I fondatori di Treppo
[1]
Novella campagnuola
di Ippolito Nievo

– Anche questa non è una sera da contar frottole, – disse il bifolco, – siamo all’Epifania che è una festa di gran divozione, onde voglio proprio contarvi la vita d’un paese, quale me l’ha narrata mio nonno che era di colà [2] .
– La vita del paese! Bella questa! Come se vivessero
le maghe! – sclamò
[3]
una delle donne.
– Or dunque e questa vita del paese?
– Vengo con voi, –
[4]
disse il bifolco con voce
stizzosa. Indi solennemente riprese
[5]
:
– Dio creò il mondo e Treppo non era, e Adamo uscì
dal paradiso e i suoi figliuoli si sparsero per molte regioni e Treppo non
era, e dappoi venne il diluvio, e Noè si salvò nell’arca secondo la volontà
del Signore e i suoi figliuoli divisi qua e là popolarono lontani paesi e
Treppo non era. E contuttociò né mio padre che prese moglie piuttosto attempato,
né il padre e il nonno di lui si ricordavano d’aver conosciuto un solo che
fosse vissuto quando Treppo non era
[6]
. E tuttavia le cose che io
vi narrerò quest’oggi accaddero quando questa villa era ancora in mente Dei,
onde figuratevi se sieno antiche e venerabili. Certo poi sono degne a sapersi
e giovevoli all’anime nostre se permise il Signore che attraverso tanti secoli
scendessero a noi per la bocca de’ suoi servitori, tanto gelosamente custodite
dalla memoria di tutte le generazioni come possono esserlo i Vangeli e le
Epistole nel messale dei preti
[7]
. Circa poi al dirvi l’anno
il mese e il giorno, davvero ch’io non tengo fabbrica di lunario, e potete
domandare di ciò qualche astrologo, giacché per conto mio vi contenterete
di sapere che questa è una storia molto antica, e perciò bisogna farle di
cappello e ascoltarla in silenzio e con raccoglimento, con quegli atti d’osservanza
e di rispetto che si usano inverso coloro che hanno i capelli bianchi. D’altronde
se alcuno si stringesse nelle spalle o dicesse: «io per me a questi vecchiumi
non presto fede»; colui sarebbe poco meno d’un eretico, giacché il buono è
sempre vero, e questa storia in verità è così buona quanto lo erano i nostri
antenati e quanto noi siamo pei tempi che corrono tristi e maligni. Ma perdonatemi
che queste cattive parole me le lascio alle volte sfuggire per usanza; so
ben io che tra i giovani d’adesso e quelli d’una volta vi corre assi poco.
Dunque,
come voleva dirvi dapprincipio
[8]
, tempo vi fu che questi colli
così pieni ora di ville di borghi e di casali da parere un formicolaio, erano
tutti un bosco fitto fitto di querce e di castagni, e le acque correvano via
silenziose sotto la foltissima infrescatura dei rami che s’intrecciavano;
e non v’era né passo di strade, né fumo di camini, né suono di campane, né
canto di lavoratori, ma solamente augelletti vi gorgheggiavano a ciel sereno,
e la bora vi fischiava nella mala stagione, benché a quel che si dice l’imboscatura
dei monti la tenesse in allora in qualche creanza
[9]
. Né io vi so dire se apparendoci
ora questo pese come l’era a que’ giorni, l’avressimo
[10]
conosciuto; né se conosciutolo,
l’avressimo stimato più o meno bello; benché, a dirvi il mio sentimento, io
creda tanta l’abitudine di vederlo così come noi ce lo abbiamo acconciato
che il cuore ci dorrebbe a vederne spostata solo una pietra: e questo mi sa
di superbia bella e buona, come sarebbe di chi s’avvisasse trovare migliore
il fatto suo di quello del Signore: ma dopo tutto a pensarci a fondo fu lui
il Signore che ci impastò dentro quest’amore così cocciuto per le cose nostre,
onde non gli psaprà male se ce ne lasciamo un pochino governare
[11]
