vista
da Guelfi e da Ghibellini
di Fusta Samaritani
In queste ultime settimane ho lasciato su Internet commenti a vari articoli sulla morte di Nievo. Un fatto tanto drammatico, come il naufragio del vapore “Ercole” in cui perirono 16 passeggeri di cui si sa il nome, il capitano Michele Mancino e 32 o 24 marinai che non si sa chi fossero (il numero è incerto, perché due e diverse sono le testimonianze del tempo) dopo 150 anni è talvolta usato a fini politici per affermare, con scarsa cognizione dei fatti accaduti, visioni di parte della nostra storia risorgimentale. Ho scoperto che in Italia abbiamo neo-borbonici, cattolici antimassonici armati in difesa della fede, siciliani antiunionisti, clericali nostalgici del potere temporale dei papi: vorrebbero riscrivere la nostra storia risorgimentale, scontenti delle versioni fornite dagli storici di professione.
Nella fretta del “copio, incollo, taglio e infioretto” sono spuntate su Internet vere perle. I Mille salpano da Genova e approdano direttamente a Palermo, Nievo deve portare documenti amministrativi dei garibaldini a Padova (che era sotto il dominio austriaco), Nievo aveva minacciato di consegnare i documenti contabili alla Commissione che doveva decidere sui brogli dei garibaldini (ma nessuna Commissione fu mai creata ad hoc), Cavour aveva incaricato Nievo di andare a Palermo (come se fosse cosa notoria che Cavour sapesse che tra i Mille c’era un tale Ippolito Nievo).
Da anni frequento archivi, pubblici e privati. A parte rari casi in cui il materiale è andato perduto o è stato disperso per vari motivi, nei nostri archivi si conserva una quantità enorme di documenti risorgimentali, mai consultati oppure solo parzialmente utilizzati. Per i prossimi 150 anni gli storici ne avranno di materiale da studiare! L’apertura degli archivi è uno dei segni evidenti della democrazia. Coraggio quindi, e buon lavoro! L’avventura è affascinante.
Non è la prima volta che Nievo è utilizzato a fini politici. Nel Ventennio era considerato un precursore del Fascismo: “libro e moschetto” si diceva di lui, parafrasando il titolo della biografia di Mantovani Poeta e soldato. Come curiosità ho ripubblicato una vignetta tratta da un fascicolo del 1931 de “L’Illustrazione Italiana” in cui Nievo è definito “un precursore”. Dopo qualche tempo è stata ripubblicata su Internet, ma la citazione era presa sul serio, come se veramente Nievo fosse stato un “precursore” del Fascismo. Ne era convinto Solitro, un biografo di Nievo. Chiesi una volta a Stanislao Nievo che fine aveva fatto Solitro. Non lo sapeva. Ebreo e istriano, lo storico Solito è forse naufragato due volte nelle pieghe drammatiche della storia.
Negli anni Cinquanta Nievo fu eletto a paladino delle idee di sinistra. Era elogiato come mazziniano, anche se si doveva ammettere che, col tempo, aveva condiviso le idee di Garibaldi che litigò aspramente con Mazzini. Dopo una di ventata giovanile di idee mazziniane, nel ’48-49, Nievo già nell’Antiafrodisiaco per l’amor platonico si mostrava ampiamente critico nei confronti dei moti mazziniani, in cui pochi patrioti erano mandati allo sbaraglio, senza che ci fosse partecipazione e condivisione popolare alle idee rivoluzionarie. Ancor più evidente fu la sua critica ai pochi cospiratori che volevano rifondare la Repubblica di Venezia, nel romanzo Angelo di bontà.
La storia subiva un’accelerazione continua e le idee politiche di Nievo maturavano. Nell’opuscolo del 1859 Venezia e la libertà d’Italia egli affermò che Cavour era il migliore uomo politico d’Italia. Non si trattava, come qualcuno oggi sostiene, di una battuta ironica: Nievo realmente, in quei giorni, condivideva la posizione di Cavour che non aveva accettato i preliminari di Villafranca e era tanto adirato con il Re, da dimettersi. Seguì un breve governo di Massimo d ’Azeglio. Tutt’altra opinione manifestò Nievo, all’epoca dei Mille, nei confronti di Cavour che aveva avversato la Spedizione in Sicilia dei volontari garibaldini.
Tra le tante favole che ho letto su Internet, c’è quella di Nievo massone. Nel 1860 esistevano in Italia due Logge: l’Ausonia, piemontese governativa e monarchica, che aveva inglobato la Società Nazionale di La Farina, acerrimo nemico dei garibaldini; e il Supremo Consiglio del Grand’Oriente, Loggia nata ad agosto 1860 per volere di Crispi e costituita esclusivamente da siciliani, tutti democratici e repubblicani. Per motivi diversi, Nievo era estraneo a entrambe: all’Ausonia per ragioni politiche, alla Loggia di Crispi perché non era siciliano, anzi amava pochissimo i siciliani. Aveva l’abitudine di dire apertamente il suo pensiero e sarebbe stato un pessimo massone.
C’è poi la bolla di sapone delle 10mila piastre d’oro turche, che sarebbero state regalate a Garibaldi dalla Massoneria inglese (oppure inglese e francese, oppure inglese e americana, oppure inglese americana e canadese – i pareri sono discordi). Dove e quando è nata la favola? Nel 1988, in seno alla Massoneria piemontese, nipote e pronipote della antica Ausonia che era ferocemente antigaribaldina. Eco ha preso per buona la favola, perché era congeniale al suo ultimo romanzo, creato intorno allo spione Simonini, un personaggio che non è mai esistito.
