(continua dal numero 8)
Ad ottobre
1860 fu indetto il Plebiscito che aggregò al Regno di Vittorio Emanuele 9
milioni di ex sudditi di Francesco II. Il prodittatore Mordini e il suo governo
furono pregati di rimanere in carica fino al 30 novembre.
Cavour attuava
la politica del carciofo, adattando le regioni felicemente conquistate
al nucleo originario del Regno di Sardegna. Voleva tutto piemontizzare,
creando simmetria fra vecchie e nuove province, nelle leggi, nei regolamenti,
negli statuti. A chi gli chiedeva autonomie locali, Cavour rispondeva che
lintegrità del paese non era in discussione. Si dimostrò ingeneroso
verso i garibaldini, mandandone a casa la maggior parte. Quando scoppiarono
disordini, non trovò altro rimedio che la repressione. Preferì restare a Torino
e mandare al sud uomini di sua fiducia, che non avevano una idea chiara su
quanto convenisse fare.
Vittorio Emanuele
nominò luogotenente a Napoli suo cugino Eugenio, Principe di Savoia Carignano,
cui affiancò come segretario il giovane diplomatico Costantino Nigra, bello
e amatissimo, e confidente del conte di Cavour.
Come luogotenente
per la Sicilia, Vittorio Emanuele scelse Massimo Cordero di Montezemolo. Nel
nuovo governo dellisola, composto da liberali moderatissimi, entrarono
due siciliani, uomini di Cavour: Giuseppe La Farina che assunse il dicastero
degli Interni e Filippo Cordova che era il nuovo ministro della Finanze.
_ Se il
re revoca queste due nomine_ disse Cavour_ io mi dimetto.
Nella notte fra il 3 e il 4 dicembre 1860 lex prodittatore Mordini, lex ministro della Guerra Fabrizi, accompagnati dallex segretario della Prodittatura Angelo Bargoni e da Benedetto Cairoli lasciarono Palermo sul vapore dello Stato Plebiscito che li portò a Napoli. Nievo doveva essere nel numero dei partenti, ma restò a terra.
Prima di imbarcarsi,
Mordini
si fece consegnare decine di faldoni della Polizia palermitana, zeppi di carte:
lo dichiara una breve nota, apposta sui registri della Polizia.
Il re non ritenne
necessario consolare Mordini del potere perduto, né con un grazie ufficiale,
né tanto meno con il Collare dellAnnunziata.
Ippolito Nievo
scrisse da Palermo alla sua Bice, il 2 dicembre:
_ Il re
è qui da jeri, acclamato, portato in spalla, venerato, adorato. E il
solo galantuomo in una turba di lumaconi e di coccodrilli. Io son rimasto
lultima camicia rossa a Palermo. Sarò guardato come un selvaggio.
Garibaldi se nera andato a Caprera, affidando il suo Esercito Meridionale al generale Giuseppe Sirtori. Ai suoi fedeli volontari, nel gennaio del 1861, lanciò questo programma:
_ Arrivederci
al 1° marzo, per liberare Venezia e Roma.
Il re aveva promesso a Garibaldi di mantenere in piedi lArmata dei volontari garibaldini; ma Fanti non era daccordo: si sarebbe così creato un pericoloso dualismo con lEsercito regolare e una spedizione contro Roma e Venezia avrebbe scatenato tutta lEuropa contro il fragile Regno di Vittorio Emanuele.
Il 16 novembre
1860 Fanti firmò il Decreto che offriva ai garibaldini il congedo illimitato,
con sei mesi di paga come buonuscita. Gli ufficiali che desideravano entrare
nellEsercito regolare dovevano prima sostenere un esame.
I soldati si
presentarono in massa per incassare in fretta quei pochi denari.
Il ministro Fanti creò a Napoli una nuova Direzione Generale della Guerra, affidata al colonnello Genova Thaon de Revel, allo scopo di liquidare il maggior numero possibile di volontari e anche di ex borbonici e di aggregare i rimanenti allEsercito regolare. Fra ottobre e novembre 1860 il generale garibaldino Cosenz aveva espulso centinaia di garibaldini, indegni della divisa: si trattava di volgari malfattori che si erano arruolati negli ultimi tempi, con lillusione di ripulire la fedina penale.