. Del resto, togliendoci fuori
da questi paragoni, non si troverebbe ora pel mondo un sito come quello, né
di erbe più morbide e spesse, né di ombre più quiete e spaziose, né di ruscelli
più puri e benevoli, e noi dovessimo andarci a nascondere con quei trifogli
stentati, con quei filaretti contorti e spinosi e con quelle acque rabbiose
che la miseria ha fatto di moda
[12]
. Ed ora scusatemi, per le
campagne mi sembra vedere ogni passo il segno d’una guerra continua e accanita
fra la ronca il badile e l’aratro da un lato, e la povera terra dall’altro;
e quelli dicono: «tu sei fatta per servire a noi, donna terra; laonde lasciati
squarciare e sminuzzare per ogni modo, e lavora e produci»; e la terra risponde:
«squarciatemi e sminuzzatemi pure, signori miei; ma già la servitù è imposta
ad ognuno secondo le proprie forze ed io lavoro e produco ben volentieri quel
tanto che posso». E notate che a codesta guerra io non faccio ora la critica,
poiché fu Dio in persona a comandarla ad Adamo sull’uscita del paradiso per
qualche suo ottimo fine; solamente voleva dire che nei tempi de’ quali parlo
essa non era incominciata ancora per questi paesi, e dappertutto vi spirava
una concordia e un profumo di pace e di libertà da non poterselo immaginare.
Benché a difesa della ragione tenuta ora dalle cose si possa dire, che quel
profumo è cosa molto sospetta, e che mancando la creatura più prepotente che
è l’uomo la natura tutta sembra all’infuori mansueta e tranquilla, non ne
viene perciò che gli animali non guerreggino fra di loro, e gli elementi e
l’acqua e l’aria e il fuoco non contrastino in perpetua inimicizia. Ma d’altra
parte in quei movimenti per essere indotti da necessità senza che vi abbia
parte malizia alcuna della ragione, io non ci so vedere segno alcuno di guerra;
e vo sempre dicendo che più d’un terremoto e d’un diluvio mi sembrano fatti
cattivi e discordanti il maltrattamento d’una bestia, o il mal taglio d’un
albero.
Or
dunque il pese era così fatto dal Signore come vi ho detto in addietro
[13]
, quando venne qui dal basso
Friuli una gran guerra; e non vi so dire se fossero Turchi, o Mori, o Francesi
e quelli che venìano facendo grandissimo guasto per le campagne e ammazzando
e portando via gran numero di gente per venderla pur come ora si fa del bestiame
[14]
. Il fatto sta che nelle regioni
più piane, e prossime ai pochi stradali che allora erano, la paura cacciava
via quelli che di tali cose avevano sentore in tempo, e tutti si rifugiavano
verso i monti donde la poca speranza di preda, e la difficoltà del nutrimento
e dei foraggi tenevano lontana quella mala genia. E fra le altre due famiglie
che furono delle prime a partire coi loro carri e colle poche robbe sopra,
vennero molto disagiatamente fino al sito dove è or Collalto
[15]
, e si dice che quelle famiglie
fossero di Aquileia; ma giunte in quel sito e soprapprese dalla notte, ecco
che si cominciò a sentire da lungi uno scalpitar di cavalli e un tintinnar
d’armi e di spade, ed erano quei barbari che venivano sulle peste dei miserelli
così come il cane fa della lepre. Onde quei poveri cristiani si fecero bianchi
come un lenzuolo e così come lo spavento o meglio il volere di Dio li spronava
cacciarono i buoi a precipizio entro le boscaglie che si stendevano ampie
e foltissime sulla loro mancina; né tenendosi paghi d’una breve distanza salirono
oltre per alcuni poggi fin dove potevano. Ed ecco quando si furono avanzati
un miglio in quella foresta aprirsi a loro davanti un bel cammino di ghiaia
così sodo a percorrer da parer proprio una strada ed era il fondo d’un torrentello