Aggiungo una collezione di commenti che, col mio nome o col mio pseudonimo, ho pubblicato in calce a articoli apparsi su Internet. Ho corretto una dozzina di banali refusi, lasciati cadere dalla fretta. Me ne scuso con i lettori.
Sulla frase: «Le altre navi in zona riportano nei diari di bordo
la più rassicurante bonaccia. Probabilmente la causa del naufragio è un’esplosione
dolosa delle caldaie, come è stato confermato da recenti esplorazioni
subacquee», posso dire che nessuno sa la causa del naufragio. L’unico libro di
bordo superstite è quello della nave inglese Exmouth che partì da Messina per
Napoli il 4 marzo, dove arrivò alle 5 del pomeriggio. A quell’ora esatta il suo
libro di bordo segnala vento libeccio forza 2, barometro 29,95. Nella notte tra
il 4 e il 5 marzo, a Napoli, il vento è forza 3-4, e spira da 28 a 40 miglia
l’ora. Mare mosso. Alle 5 di mattina il vento decresce, a 17-33 miglia l’ora.
Libri di bordo di altre navi non ci sono, perché erano conservati a Napoli e
andarono distrutti nel ’44 per cause belliche. La lettera di Raffaello Carboni,
che era al porto di Palermo il 4 marzo 1861, dice che a mezzogiorno il cielo
era coperto, spirava libeccio e pioveva e che la tempesta scoppiò a Palermo
alle 8 di sera del 4 marzo. (Lettera pubblicata nel 1996). L’esplorazione
subacquea fatta dal nipote Stanislao Nievo non arrivò a dimostrare nulla,
neppure la certezza che quello era il relitto dell’Ercole. Il luogo dove
immergersi gli era stato indicato da un veggente olandese. Due giornali
dell’epoca, editi a Napoli, danno notizie di tracce evidenti del naufragio:
"L’Indipendente" di Alessandro Dumas pubblica, in una corrispondenza
da Ischia, che sulle coste dell’isola sono arrivate tracce evidenti di un
grosso naufragio. L’altro giornale segnala qualche legno vagante nelle acque di
Capri. Nievo era stato incaricato dal suo superiore Giovanni Acerbi di tornare a
Palermo e prendere resoconti contabili e pezze d’appoggio, per il passaggio
della amministrazione dalla gestione garibaldina a quella piemontese. Il
permesso d’imbarco di Nievo a compagni, da Palermo a Napoli, era stato firmato
da Cibo Ottone, comandante della Piazza di Palermo, allora gestita dai
"piemontesi". Se Cibo Ottone avesse voluto impedire a Nievo di
trasportare carte, bastava che non gli desse il permesso d’imbarco, oppure gli
dicesse di partire senza carte. Invece gli ordinò unicamente di stendere un
regolare elenco di ciò che Nievo "lasciava" negli uffici della
Intendenza palermitana (elenco che esiste all’Archivio di Stato di Torino),
tralasciando di ordinargli di stendere l’elenco di ciò che "portava
via". Le 10mila piastre d’oro turche che sarebbero state date dagli
Inglesi a Garibaldi sono una favola: se gli Inglesi avessero voluto aiutare
Garibaldi, bastava che non si facessero pagare l’Authion e l’Oregon, le due
navi inglesi che Garibaldi acquistò a Liverpool e che servirono a trasportare da
Genova a Palermo armi e volontari. Costo delle navi: 3 milioni di lire,
addossate alle casse della Tesoreria palermitana. Inoltre le monete d’oro non
avevano corso legale sotto i Borboni, avevano unicamente valore numismatico e
non potevano essere cambiate in nessuna banca del Regno e nessun cambiavalute
privato poteva avere mezzi necessari per cambiare tanto oro. Nessun documento
dell’epoca, conservato in Italia, ne fa cenno. Pare che esistano documenti in
Inghilterra, ma finora non sono stati esibiti, né in originale, né in
fotocopia, né in trascrizione. Pare che li stiano ancora cercando... che la
caccia sia ripresa dopo il libro di Eco. Buona caccia!