Revel si istallò
allultimo piano di palazzo San Giacomo. Cera un ascenseur,
che si rivelò utilissimo per sottrarlo ai petizionari che si affollavano nel
cortile. Se laspettavano ai piedi dello scalone, dove cè la testa
di donna Marianna a capa e Napule, Revel filava su svelto,
a piedi. Chi gli correva dietro parlava in un minuendo, mentre il colonnello
dun fiato saliva le otto branche della scala.
Revel lasciava
sempre aperta la porta della sua anticamera dove un gabinetto di riscontro
dava pronta informazione sulle pratiche in corso. Quelli che insistevano,
soprattutto i paglietta che raccomandavano riscotendo laute mance,
venivano allontanati da un sì o da un no, molto decisi.
A Sorrento
cera linfermeria per gli ufficiali dei volontari. Schivi di quel
soggiorno obbligato, dopo pochi giorni molti sparivano, preferendo speculare
sulla pubblica beneficenza. La bassa forza fu invece dirottata verso ospedali
militari, gestiti da medici chiamati da Torino.
Il ministro
della Guerra Fanti lasciò Napoli il 31 dicembre 1860.
_ Alla Camera
rimpiangerà il suo Quartier Generale,_ sentenziò Thaon de Revel_ la
discussione non è il suo forte.
Il luogotenente
Eugenio di Savoia Carignano prendeva ordini dal Consiglio dei ministri di
Torino e non aveva competenze su questioni militari; il comandante delle truppe
Della Rocca dipendeva da Fanti, ma era imbarazzato a proporre e a disporre;
Sirtori
pretendeva di comandare lEsercito dei volontari, per autorità trasmessagli
da Garibaldi, ma era poco ascoltato. Tutti si rivolgevano allora a Revel,
che diceva:
_ A forza
di firmare per il Ministro, mi sono fissato in capo di essere
un Ministrino.
A Napoli ci
furono bellissime feste e bruttissimi schiamazzi. I volontari facevano chiasso,
molti di loro non avendo altro vanto che laver fatto gratis un viaggio
dalla Calabria a Napoli. Cantavano linno di Garibaldi Si scopron
le tombe, fischiavano quando la banda intonava la Marcia Reale. Cera
confusione, ma non rivoluzione: malgrado i mazziniani che speravano di repubblicanizzare,
malgrado gli autonomisti che gridavano contro il piemontesismo.
Della Rocca inviò questo messaggio a Revel:
_ Da Palermo
il generale Brignone chiede se gli ufficiali garibaldini devono essere mandati
a Napoli per essere scrutinati. La bassa forza, già congedata, potrebbe restare
in Sicilia.
Revel rispose di mandare a casa subito i soldati in congedo illimitato e di spedire a Napoli gli incartamenti degli ufficiali che avevano chiesto la ferma: a tempo debito sarebbero stati chiamati per lesame. La liquidazione dei garibaldini diventava sempre più urgente, perché costavano un milione di lire ogni quindicina.
Loperato
di Revel trovava ostilità tra i direttori generali della Guerra rimasti a
Torino, perché non era regolare: ma il ministro Fanti lo appoggiava.
Revel scrisse
a Fanti che bisognava sopprimere questa Direzione Generale distaccata a Napoli,
decretare il definitivo scioglimento dei garibaldini, in una parola centralizzare
tutto in Piemonte, lasciando a Napoli una sezione per liquidare poche pratiche
residue.
I volontari
si imbarcavano per il nord. Diminuivano gli sbandati, si vuotavano gli ospedali.
Revel si augurava che Garibaldi, magari coprendosi di impopolarità, lasciasse
scorrere la fatidica data del 1° marzo 1861 senza muoversi da Caprera. Revel
si aspettava anche di essere chiamato a Torino, per rispondere sui metodi
usati nel liquidare i garibaldini.
_ Avute
la mani in pasta_ diceva_ potrei raccontare cose molto roventi.
