Palermo
bruciava. Ardevano i magazzini del porto dentro un corona di fuoco appiccato
con stracci imbevuti di sostanze infiammabili: una idea del capitano borbonico
Flores, uomo senza scrupoli e senza testa. I napoletani bombardavano la città.
Interi palazzi cadevano in polvere. Furono distrutte o incendiate mille e
cinquecento case.
Una bomba uccise
due garibaldini che erano sulla barricata affidata allIntendenza.
Romeo Bozzetti fece raccogliere il corpo dellamico Rechiedei e seppellire
nella chiesa sconsacrata dello Spasimo. Tornato al suo posto, sulla barricata,
Bozzetti cercò Nievo, ma era stato portato in un vicino convento, illeso ma
sotto shock per quella bomba che gli era scoppiata accanto. Menotti Garibaldi,
Bixio, Stefano Türr, Sirtori e molti altri rimasero feriti. Benedetto Cairoli,
colpito ad una gamba, fu tratto in salvo e portato in un rifugio segreto.
Si sparse la falsa notizia della sua morte e Garibaldi lo pianse amaramente.
I borbonici
che erano venticinquemila si chiusero dentro il palazzo Reale, oggi
dei Normanni, dove era il Quartier Generale di Lanza, dentro la fortezza
di Castellamare e nelle caserme intorno alla Vicarìa. Garibaldi occupò il
palazzo Pretorio, oggi palazzo delle Aquile e sede del Comune di Palermo.
Il 29 maggio
il garibaldino Salvatore Calvino scriveva a Torino allamico Angelo Bargoni:
_ Oggi i
regi erano scoratissimi. Proponevano di consegnare il Palazzo delle Finanze,
dove sono alcuni milioni, ma volevano uscire con armi e bagaglio, ciò che
Garibaldi non ha concesso. Palermo era una tomba e non ci diede aiuto alcuno.
I garibaldini avevano dunque ostruito le strade e le piazze principali con le barricate. Allintendente Giovanni Acerbi era stata affidata quella dei Quattro Canti, un incrocio nevralgico fra via Toledo (oggi corso Vittorio Emanuele) e via Maqueda, poco distante dal palazzo Pretorio. Le statue della cinquecentesca fontana di Francesco Camilliani, al centro di piazza Pretoria, portano ancora i segni delle pallottole.
Al Quartier Generale di Lanza non cera cibo per tanti soldati: per tre giorni Lanza si nutrì di pane e formaggio.
La mattina del 30 maggio Garibaldi si recò in barca a bordo dellHannibal, ancorato a largo dellodierna Capitaneria di Porto, proprio di fronte a porta Felice. Mentre passava insieme a quattro garibaldini e a piedi davanti al forte di Castellamare, un soldato napoletano che era di guardia gli puntò contro il fucile.
_ Non è questo
il momento_ ordinò lufficiale superiore a quel soldato_ aspetta!
Il generale Lanza si recò allappuntamento con Garibaldi, utilizzando la carrozza del console inglese e poi una barca con scorta armata. A bordo dellHannibal e alla presenza dellammiraglio inglese Mundy, Lanza e Garibaldi firmarono una tregua di 24 ore che serviva a rifornire di viveri la città, a curare i feriti e a seppellire i morti.
Come contropartita per la delicata mediazione, Mundy chiese a Garibaldi la cessione allInghilterra del forte di Castellamare, come base militare, ma Garibaldi rifiutò.
Muli carichi di vettovaglie fresche percorsero le vie di Palermo, sconvolte dalle macerie. I garibaldini fermarono un convoglio di muli provenienti da Castellamare, dove erano custoditi i rifornimenti dellEsercito borbonico, poiché i regi avevano confiscato un convoglio di muli con generi destinati ai garibaldini.

_ Occhio per occhio!_ esclamò Bixio.
Ma erano scaramucce verbali, in attesa che tuonasse ancora il cannone.