Data: 08/04/2011 | Ora: 9.18.42
La frase: "il
naufragio nel mare di Amalfi del battello Ercole che lo trasportava da Palermo
a Napoli per motivi d'ufficio, inerenti la sua opposizione alla cattiva
gestione colonialistica dei nuovi territori italiani annessi" a mio parere
contiene imprecisioni. Che l'"Ercole" fosse naufragato nel mare di Amalfi
è una ipotesi che non corrisponde a nessuna delle tante ipotesi fatte al tempo
del naufragio. Nievo era stato incaricato dal suo superiore in grado Giovanni
Acerbi di portare da Palermo a Torino resoconti amministrativi sulla
amministrazione dell'esercito garibaldino in Sicilia. Napoli era solo una tappa
del viaggio. A Palermo Nievo era stato vice Intendente (cioè vice
amministratore) dell'esercito garibaldino in Sicilia. Dipendeva dal ministero
della Guerra (prima garibaldino e poi piemontese) e mai aveva avuto altri pubblici
incarichi. Che cosa contenesse il fascicolo che Nievo aveva con sé nessuno lo
sa con certezza. Certamente non note riservate, bensì resoconti di gestione
amministrativa che servivano a Acerbi per il passaggio di consegne dal
disciolto esercito garibaldino all'esercito italiano. Nelle lettere
(pubblicate) di Alfonso Hennequin, che era console commerciale della città di
Amburgo e non un agente inglese, egli dichiara di aver detto a Nievo di non
partire il 4 marzo sul vecchio "Ercole", che impiegava 24 ore per
raggiungere Napoli, ma di aspettare il 7 marzo la partenza
dell'"Elettrico", nave celere e moderna. Nievo infatti il 3 marzo era
a pranzo a casa Hennequin e disse di sentire male allo stomaco. Hennequin lo
consigliò di avere riguardo per la sua salute. "Starò sdraiato tutto il
tempo - rispose Nievo - e arriverò a Napoli riposato". Il messaggio di
Hennequin, un semplice commerciante di vini siciliani, non era criptico.
Inviato
il 02 aprile a 11:47
Il console commerciale amburghese a
Palermo era stato nominato grazie a un concordato sottoscritto anni prima tra
il Regno delle Due Sicilie e le libere città anseatiche di Amburgo e di Brema,
per lo scambio di consoli commerciali che dovevano curare esclusivamente compra
vendita di merci. Essi potevano possedere immobili, navi, magazzini sul
territorio dove era istituito il consolato. Hennequin non è mai stato agente di
Londra, ma rappresentava a Palermo gli interessi commerciali di Amburgo, dove
spediva vino e zolfo. Il finanziamento a Garibaldi in piastre d'oro turche è
una favola, messa in giro nel 1988, favola perché non è mai stata presentata
documentazione dell'epoca, né in originale, né in fotocopia, né in
trascrizione. Qualcuno oggi in Inghilterra la sta cercando... aspettiamo. Per
me fa un buco nell'acqua. Le monete d'oro non avevano corso legale nel Regno
borbonico e non potevano quindi essere cambiate in banca, ma solo privatamente
da cambiavalute e da orafi. L'importo corrispondeva a 3 milioni di lire
piemontesi dell'epoca. Nessuno poteva avere tanti denari in casa, visto che gli
sportelli aperti al pubblico del Banco a Palermo restarono chiusi dal 26 maggio
al 25 giugno 1860. Lanza lasciò Palermo il 12 giugno, prima della riapertura al
pubblico del Banco. Fu pagato? Penso di sì, ma i denari non passarono
attraverso le mani di Nievo, né venivano da oro dato dagli Inglesi. Il 31
maggio Crispi, come rappresentante di Garibaldi e il generale Lanza, alter ego
del Re di Napoli in Sicilia, con compiti militari e civili, sottoscrissero un
armistizio regolare. Al punto 2° era prevista la consegna a Garibaldi di tutto
il Palazzo delle Finanze, dove era il Banco aperto al pubblico, la Tesoreria,
la Cassa di Sconto, la Borsa Valori, il magazzino delle carte bollate e dei
valori pignorati: insomma tutto quanto occorreva per "fare moneta".
E' dalle casse palermitane che furono estratti i ducati d'argento dati a Lanza
e agli altri generali borbonici, perché abbandonassero Palermo senza più
combattere e liberassero gli ostaggi che essi avevano sequestrato: nove ostaggi
scelti tra i rampolli di famiglie nobili palermitane. L'oro inglese è una
invenzione. Nessun documento, ufficiale o privato dell'epoca ne parla, a quanto
se ne sa oggi con certezza. Nievo scrisse che aveva dormito sopra
"cinquecento piastre" è vero, ma la parola "piastre"
ricorre altre volte nel suo epistolario ed ha significato generico di
"monete". Scrisse di essere "Tesoriere della Sicilia", ma
in realtà il decreto di nomina a Tesoriere della Sicilia, carica esistente dal
28 maggio al 10 giugno 1860, riguardava esclusivamente Giovanni Acerbi. Il
Tesoriere di Sicilia era incaricato di ricevere i denari provenienti dalle
tasse di tutta la Sicilia e di tenere la rispettiva contabilità in un
"conto a parte", estraneo quindi alla contabilità dalla Intendenza,
di cui lo stesso Giovanni Acerbi era responsabile, come Intendente Generale.
Nievo divenne vice Intendente a fine giugno, quanto Lanza aveva da giorni
lasciato Palermo. I denari dati a Lanza non passarono dalle mani di Nievo,
allora semplice funzionario della Intendenza, bensì dalle mani di Acerbi, ma
che era una "testa di legno". Chi ha gestito tutto sono stati Crispi
e Peranni, ultimo Tesoriere del Banco di nomina borbonica, divenuto poi, il 7
giugno 1860, ministro delle Finanze di Garibaldi. I denari a Lanza furono
"presi in prestito" dai conti dei privati cittadini siciliani. Si
creò un buco, che l'introito delle tasse non riuscì a colmare. Si andò avanti
per anni col debito, con le finanze siciliane allo sbaraglio, finché per Legge
dello Stato Unitario fu ripianato il debito contratto dai siciliani per la loro
liberazione. E gli Inglesi stavano a guardare... Se avessero dato veramente
quei denari a Garibaldi, le finanze della Sicilia sarebbero state floride,
perché prima dell'ingresso di Garibaldi a Palermo la Tesoreria siciliana era in
attivo. Le carte della "contabilità a parte", tenuta da Giovanni
Acerbi, dove sono oggi? Non si sa. E se fossero state, ad arte, mandate in
fondo al mare? Quindi non ladri garibaldini, dovete cercare, ma corruttori a
nome dei garibaldini. Cavour stava a Torino e di quello che accadeva in Sicilia
non ne sapeva proprio nulla.