Giravano per
Napoli falsi garibaldini che Revel raccomandò alla Polizia. Escluse da ogni
indennità i volontari, già disertori o renitenti alla leva del vecchio stato
borbonico.
Il re nominò
una Commissione, composta dal generale Della Rocca, dal colonnello Revel e
dai generali garibaldini Sirtori, Cosenz e Medici, allo scopo di regolare
la posizione degli ufficiali garibaldini.
Sirtori ammise
amaramente che lonore dei volontari era stato macchiato da uomini indegni
di indossare la camicia rossa; ma non volle ammettere che dietro ai garibaldini
veri ce nera uno stormo di falsi che avevano vestito la camicia rossa
solo per predare.
Dei 51 mila
volontari alla fine ne rimasero sotto le armi appena 4.100, di cui 300 come
semplici soldati.
Thaon
de Revel scrisse a Fanti:
_ I veri
garibaldini furono vittime delle turpitudini dei falsi. I loro generali ci
impediscono ora di dare giustizia a chi la merita. Non dobbiamo assimilare
chi giunse a Marsala con Garibaldi, o si unì a lui nella marcia fino al Volturno,
con quella accozzaglia che piombò a Napoli dopo il 7 settembre, per carpire
gradi, stipendi e vantaggi. Sirtori giudica gli uomini secondo lApocalisse
che studiò in seminario e non vuol sentir parlar male di nessuno. Gli chiesi
lelenco dei Corpi. Rispose che rischiava di ometterne qualcuno. Replicai
che non era il caso di pagar i volontari come i lavoratori della vigna, trattando
quelli dellundecima ora come quelli della prima. Lidea di dover
rendere a marzo lEsercito a Garibaldi gli offusca la mente.
Il colonnello
Revel chiese infine che la Commissione scrutinio fosse trasferita in Piemonte,
dove i garibaldini tarlati non avrebbero traslocato, preferendo la
liquidazione di sei mesi di paga.
Fanti il 16
gennaio 1861 firmò il Decreto che al 1° febbraio scioglieva definitivamente
il Comando generale dellEsercito Meridionale, cioè garibaldino. Entro
il 16 febbraio, Comando, Intendenza Generale, Ambulanza e Tribunali dovevano
essere a Torino; la Cavalleria a Pinerolo, lArtiglieria a Venaria Reale, il
Genio a Casale, la Divisione Türr a Mondovì, la Divisione Cosenz ad Asti,
la Divisione Medici a Biella, la Divisione Bixio a Vercelli. Acerbi avrebbe
lasciato a Napoli alcuni sotto-commissari per le pratiche in corso.
La direzione
dimbarco veniva affidata al comandante della Piazza di Napoli che avrebbe
preso ordini dal comandante delle Province napoletane Della Rocca, in concerto
con lammiraglio Di Negro, comandante del Dipartimento Marittimo Meridionale.
Gli ufficiali che non avessero raggiunto la loro destinazione entro il 16
febbraio, non potendo giustificare con documenti il ritardo, sarebbero stati
cancellati automaticamente dai ruoli.
Il Decreto
Fanti non faceva alcun riferimento alla destinazione dei volontari rimasti
in Sicilia, che erano circa 2.500.
Il 12 febbraio,
alle 4 del mattino, arrivò a Napoli questo telegramma urgente di Fanti per
il generale Della Rocca:
_ Prevenga
Sirtori e Revel che a spiegazione del decreto 16 gennaio 1861 le carte amministrative
che ha Sirtori di pratiche da liquidare siano rimesse allIntendente
Muttoni; [del 5° Corpo dArmata di stanza a Napoli] quelle che
si riferiscono a gratificazioni ai congedati siano consegnate a Revel; quelle
di operazioni di guerra, organizzazione, servizi e disciplina siano consegnate
a Torino allo Stato Maggiore; Acerbi porti seco tutte le carte, lasciando
a Muttoni quelle delle pratiche pendenti.