asciuttatosi da poco pei soverchi calori della state. Dunque essi pieni di
gioia si misero per quella via, come se il Signore li avesse chiamati per
di là preparando quel così comodo sentiero, e giunti alla sorgente di quel
rio dove ancora la terra si rinfrescava d’alcune fontane dolcissime, incontanente
[16]
si stettero, come se il Signore
avesse loro detto di stabilirsi colà, e il resto di quella prima notte passarono
all’ombra dei grandi alberi pregando e ringraziando insieme il Signore. Poi
quando si fece un po’ di chiaro per quelle querce ramose e l’alba cominciò
a scendere dalle cime dei monti, videro tutto all’intorno una vaghissima scena
di colline e in mezzo una valle tutta frondosa dalla quale veniva un olezzo
soave di fiori salvatici, e più in là poi verso il mezzogiorno la boscaglia
si diradava e standevasi per poggi più dolci un larghissimo pascolo, screziato
solamente qua e là dall’ombra di bassi cespugli. Dunque levarono le palme
più fervorosamente al Signore, che avevali condotti quasi per segni manifesti
della sua bontà a una così vaga e riposata solitudine.
Così
cominciarono essi dallo stabilire alcune capannucce, diradando un poco la
boscaglia all’intorno di essi e rimanendo in quel ritrovo tutti chiusi e silenziosi
finché durò il timore di quelle incursioni di barbari. Ma poi quando quella
paura fu passata, tanto amore aveano preso a quelle nuove sedi che loro non
resse l’animo d’abbandonarle; di più aveano scoperto che la terra in que’
siti era fertile oltre modo, e saluberrimo l’aere, e l’acque assai propizie
al prosperamento degli uomini e del bestiame, onde tutti ad una voce concorsero
nel pensiero di restarsene colà, ubbidendo umilmente alle grazie del Signore
per averli guidati a quel porto di salvazione. E poiché i vecchi ebbero assai
discusso sopra questa deliberazione e trovatala giusta e ragionevole le due
famiglie si divisero quel bel territorio; e la più numerosa che era principalmente
d’agricoltori serbò per sé il sommo di quei colli e l’altopiano steso alle
loro spalle, e l’altra che era principalmente di pastori prese per sé i pascoli
succosi della valle che digradando falda per falda risorgevano più dall’altra
banda in un’ordinanza di poggi verdi ed asciutti.
Il
Signore benedisse e moltiplicò per molte generazioni quelle due famiglie,
e già le boscaglie ed i pascoli eran divenuti nei posti più ubertosi bellissime
campagne ondeggianti di frumento, ed orti di legumi assai fragranti, ma in
diverso tenore prosperavano sempre le fatiche dell’agricoltura e della pastorizia.
Onde mentre la famiglia che stava sull’alto viveva nell’abbondanza d’ogni
bene, e vendeva a caro prezzo sul mercato di Tricesimo le sue derrate, quella
che s’era allogata nelle bassure doveva misurare sottilmente assai il poco
ricavato del cacio e delle lane e nullameno vivevano senza invidia e senza
discordia fra loro. Così
[17]
venuti crescendo in numero
ed in agiatezza cominciarono anche a crescere in superbia e loro sapeva male
di dover fare miglia e miglia per pigliar la messa la domenica, onde pregarono
che fosse loro mandato un prete. Così fu infatti ed essi sull’altra sponda
del Tagliamento edificarono una chiesuola dove un pittore di quei tempi dipinse
una Madonna con una rosa in mano; così la si disse la Madonna della Rosa e
la Pieve la Pieve di Rosa.
Questo primo abbozzo di novella,
mai terminata, è stato pubblicato per la prima volta in Ippolito Nievo, Novelliere campagnuolo
e altri racconti, a cura di Iginio De Luca, Torino, Einaudi, 1956, pp.