Inviato il 11 aprile a
18:07
In quei giorni ci fu un altro naufragio:
sulla costa calabra si infranse il brigantino livornese "Adele",
colpito per sbaglio da una palla di cannone, sparata dalla Cittadella di
Messina che il borbonico Fergola non voleva consegnare a Cialdini. L'equipaggio
e i passeggeri si salvarono. Il quotidiano napoletano
"L'Indipendente", diretto da Alessandro Dumas père, segnala l'arrivo
sulle coste di Ischia di molti legni, provenienti da un grosso naufragio. Altri
legni sono segnalati da un altro giornale, vaganti vicino a Capri. Queste due
testimonianze d'epoca fanno pensare che l'affondamento avvenne davanti alla
Bocca Grande di Capri, dove è sempre passata, fin dai Fenici, la rotta
Palermo-Napoli. La costa Sorrentina, dove si sarebbe infranto
l'"Ercole", è il luogo che fu segnalato a Stanislao Nievo dal
veggente olandese, da lui interpellato e che si recò sul posto. Nessun
documento dell'Ottocento ne parla. Sirtori a Talamone firmò l'ordine che
aggregava Ippolito Nievo all'Intendenza, (documento pubblicato) di cui era già
titolare Giovanni Acerbi che aveva facoltà di scegliersi alcuni collaboratori.
A Palermo, a fine giugno 1860, Acerbi propose di promuovere Nievo al grado di
Capitano e di affidargli la vice Intendenza Generale, cosa che avvenne. Alla
partenza a Genova i Mille avevano 90mila lire. Garibaldi aveva in più un
sacchetto di monete d'oro, per questo motivo: a Milano era stato creato il
Fondo per un Milione di Fucili, in cui venivano versati contributi volontari,
da privati cittadini, per armare Garibaldi. Cavour, saputo che Garibaldi voleva
partire per la Sicilia, congelò il Fondo. Solo all'ultimo momento si riuscì a
scongelare i denari, trasformandoli in un assegno dato a Migliavacca. Quando,
la sera del 5 maggio, arrivò a Genova Migliavacca, che comandava i 75
garibaldini partiti da Milano, voleva cambiare l'assegno sulla Banca di Genova.
Ma la cassa era già chiusa. Allora il medico Bertani, su quell'assegno si fece
dare una anticipazione da suoi clienti, in monete d'oro, che consegnò a
Garibaldi. Arrivati in Sicilia, a Marsala le monete d'oro non potevano essere
cambiate. Si provvide a farlo a Palermo, ma non attraverso il Banco, perché le
monete d'oro non avevano corso legale nel Regno delle Due Sicilie e nessuna
banca le trattava. Le monete d'oro erano cambiate, per il valore dell'oro, ma
solo da privati e da cambiavalute, senza che il governo ne garantisse il titolo
e il prezzo. Le piastre d'oro, finanziamento della Massoneria inglese a
Garibaldi, sono una invenzione moderna. Nessun documento dell'epoca ne parla.
La storia nasce nel 1988, quando a un Convegno della Massoneria piemontese ne
parlò uno storico che disse di aver trovato documenti in Inghilterra che
provavano il finanziamento della Massoneria inglese a Garibaldi. Ma questi
documenti non sono mai stati esibiti. Dopo il romanzo di Eco li stanno
cercando... Corruzione ci fu, è varo, ma in ducati d'argento del Regno
borbonico. Andarono nelle mani del generale borbonico Ferdinando Lanza, che a
Palermo era alter ego del re di Napoli, con compiti civili e militari. Egli
lasciò la piazza di Palermo, con i suoi 25mila soldati, tutti gli armamenti,
comprese le 4 fregate che erano in porto. Armi a Garibaldi non ne lasciò.
Imbarcò tutto e lo portò a Napoli. Le armi a Garibaldi arrivarono per nave da
Genova, insieme ad altri volontari. I 4 cannoni (tra cui una colubrina del
'500) erano a Orbetello e Garibaldi diede ordine di prenderli. Cavour neppure
sapeva che ci fossero 4 cannoni a Orbetello. Infine, il resoconto Nievo, dal 2
giugno al 31 dicembre 1860, era apparso il 31 gennaio 1861 su "La
Perseveranza" (giornale finanziato da amici di Cavour), senza che la
stampa ne prendesse atto, né per criticarlo, né per lodarlo. Nievo tornò in
Sicilia il 19 febbraio 1861, per ordine di Acerbi. Nievo non amava la Sicilia e
fece l'impossibile per non tornarci, ma dovette ubbidire a un ordine di Acerbi.
