La figlia della Madonna
Novella di Ippolito Nievo
Le ultime Alpi della Carnia
dopo aver costretto per lungo spazio quelle acque impetuose del Tagliamento
[1]
, stanche di tanto inutile
sforzo, quasi ad un sol punto se ne dipartono rapidamente d’ambe le parti,
sgombrandogli innanzi una larga vallata nella quale distende i suoi deserti
di ghiaia quel re dei torrenti. Tuttavia la ragione del pendio o del filone
[?] superiore persuasero
l’acque montane a tenersi più verso l’Occaso, cosicché dalla sua riva di Levante
sino alle falde de’ monti è il tratto di quindici miglia o poco più dove la
bella natura libera da quei tristi padroni s’è svagata ad ornarne un suo vaghissimo
giardino d’Armida. L’è come una greggia di colline vagante qua e là senza
ordine alcuno, abbeverata da petulanti torrentelli
[2]
e da muscose fontane, ombreggiata
via via dai filari di gelsi, da festoni di vigne, e da boscatelle di castagni.
Né per rara maraviglia l’opera dell’uomo ha condotto a ritroso gli intendimenti
della dolce creatrice, anzi gli ha secondati. E i paeselli che fanno crocchio
intorno ad un poggio o che si ascondono, come caprioli selvatici, nel fondo
di qualche verde bassura, o che s’inerpicano arditamente sulla vetta d’un
colle, portanti sul capo come cimiero la nera torricella d’un castello, aggiungono
vita e vaghezza alla dipintura dei prospetti. Certamente chi cercasse in quelle
alture commodità
[3]
di strade, ed artifizioso
ordinamento di campagne, e splendore di ville, o sublimità di orridi precipizi,
e di forre sibilanti, e di selve sterminate ne porterebbe via bianco affatto
il taccuino della memoria; ma chi amasse all’incontro più il diletto della
contemplazione che le lusinghe della poltroneria, i brividi della meraviglia,
direbbe addirittura al Signore come san Pietro: «Piantiamo qui, se vi piace,
i nostri padiglioni!» Nella parte mediana di questo territorio il villaggietto
di Conoglano
[4]
sta a cavaliere d’un poggio
che come promontorio si protende entro una pianuretta spartita a seminati
per la quale corre un ruscello ghiaioso; ne si sa bene per tutta la state
se desso
[5]
sia la strada, ovvero il fossato
sassoso che gli cammina a fianco. A vederlo dal basso quel poggio somiglia
appunto uno sterminato vascello che siasi arenato infra terra, e la chiesetta
che fa capolino tra alcuni fitti pergolati sarebbe per l’appunto la testa
di prora.
Questo primo abbozzo di novella,
mai terminata, è stato pubblicato per la prima volta in Ippolito Nievo, Novelliere campagnuolo
e altri racconti, a cura di Iginio De Luca, Torino, Einaudi, 1956, pp.
661-662. Il manoscritto si conserva a Udine, Biblioteca
Civica “V. Joppi”, Fondo Principale, numero 3945.
Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info
[1] Una delle passeggiate estive preferite da Ippolito Nievo era percorrere, per lungo tratto, il fondo asciutto del Tagliamento. Spesso tornava a Colloredo portando un “sasso bello”, raccolto nel fiume e lo gettava in un angolo della sua stanza. Questi sassi sono rimasti sul luogo fino al disastroso terremoto che ha sventrato l’ala Nievo del castello di Colloredo e oggi si conservano nel Museo Nievo di Fossalta di Portogruaro.
[2] I diminutivi piacciono a Nievo.
[3] Una incertezza sull’uso delle doppie consonanti, tipica in Nievo.
[4] Borgo non molto distante da Colloredo, dove era il castello per un quarto di proprietà di sua madre Adele Marin, dove Ippolito soggiornava per lunghi periodi, durante l’estate. Non a caso il paesaggio agreste è rappresentato durante la stagione estiva, quando i torrenti sassosi sono in magra. Notare la forma villaggietto con una vocale i di troppo.
[5]
Forma arcaica del pronome dimostrativo esso