I nostri, che erano rimasti in piedi ed erano ancora in grado di portare un fucile, erano non più di seicento; ma quelli che ancora possedevano un fucile erano si e no quattrocento: gli altri lavevano perduto. Cerano poi duemilacinquecento picciotti, armati con mezzi di fortuna.
La mattina del 31 maggio, prima che spirasse la prima breve tregua, si presentò a palazzo Reale lavvocato Francesco Crispi, ministro unico del governo Dittatoriale di Garibaldi. Nella notte i garibaldini avevano rinforzato le barricate e avevano anche acquistato alcune bombarde da un capitano greco, che con la sua nave era accorso a Palermo fiutando laffare.
Mentre il colloquio tra Crispi e Lanza era ancora in corso, irruppe in Palermo il colonnello Ferdinando Bosco con i suoi. Beffato a Corleone e carico di rancori, con poco sforzo rovesciò fragili difese garibaldine. Nievo trovò il tempo per scrivere un biglietto a Bice Melzi dEril, per comunicarle il suo scoramento. Era convinto che fosse il suo ultimo saluto.
Quando tutto sembrava ormai perduto per i garibaldini, Lanza mandò un ordine a Bosco, intimandogli di ritirarsi e di rispettare i nuovi patti appena sottoscritti. Ma Bosco era recalcitrante ad eseguire gli ordini: Lanza lo fece consegnare agli arresti.
Nessuno ha mai saputo che cosa veramente si dissero quel giorno Lanza e Crispi. Il primo rappresentava il re di Napoli, il secondo la Dittatura garibaldina. Firmarono un secondo accordo che prolungava di tre giorni larmistizio, dietro la consegna a Garibaldi del palazzo delle Finanze, Tesoreria compresa, nelle mani del suo rappresentante Crispi. I Pionieri napoletani che erano a guardia delledificio si sarebbero ritirati a Castellamare, con armi e bagagli.
Lindomani, 1 giugno 1860, Francesco Crispi si presentò a palazzo delle
Finanze.
Erano presenti
i cassieri Giove, Albeggiani, David e Merlo. Albeggiani era antiborbonico
e nel ribaltamento generale avrebbe tratto non pochi vantaggi; Giove invece
era filo borbonico e si era vantato di aver pagato a Lanza i 720 mila ducati,
in monete fior di conio, cioè nuove di zecca.
Si presentò
Domenico Peranni, tesoriere generale. Dei tre governatori del Banco, Salvatore
Lo Faso, Paolo Amari che ne era anche presidente, e Vincenzo Florio, armatore
e industriale, uno dei massimi esponenti dellalta borghesia, era presente
solamente Salvatore Lo Faso.
Il capitano
Borrelli, comandante dei Pionieri, rappresentava il generale Lanza.
Lavvocato
Crispi pretese la completa ispezione delledificio, iniziando dal secondo
piano, cioè dai locali del Banco aperti al pubblico.
Erano intatti
i cancelli sul corridoio, ma linferriata della prima Cassa delle monete
dargento era sfondata e la serratura appariva forzata. Il capitano Borrelli
disse:
_ Al piano
superiore cadde una granata. I miei soldati corsero a domare lincendio
e penetrarono al secondo piano attraverso un buco che si era prodotto nel
pavimento del terzo, allo scopo di prevenire il propagarsi delle fiamme.
Il contenuto di quella Cassa risultò intatto.
La porta che immetteva nel Tesoretto era ben chiusa e il cassiere Ferdinando Giove verificò la regolarità delle somme ivi custodite.