Nievo non andava con l'Ercole a Napoli, a difendere il suo operato, "carte
alla mano"; ma aveva ordine da Acerbi di portare resoconti amministrativi
a Torino, dove era destinata l'Intendenza del disciolto Esercito Meridionale
(cioè garibaldino). Napoli era solo una tappa del suo viaggio. Non doveva
rivelare nulla, aveva solo ordine di trasferire carte a Torino. A Napoli, del
resto non c'era più nessuno, perché tutta l'Intendenza Generale, compreso
Acerbi, era partita per Genova il 23 e il 25 febbraio, per proseguire per
Torino. A Napoli Acerbi aveva lasciato carte di "affari pendenti"
all'Intendente Muttoni dell'Esercito piemontese. Il console commerciale di
Amburgo Alfonso Hennequin sapeva perfettamente che l'Ercole era una vecchia
carretta e dissuase Nievo; anche perché Nievo la domenica era a pranzo a casa
Hennequin e non si sentiva bene. Il viaggio sarebbe durato almeno 24 ore. Lo
consigliò di partire con l'Elettrico, giovedì 7 marzo, perché era una nave più
veloce e confortevole.
Ho visto la ricostruzione di una “bomba a
orologeria”, così come poteva essere costruita, con le conoscenze del tempo.
L’ipotesi di una simile bomba era stata fatta negli anni Trenta del secolo
scorso e riportata, senza precisazioni, da uno storico. L’ipotesi è
affascinante, ma per poter realizzare una simile apparecchiatura bisognava
essere sulla terraferma. Invece la nave a ruote “Ercole”, azionata da due ruote
e dalle vele, si muoveva in avanti a piccoli scatti (venti giri, circa, delle
ruote al minuto). Inoltre il mare era molto mosso e il vento, che prima di
Capri si mise a tramontana, obbligava la nave a fare dei bordi, usando le vele,
con il risultato di una inclinazione che cambiava continuamente, a dritta o a
manca. Prima di Capri si sa che, per la forma della costa, si producono
pericolosi giri di vento continui. Una apparecchiatura che si serviva di una
sedia, su cui era fissata una pistola, il cui grilletto era legato ad un filo
che faceva capo ad un barattolo di fagioli che, con l’umidità, si stavano
gonfiando, non avrebbe resistito incolume allo scuotimento continuo della nave
a vapore. Personalmente preferisco l’ipotesi di un gruppo a bordo, sette o otto
almeno, che si impadroniscono della nave, la affondano aprendo un foro sotto la
linea di galleggiamento, si salvano poi sulle rive di Ischia (sull’isola
arrivarono tracce di un grosso naufragio, come scrisse il giornale
“L’Indipendente” di Alessandro Dumas) e, prima di prendere l’unica scialuppa
indenne, mettono fuori uso le altre scialuppe di salvataggio. Una ipotesi,
naturalmente, perché nessuno sa che cosa accadde durante la traversata, a bordo
dell’Ercole. Comunque l’unico posto in cui una barca di salvataggio poteva
allora approdare senza essere vista è la spiaggia ischitana di Maronti. Su
Capri c’erano truppe dell’esercito Sardo che vegliavano i prigionieri di Gaeta
e la forma della costa non consentiva un facile approdo, di notte.
6 marzo 2011 alle
07:57
Stanislao Nievo riprese negli anni Novanta la storia tragica
dell’Ercole e la inserì nel romanzo “Il sorriso degli dei”. Ma l’idea del
complotto era molto antica. Negli anni Trenta lo storico Solitro già parlava di
un ordigno infernale, scoppiato a bordo dello sfortunato vapore Ercole. La
ricerca procede. Personalmente non sono convinta dei finanziamenti occulti
inglesi, per due motivi: 1. Le monete d’oro turche non avevano corso legale nel
Regno dei Borboni e non potevano essere cambiate in banca, ma solo
privatamente, senza garanzia da parte del governo. Per cambiare 10.000 monete
d’oro non sarebbero bastati tutti gli orafi di quel Regno! 2. Attraverso
Agostino Bertani, che incaricò in Inghilterra il siciliano Scalia, Garibaldi
acquistò a Liverpool due vapori inglesi di seconda mano, l’Oregon e l’Authion,
per traghettare da Genova a Palermo armi e volontari. Se gli Inglesi avessero
davvero voluto aiutare Garibaldi, avrebbero potuto benissimo rinunciare al
pagamento del prezzo, invece di gravarlo sulle casse del Tesoro di Sicilia. In
quanto al prezzo pagato ai generali borbonici, perché lasciassero Palermo senza
più combattere, lo giudico tra i 600 mila e il milione di ducati d’argento del
Regno borbonico. Nel prezzo era compreso il rilascio dei nove ostaggi in mano
ai borbonici, scelti tra esponenti delle più nobili e ricche famiglie
palermitane. Essi furono scaricati sul molo, come pacchi ormai inutili, il
giorno della partenza da Palermo dell’ultimo contingente delle truppe
borboniche.
7 marzo 2011 alle
09:21
Sull’ipotesi del complotto non mi sbilancio, perché nel racconto
“Per l’onore di Garibaldi” si parla di qualcosa di più dell’ipotesi di un
complotto. Ma gli attori sono tutti italiani e gli Inglesi non c’entrano. In
Sicilia l’intreccio infame tra uomini politici emergenti, vecchi industriali
volponi e banchieri di provata attività e che talvolta porta alla strage di
stato, esisteva e qualche segno c’era stato anche nei fatti del ’48. Noi la
chiamiamo oggi “alta mafia”. La “bassa mafia” ha fatto il lavoro sporco. Non
solo scompaiono le carte, ma vanno a fondo anche i testimoni, tra cui era
Nievo. Perché non si dice chi erano gli altri naufraghi, per esempio, il povero
amanuense Giuseppe Fontana? Perché si addossa la colpa a Garassini che era un
marinaio congedato che tornava a casa perché la guerra era finita?
