goya sui disastri della guerra e fu caustico esploratore della smisurata avidità di Napoleone III, l’imperatore borghese che in patria pretendeva l’ordine e all’estero promuoveva crociate civilizzatrici per soddisfare la vigorosa espansione coloniale dell’Europa. Mentre il Soulouque bianco sedeva indisturbato a Parigi, Daumier raffigurava Ferdinando Re delle Due Sicilie che si affacciava a Napoli su strade coperte di cadaveri. Bersaglio di Daumier era la borghesia avida e arricchita, con i suoi tic e i suoi vizi. Il «Charivari», foglio diffuso fra la intelligenza repubblicana e la borghesia colta, eredi dell’Illuminismo, era un facile bersaglio della censura.

[2] Garibaldi paragonato a Belisario.

[3] L’imperatore dei Francesi Napoleone III aveva appena annesso Nizza e la Savoia, il re Vittorio Emanuele con poca fatica aveva annesso la Toscana e l’Emilia Romagna.

[4] Garibaldi l’8 maggio lasciava Talamone dirigendosi a Parto Santo Stefano, quindi riprese la navigazione verso la Sicilia. Aveva lasciato a terra il colonnello Callimaco Zambianchi, con sessantaquattro uomini, che dovevano presentarsi alle frontiere dello Stato Pontificio e suscitare la rivoluzione. Sulla deviazione Zambianchi gli storici non sono d’accordo: alcuni la attribuiscono al rifiuto di alcuni membri della Spedizione di seguire Garibaldi in Sicilia, perché volevano prima fare i conti col Papa; altri storici sono del parere che Garibaldi e Zambianchi abbiano agito di comune accordo, per confondere i nemici sul reale obiettivo della Spedizione.

[5] I volontari garibaldini erano caratterizzati dalla varietà: un quinto indossava la camicia rossa, la maggior parte aveva abiti civili o da lavoro, alcuni portavano la divisa dell’esercito piemontese, in cui militavano.

[6] Partirono da Quarto all’alba del 6 maggio e il 7 approdarono a Talamone.

[7] Il passo di Renda.

[8] Le squadre comandate da Rosalino Pilo, che dovevano coprire le spalle di Garibaldi, erano state attaccate e disperse e Pilo era morto. Garibaldi dovette quindi cambiare tattica.

[9] Si tratta della diversione di Vincenzo Orsini, mandato da Garibaldi verso Corleone, per attirare sulla sua scia i tremila uomini comandati dal colonnello svizzero Von Meckel ed indebolire così le difese di Palermo.

[10] A Salemi, il 14 maggio, Garibaldi si era auto proclamato Dittatore della Sicilia, in nome di Vittorio Emanuele.