Il cassiere Emanuele David riscontrò invece che la cassetta di sicurezza, dove abitualmente custodiva le sue chiavi, era stata manomessa. Per aprire il primo Tesoro Grande si ricorse ad un fabbro. I cassieri Giove e David dichiararono che il contenuto, tutto in ducati dargento, era conforme alle scritture contabili. Anche la seconda Cassa dellArgento aveva il cancello sfondato, ma, a detta del cassiere Albeggiani che ne era il responsabile, le custodie dei ducati erano intatte. Mancava una delle chiavi del secondo Tesoro Grande, sempre quella del David, e fu richiamato il fabbro: anche lì risultarono intatte le cassette che custodivano i ducati.
Nessuna alterazione avevano subito invece i Tesoretti delle monete di rame, a detta del titolare, il cassiere Merlo: segno che chi aveva forzato i cancelli ben sapeva dove era largento e aveva lasciato in pace il rame.
La situazione contabile complessiva del Banco, tanto per i conti dei privati, tanto per quello della Tesoreria, corrispondeva esattamente alle somme rimaste in cassa il 26 maggio 1860, al netto dellultimo prelievo di Lanza del 23 maggio.
Cerano esattamente 5 milioni 444 mila ducati e 30 grani. Al cambio corrispondevano a 23 milioni 198 mila 888 lire italiane dellepoca, più 27 centesimi.
Alla Tesoreria
spettavano 112 mila 286 ducati; tutto il resto apparteneva ai privati.
La piccola
comitiva attraversò gli altri uffici del palazzo delle Finanze, cioè la Revisione
dei Conti, la Segreteria, la Cassa dEsito, senza trovarvi sensibili
alterazioni. Era invece lacerata la porta a bussola che immetteva nella stanza
del direttore e sfondati i cassetti negli uffici della Razionalia, nei cui
armadi mancavano duecento ducati. Nei locali della Cassa di Sconto erano al
loro posto i cento trentotto valori pignorati. Negli archivi della Tesoreria
e nei locali della Borsa di Commercio, al piano terra, cera invece un
gran disordine, quasi uno sconcio, colpa delle truppe che lì avevano bivaccato.
Caos grande anche al secondo piano, nella Direzione Provinciale dei Rami.
Nel Magazzino delle carte bollate i cassetti erano stati sventrati e volavano
carte. Mancavano alcuni valori del Portafoglio, ma una completa verifica non
fu possibile quel giorno. Anche nella Gran Corte dei Conti tutto era in disordine;
nel retro scala invece, ordinati e al loro posto, cerano gli effetti
personali del guardaportone dello stabile. Al terzo piano, come si è detto,
la bomba caduta aveva sfondato il tetto e provocato un principio di incendio
nel Magazzino delle carte bollate.
Questa era
lesatta situazione delledificio, cuore pulsante di tutta leconomia
siciliana. Fuori Palermo cera una piccola Cassa sussidiaria a Messina,
con scarse riserve.
Chi aveva in
mano il palazzo delle Finanze, aveva in mano tutta la Sicilia: aveva cioè
gli strumenti per imporre e riscuotere tasse e per esigere prestiti da privati.
Della consegna del palazzo delle Finanze fu steso un regolare verbale, in
tre originali, sottoscritti da Crispi, Borrelli, Peranni, David, Giove, Albeggiani,
Merlo. Si è conservato un solo originale: quello dato a Crispi e che oggi
è a Roma, nel Fondo Crispi_AS Palermo dellArchivio Centrale dello
Stato.
Il ministro
della Dittatura garibaldina si riservò di verificare in altra occasione il
contenuto della Cassa di Sconto (dove poi trovò 270 mila 283 ducati), della
Cassa dei Valori Bollati, dei Depositi Giudiziari (altri 130 mila
ducati). Crispi congedò dunque i Pionieri e affidò ledificio
ai due questori, di freschissima nomina.
E stata
onesta o perversa lamministrazione militare garibaldina?
Molte carte
sono andate a picco nel Mar Tirreno, nove mesi più tardi dei fatti fin qui
narrati.
Nievo ha portato
con sé la risposta, in fondo al mare.