Nievo non doveva consegnare
i libri contabili al governo del re. Nievo era stato incaricato dal suo
superiore in grado Giovanni Acerbi (Intendente Generale, cioè amministratore,
dell'esercito garibaldino) di tornare a Palermo e raccogliere lì carte
contabili, perché Acerbi era tenuto a dare le consegne della amministrazione
del disciolto esercito garibaldino al ministro della Guerra Fanti (del
Gabinetto di Cavour) e quindi a presentare un esatto resoconto contabile. Nievo
era stato il vice di Acerbi, con competenze di amministrazione dell'esercito
garibaldino rimasto in Sicilia. Non era il contabile, perché nella vice
Intendenza c'era Salvatore Serretta che era direttore generale della
contabilità. Sull'"Ercole" c'erano 16 passeggeri (vedi elenchi
dell'epoca, recentemente pubblicati) e 32 o 24 marinai, non si sa bene.
Comunque i due resoconti amministrativi della Spedizione Nievo li aveva
pubblicati da tempo su "La Perseveranza": il 23 luglio
1860(Spedizione da Quarto a Palermo) e il 31 gennaio 1861 (Spedizione dal 2
giugno al 31 dicembre 1860). In quanto ai registri contabili, con entrate e
uscite giornaliere, che ogni mese l'Intendenza e la vice Intendenza dovevano
presentare al Comando, erano stati regolarmente presentati e oggi si trovano
all'Archivio di Stato di Torino. Nessuno Stato europeo erogò finanziamenti a
Garibaldi. Numerose furono le sottoscrizioni private, soprattutto quelle che
furono gestite a Genova dal medico Agostino Bertani che comprò per 3 milioni di
lire in Inghilterra le navi Authion e Oregon che traghettarono da Genova a
Palermo armi e volontari.
Non mi
convince: "per nascondere le grandi ruberie degli emissari di Cavour e
Vittorio Emanuele". 1. L'emissario di Cavour, La Farina, giunse a Palermo
il 6/6/'60 sotto falso titolo di diplomatico inglese. Smascherato, fu espulso
dalla Sicilia il 7 luglio. Non ebbe allora incarichi di governo, né il tempo
per rubare. 2. Il governo "piemontese" del Luogotenente Montezemolo
si installò il 1° dicembre '60, quando Nievo stava lasciando la vice Intendenza
al suo sostituto Salviati e si preparava a partire da Palermo, per un congedo
in famiglia. Nulla poteva sapere, né avere carte su ruberie di uomini di
Cavour: era estraneo al governo del Luogotenente Montezemolo. Ammanchi da parte
garibaldina ce ne furono: i documenti dell'epoca ne parlano e Nievo affrontò
con coraggio e a viso aperto il problema. Ma si può pensare a un complotto che
mandi a fondo una nave con circa 45 persone, tra equipaggio e passeggeri, solo
per coprire ladri? Non cercate ladri, ma corruttori: con l'Ercole andarono a
fondo le carte e i testimoni, in particolare Salvatore Serretta e Giuseppe
Fontana che avevano lavorato nella gestione "separata"
dell'Intendente Generale Giovanni Acerbi, gestione che durò solo 13 giorni (28
maggio-10 giugno '60). Nievo sapeva che con riserve del Tesoro palermitano,
attraverso quella tal gestione di Acerbi, erano stati comprati i generali
borbonici, perché abbandonassero Palermo senza più combattere. Sapeva che il
denaro aveva modificato a favore dei garibaldini le sorti della guerra a
Palermo.
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Venerdì, 11 Marzo 2011 |
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Naufragio
di Ippolito Nievo Si parla tanto delle 10.000 piastre
turche d'oro che sarebbero state date a Garibaldi dalla Massoneria inglese.