653-657. Il manoscritto si conserva a Udine, Biblioteca
Civica “V. Joppi”, Fondo Principale, manoscritto 3947.
Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info

[1] Treppo, borgo a pochi chilometri da Tricesimo, in Friuli. Nella edizione curata da Iginio De Luca c’è questa nota: «Nell’autografo la parola “Treppo” è cancellata a matita e sostituita, sempre a matita, dalla frase “allora ancora, potete crederlo, la pieve di Rosa”».
[2] In campagna, durante le ore notturne della veglia, c’era l’abitudine di raccontare novelle, più o meno inventate. Il bifolco è un vecchio contadino e il suo uditorio è costituito da donne.
[3] L’elisione della prima vocale del verbo esclamare è tipica in Nievo. Più oltre vedi state, per estate.
[4] Tipico in Nievo l’uso del trattino, anche in presenza della virgola.
[5] Nella edizione della novella, curata da Iginio De Luca, c’è questa nota: «Tutto questo inizio nell’autografo è scritto a matita, parte nel verso (bianco) della prima carta (nel recto della quale è scritto a penna il titolo “I fondatori di Treppo. Novella campagnola”), parte nello spazio bianco in testa alla seconda carta, dove comincia la scrittura a penna della novella.»
[6] La cronologia, da Noè, che è nella Bibbia, fa un salto fino ad arrivare alla memoria orale. Più oltre il vecchio bifolco dirà che la tradizione orale ha attraversato secoli, passando di generazione in generazione.
[7] La tradizione orale, per importanza, è qui paragonata al Vangelo e alle Epistole.
[8] Forme agglutinate sono tipiche in Nievo (esempio: dappoi, dapprincipio, dappertutto, soprapprese).
[9] Notare la differenza di suoni che marca il paese abitato dagli uomini rispetto a quello rimasto naturale.
[10] Un venetismo, della voce avremmo. La forma in –essimo della prima persona plurale del condizionale è riscontrabile in altri scritti di Nievo.
[11] Nella edizione curata da Iginio De Luca c’è questa nota: «Nell’interlinea e in margine “Andare a seconda in questa passioncella innocente”.»
[12] Un immaginario giardino di Armida è stato dagli uomini sostituito con campi poco fertili, attraversati da acque divenute torrentizie per l’estirpazione degli alberi. Una attenzione ante litteram ai problemi ecologici.
[13] Rafforzativo.
[14] Qui il linguaggio assume tono e colore sempre più arcaici ed obsoleti.
[15] Una frazione di Tarcento.
[16] Avverbio temporale arcaico che significa immediatamente, in un attimo.
[17] Nella edizione della novella, curata da Iginio De Luca, c’è questa nota: «Di qua sino alla fine è un’aggiunta a matita. La quale, osserva il Ciceri, “suona grave contrasto col precedente racconto. Infatti Pieve di Rosa si trova nella bassa friulana in pianura, vicino al Tagliamento, mente tutti i dati descrittivi e geografici della novella si attagliano perfettamente alla posizione di Treppo, che per di più comprende due nuclei: Treppo Grande e Treppo Piccolo.” Evidentemente il Nievo ebbe molta incertezza nel disegno e nello sviluppo della novella, che rimase nel capitolo secondo piuttosto frammentaria e allo stato di abbozzo. Questa incertezza si tradisce pure negli altri titoli segnati, oltre quello scritto a penna, e precisamente: sul recto della prima carta, a matita, “La Pieve di Rosa. Vita di un villaggio”, e nel verso dell’ultima carta, a penna “I Fondatori di Treppo. Storia della Pieve di Rosa. Il Primo Pievano”. Forse in un primo momento il Nievo tentò di seguire due tracce o nuclei ben distinti: Treppo e Pieve di Rosa, e poi pensò di fonderli in uno stesso racconto.»