Il 2 giugno
1860 Domenico Peranni, ultimo tesoriere di nomina borbonica, scrisse a Crispi:
_ Ho ricevuto
una polizza di ducati 134 mila ed è una conquista. Lunedì o dimani, se è urgente,
farò il ruolo. Intanto il tuo Intendente dellEsercito perché non viene?
Posso oggi fargli liberare ducati 120 mila.
Le riserve della Tesoreria si andavano, seppur lentamente, ricostituendo.
Si presentò
quel giorno stesso al Banco lintendente Giovanni Acerbi con questa lettera
di Francesco Crispi
per Peranni:
_ Ella disporrà
che tutte le somme appartenenti allErario dello Stato siano immediatamente
trasportate a Palazzo Pretorio e consegnate allIntendente Generale dellEsercito.
Furono dati ad Acerbi i 120 mila ducati promessi, chiusi dentro trenta quattro cassette da 3.550 ducati luna, per un totale di 2.730 chili dargento, più una borsa di spiccioli di rame.
Quella sera
stessa Nino Bixio, affacciato ad una terrazza, vide arrivare da Napoli il
vapore mercantile Elettrico carico di munizioni. I regi le scaricarono,
poi le trasferirono sopra una fregata che lasciò subito Palermo, quasi avessero
già deciso di abbandonare la città ai garibaldini. Le squadre dei picciotti
di Partitico cantavano: avevano vinto, magia della rivoluzione e tesoro
dodio seminato, in anni di occupazione, dai napoletani.
A mezzodì del 3 giugno i generali borbonici Letizia e Bonopane si recarono
a palazzo Pretorio a conferire con Garibaldi per un terzo ed ultimo armistizio
sine die.
I notabili
del posto si erano lamentati perché non era stata ancora trattata la liberazione
degli ostaggi. Secondo gli articoli della convenzione, stipulata quel giorno
stesso e che Lanza poi controfirmò, gli ostaggi sarebbero stati liberati il
giorno del definitivo imbarco dei regi. Quando? Il giorno esatto della partenza
dellultimo contingente borbonico da Palermo faceva parte di un accordo
segreto che sul suo onore Garibaldi aveva giurato di non rivelare.
Giuseppe Bandi,
il giovane aiutante di Campo di Garibaldi, introdusse i generali Letizia e
Bonopane. Firmato laccordo, Letizia, rivolto a Bandi disse:
_ Questo
testimone non è necessario.
_ I peccatori
si confessano al Penitenziere_ disse tra i denti Bandi, che era un toscano
arguto.
Ci furono altri
accordi segreti, che sul suo onore Garibaldi giurò di non rivelare?
Il colonnello
Bosco venne ben due volte a conferire con Garibaldi a palazzo Pretorio. La
prima volta il generale lo ricevette in terrazzo, a capo coperto e fumando
un sigaro. La seconda volta lo accolse da solo, e rimasero a lungo in una
stanza chiusa.
Nulla trapelò
di quel colloquio.
Il 4 giugno
Ippolito Nievo, il Cerbero del Tesoro di Garibaldi scrisse alla sua
Bice amatissima:
_ Sono ancora
vivo, e stanotte ho dormito sopra mezzo milione di piastre, perché sono Tesoriere
della Sicilia. Ora cè tregua. Quanto? Perche? Il diavolo lo sa.
Ma non erano
120 mila?
Un attento
esame di tutto il testo di questa lettera, porta ad una retrodatazione di
questo passo al giorno 31 maggio. (Vedi: Enrico Rechiedei).
In questa poche
parole forse è racchiuso il mistero della fine di Ippolito Nievo, scomparso
nove mesi più tardi, durante un naufragio, insieme ad altri della Intendenza
e insieme a carte contabili della amministrazione garibaldina in Sicilia.
© 2002-2011 Fausta Samaritani
Messo in rete il 16 gennaio 2011 Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info
Per l'onore di Garibaldi, racconto lungo basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.