Il ministro
Fanti non specificava dunque di far venire a Torino anche le carte della vice-Intendenza
siciliana, di cui era responsabile Ippolito Nievo. Se questo fosse stato il
suo preciso disegno, avrebbe scritto in merito al generale Brignone,
che in quel momento comandava le Forze della Sicilia ed era quindi competente
per territorio, il quale aveva anche chiesto come si doveva comportare con
i garibaldini rimasti in Sicilia.
Il trasferimento
in blocco, a Torino, dellex Comando garibaldino in Sicilia, con tutto
larchivio rimasto in loco, fu attuato a metà giugno 1861, cioè una settimana
dopo la morte di Cavour e oltre tre mesi dopo la morte di Nievo. In quei giorni,
lanziano generale Manfredo Fanti non era più ministro della Guerra ed
era anche tramontata la sua stella politica.
In Sicilia
la questione dei garibaldini si presentava più semplice: la bassa forza era
quasi inesistente, perché aveva seguito Garibaldi oltre il Faro di Messina;
mancavano le locuste di cui Revel si lamentava a Napoli; di filo-borbonici,
per il momento, neppure lombra. I pochi ufficiali garibaldini, moltissimi
siciliani, sarebbero stati assorbiti nei quadri locali, oppure trasferiti
con tutta calma al nord.
Preoccupava
invece lordine pubblico: erano a spasso i malfattori, o liberati dai
borbonici o da Mordini che li aveva confusi con i prigionieri politici.
Da Palermo,
il generale Brignone scrisse a Revel:
_ Ci sarà
un brigantaggio coi renitenti alla leva. Sarebbe penoso se dovessimo stanarli
in certi paesi mezzo selvatici.
Da Palermo il generale Della Rovere scrisse a Revel parole profetiche:
_ Cè
un po di baronia normanna e di costumi saraceni. Cè un solo partito:
avverso al governo. Cè pure la camorra, non meno cattiva della napoletana.
La chiamano maffia.
Il pesce daprile arrivò a Genova, dove Garibaldi sbarcò proprio il 1° di aprile: andava alla Camera dei Deputati, ad occupare il seggio conquistato in democratiche elezioni.
Le cancellerie
dei governi di mezza Europa impazzirono. Francia, Austria e Inghilterra in
quei giorni misero in cantiere le prime navi corazzate della storia.
Fanti ebbe
in privato uno scontro con Garibaldi.
Da Torino,
fu spedito a Revel questo telegramma in cifra:
_ Camillo[Cavour]
chiede appunti sui garibaldini, per argomenti discorso.
Revel rispose:
_ Distinguere
i veri volontari, che non furono più di 20 mila, dalla massa degli accorsi
al bottino. Non confondere queste cavallette divoratrici, coi valorosi che
pagarono di persona. Ai turbolenti saggiunsero i forzati e i prigionieri
che si diedero un colore politico per poter briganteggiare. Impossibile conservare
lArmata Meridionale, con 7 mila ufficiali e 20 mila soldati, esplicitamente
per combattere a primavera Roma e Venezia. Che dire dello spreco di denaro,
delle pensioni date a destra e a sinistra, degli impieghi raddoppiati, delle
armi distribuite alla Guardia Nazionale ma cadute in mano ai malviventi? Il
Governo dittatoriale spese [a Napoli] in 20 giorni 40 milioni, vuotò
arsenali e magazzini, ma devesi scusare per leccezionalità dei tempi.
Spedita la lettera, Revel mandò questo messaggio, col cifrario di Costantino Nigra:
_ Importante
distinguere veri da falsi garibaldini. Deplorare che Sirtori non labbia
voluto.
Il 12 febbraio, dal porto di Palermo, era salpato il vapore da guerra Plebiscito che portava a Genova i deputati neo eletti alla prima Camera dellItalia unita.
Crispi e Calvino
si scambiarono a bordo alcune riflessioni: un terzo degli eletti era della
Destra, un terzo della Sinistra, un terzo non si sapeva bene a quale partito
appartenesse.
Governare lItalia
sarebbe stato sempre difficile, per chiunque ardisse farlo.
© 2002-2011 Fausta Samaritani
Messo in rete il 16 gennaio 2011 Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info
Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.