Frammento di una novella di Nievo

La Pieve di Rosa di Ippolito Nievo

La Pieve di Rosa

Storia d’un villaggio

di Ippolito Nievo

 

 

            Nazioni, territori, città, paesi, villaggi hanno tutti una loro singolare figura di gaiezza, di mestizia, di operosità e di pace come l’hanno le persone; e tutti pure corrono una loro speciale ventura attraverso quel viluppo di casi, che quaggiù diciamo viluppo, ma che è forse agli occhi della Provvidenza ordinamento continuo a lontana armonia. Noi animette solitarie pigionali d’un meschino corpicciuolo, confittevi entro o per prova o per penitenza, o per ammaestramento o per sovescio [1] di future generazioni terminiamo l’orbita nostra in brevissimo giro com’è dei pianeti più piccoli e prossimi al sole. I popoli, esseri molteplici impersonazioni di miglioni e miglioni di anime compiono in lenti secoli la loro vece [2] come astri più grandi e lontani; ma tra i minimi e i massimi tra l’uomo e la società, sono altri esseri mezzani che s’informano d’eguale destino; e mentre le popolose città idoleggiano le larghe fasi nazionali, i paesi e i villaggi all’incontro s’accostano alle più meschine ragioni della vita umana sicché spesso avviene, che il figlio o il nipote di chi li vide nascere e ingrossarsi sia spettatore dello scadimento loro e talvolta perfin della fine.

 

Questo primo abbozzo di novella, mai terminata, è stato pubblicato per la prima volta in Ippolito Nievo, Novelliere campagnuolo e altri racconti, a cura di Iginio De Luca, Torino, Einaudi, 1956, p. 659. Il manoscritto si conserva a Udine, Biblioteca Civica “V. Joppi”, Fondo Principale, manoscritto 3944.

 

26 maggio 2007

 

Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info


[1] Sovescio = termine agrario che indica l’interramento di erbe verdi, allo scopo di arricchire il terreno.

[2] Vece = compito assegnato.