Di queste monete d'oro non ho trovato traccia nei documenti del tempo. A mio
parere non sono mai esistite. 1. Le monete d'oro non avevano corso legale nel
Regno delle Due Sicilie, non potevano essere cambiate in banca ma solo dagli
orafi, senza garanzia del governo che non ne riconosceva il prezzo,
contrattato privatamente. Venivano utilizzate in quel Regno esclusivamente
per transazioni con Paesi del Mediterraneo Orientale (Turchia). Non sarebbero
bastati tutti gli orafi del Regno per cambiarle e l'operazione avrebbe
lasciato tracce nei documenti del tempo. 2. Agostino Bertani, attraverso il
siciliano Scalia, ben conosciuto a Londra, acquistò a Liverpool due vapori
usati, l'Oregon e l'Authion, che servirono a traghettare volontari e armi da
Genova a Palermo e poi furono donati alla Marina Sarda. Se gli Inglesi
avessero voluto finanziare Garibaldi, bastava regalargli i due vapori, il cui
prezzo fu caricato sulle dissanguate finanze siciliane. Nievo portava
documenti amministrativi dei Mille, ma l'ordine gli era stato dato da
Giovanni Acerbi che, oltre ad essere Intendente dell'Esercito Meridionale, a
Palermo, per volere di Crispi, per 13 giorni aveva assunto l'incarico di
Tesoriere e Gran Pagatore di Sicilia. Sui suoi conti, come Tesoriere di
Sicilia dal 28 maggio al 10 giugno 1860, non è stata reperita alcuna carta. E
i Napoletani a Palermo avevano in mano nove ostaggi, scelti tra i rampolli
delle famiglie siciliane più nobili e ricche. Gli ostaggi, in genere servono
a far cassa. Il pagamento al generale Lanza, perché sgombrasse Palermo senza
più combattere, era avvenuto cioè non al "nero", bensì attraverso
una contabilità creata da un regolare Decreto di Garibaldi. Come dire:
"ho istituzionalizzato la tangente". Tutti i Decreti garibaldini
(Dittatura e Prodittatura) furono più tardi riconosciuti dallo Stato novello
e entrarono nella sua legislazione. Nel Banco palermitano si formò un buco,
ma l'Italia Unita avrebbe ripianato: cosa che fece per Legge alcuni anni
dopo. Ma su alcune partite palermitane della Dittatura non poterono essere
fornite le pezze d'appoggio e l'Italia non le riconobbe. Per forza: erano
colate a picco nel naufragio dell'Ercole. Quindi non si trattava di
nascondere irregolarità amministrative dell'Esercito garibaldino, che ci
furono e i documenti del tempo ne parlano ampiamente, ma di corruzione
durante una guerra.
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Il 4 marzo 1861 non era un assolato giorno ma, come risulta dalla lettera di un testimone oculare, Raffaello Carboni, lettera che pubblicai nel 1996, il cielo era coperto, piovigginava e il vento era libeccio. La sera, a Palermo, scoppiò una tempesta. Si ignora il contenitore delle carte trasportate da Nievo. Forse non erano casse. Non ci fu mai una inchiesta parlamentare sulla gestione della Intendenza e vice Intendenza garibaldina. Il battello, secondo Carboni, salpa alle 12 e 20. Secondo due giornali dell'epoca, tracce del naufragio furono viste vicino a Capri e moltissimi legni arrivarono sulle spiagge di Ischia. I registri regolari, con entrate e uscite giornaliere, come da regolamento dell'Esercito, per il periodo dal 2 giugno 1860 al 28 febbraio 1861, erano stati regolarmente consegnati, mensilmente, prima al ministro della Guerra della Dittatura e Prodittatura garibaldina a Palermo, poi al comando militare dell'Isola, durante il successivo periodo della Luogotenenza. Questi registri si conservano all'Archivio di Stato di Torino. La Sanità Marittima non andò alla ricerca dell'Ercole. Si mosse la Compagnia marittima, ma in ritardo. Il primo giornale che diede la notizia di un probabile naufragio è stato "L'Indipendente" di Alessandro Dumas. Tra i funzionari garibaldini imbarcati sull'Ercole c'era Giuseppe Fontana che non era un "alto funzionario", ma uno scrivano applicato alla contabilità. Nievo detestava i siciliani e poco amava la Sicilia, per il caldo, le mosche e la polvere. Hennequin, console commerciale di Amburgo, era molto più anziano di Nievo, aveva un figlia giovinetta e un figlio adulto.
aprile
15, 2011 a 12:12 pm
Nievo non possedeva le prove di un
enorme scandalo, ma Nievo era stato semplicemente incaricato dall’Intendente
Generale dei garibaldini il generale Giovanni Acerbi, che era suo amico, di
tornare a Palermo a prendere carte contabili e a stendere resoconti
amministrativi sulla gestione garibaldina. Acerbi doveva fare le consegne della
Intendenza Generale al ministro della Guerra Manfredo Fanti (governo di Cavour)
in vista della prossima fusione della Intendenza garibaldina con quella
dell’esercito regolare italiano. L’Intendenza doveva traslocare a Torino, come
previsto dal decreto Fanti, poiché l’esercito garibaldino era definitivamente
sciolto e i garibaldini o mandati a casa con 6 mesi di paga in più, oppure
assorbiti nell’esercito regolare, dopo attento esame.
La scomparsa dell’Ercole a Stromboli è una ipotesi che non appartiene alle tante ipotesi che all’epoca apparvero sui giornali o furono fatte per lettera. Il giornale napoletano “L’Indipendente”, creato e diretto da Alessandro Dumas père, per primo scrisse del probabile naufragio e in una corrispondenza da Ischia rivelò che molte tracce del naufragio erano visibili sulle coste di Ischia. Ma nessuno storico ha segnalato gli articoli de “L’indipendente” che fece anzi una generosa campagna di informazione sul disastro nautico. Inoltre Nievo non divenne vice Intendente dei garibaldini durante la traversata, bensì a fine giugno 1860, a Palermo, l’Intendente generale Giovanni Acerbi lo propose al grado di capitano (prima era un semplice soldato) e a suo vice Intendente: cosa che poi si realizzò. Nievo non era informato di eventuali mance date dai garibaldini ai comandanti di navi borboniche per passare dalla parte di Garibaldi. Infatti nei giorni della battaglia di Milazzo, quando si manifestò il passaggio di navi a Garibaldi, Nievo era rimasto a Palermo, a guidare la vice Intendenza, mentre Acerbi aveva seguito l’esercito al campo. Sulla favola delle piastre d’oro turche che Garibaldi avrebbe avuto dagli Inglesi, e di cui mai sono stati presentati i documenti, non vale la pena parlare.
Nievo tornò a Palermo il 19 febbraio 1861 (col vapore "Elettrico" il gioiello di casa Florio), per incarico di Giovanni Acerbi, Intendente Generale (cioè amministratore) dell'Esercito Meridionale (cioè garibaldino). Acerbi era tenuto a presentare, a Fanti, ministro della Guerra del governo Cavour, un esatto rendiconto, in vista della fusione dell'esercito garibaldino con l'esercito regolare. L'Intendenza, i Tribunali militari e l'Ambulanza dell'esercito garibaldino dovevano infatti traslocare a Torino, secondo il decreto del ministro della Guerra Fanti. Nella lettera d'incarico a Nievo, Acerbi aveva specificato che la missione di Nievo a Palermo era di raccogliere resoconti e carte contabili che riguardavano la gestione dell'esercito garibaldino in Sicilia. Quindi Nievo ubbidiva a ordini precisi. La sovvenzione a Garibaldi in piastre d'oro turche, di cui si parla oggi tanto, a me sembra una favola: non sono stati infatti mai pubblicati documenti su questo ingente esborso da parte della Massoneria inglese a favore di Garibaldi. Documenti dell'epoca, conservati in Italia, non ne fanno alcun cenno. Ricordo che il generale borbonico Lanza, alter ego del Re di Napoli in Sicilia, lasciò Palermo il 12 giugno 1860. Nievo era allora un semplice soldato, addetto all'Intendenza garibaldina. A fine giugno 1860 Acerbi propose la nomina di Nievo a capitano e vice Intendente dei garibaldini. Quindi, in merito ad un eventuale pagamento a Lanza, perché abbandonasse con i suoi uomini Palermo, è chiaro che Nievo non avrebbe avuto alcuna responsabilità poiché, già dal 7 giugno, esisteva un governo garibaldino dittatoriale, con vari dicasteri (Finanze, Guerra, Marina, Culto ecc.) che prendevano decisioni. L'eventuale finanziamento sarebbe stato materia del ministero delle Finanze e non dell'Intendenza che dipendeva dal ministero della Guerra.
Sulle Parole: "grandissimo ragioniere e contabile e per questo Garibaldi lo sceglie come amministratore del governo dittatoriale in Sicilia" non sono d'accordo. A Talamone Garibaldi firmò l'Ordine del Giorno che stabiliva l'organizzazione del Corpo di Spedizione che era composto da sette divisioni, dall'Ambulanza, Tribunali e Intendenza. L'Intendenza era affidata a Giovanni Acerbi (che era stato Intendente anche nella Campagna garibaldina del 1859) il quale, secondo l'Ordine del Giorno, aveva come aiutanti Bovi, Rodi e Maestri, tre mutilati di vecchie Campagne garibaldine. I responsabili dei vari settori potevano liberamente scegliere i loro aiutanti. Acerbi scelse Nievo, Rechiedei, Uziel e Bozzetti che da quel momento entrarono nella Intendenza ma erano soldati semplici. Sirtori firmò l'ordine che aggregava all'Intendenza i quattro garibaldini. A Palermo, a fine giugno 1860, Acerbi propose che Nievo fosse promosso capitano e suo vice Intendente. La cosa si realizzò. Non fu quindi Garibaldfi a scegliere Nievo, ma Acerbi. Nievo e Acerbi appartenevano a due importanti famiglie che avevano terre e ville nelle campagne del Mantovano. Nievo aveva sicuramente avuto contatti con Acerbi nella guerra del 1859 e probabilmente lo aveva conosciuto, anche se superficialmente, a Mantova. Ma solo nel 1860 divenne amico di Acerbi. Nievo aveva esperienza in amministtrazione, poichè aiutava sua madre nella conduzione della proprietà che i Nievo avevano nel comune di Rodigo (Mantova).
Nievo non era stato "chiamato di dare conto a Torino della gestione della Cassa", ma era stato incaricato dal suo superiore in grado, l'Intendente Generale dell'esercito garibaldino Giovanni Acerbi, di tornare a Palermo, a raccogliere la contabilità e portarla a Torino, dove lo stesso Acerbi doveva presentare il resoconto contabile della Spedizione al ministro della guerra Manfredo Fanti, del Gabinetto di Cavour. Quindi Nievo era un "passacarte", tornato in Sicilia per ordine di Acerbi. Somme ingenti donate a Garibaldi dalla Massoneria inglese non ce ne furono: se ne è parlato nel 1988, in un convegno della Massoneria piemontese, ma da 23 anni si aspetta la pubblicazione di questi documenti che a mio parere non sono mai esistiti. Mazzini non ebbe alcun ruolo nella Spedizione dei Mille. Nievo non era un avvocato: si sa della difesa che fece a se stesso, in una causa in cui era stato tirato in ballo per un frase contenuta in una sua novella. In Sicilia il Tribunale di Guerra lo incaricò di sostenere la difesa d'ufficio di un picciotto che aveva rubato e che era stato riconosciuto come un volgare malfattore. Altre esperienze come avvocato non se ne conoscono. Non ci fu mai una commissione parlamentare per "la mal gestione della cassa garibaldina". Ci fu uno scontro alla Camera, tra Cordova e Crispi, sulle finanze della Sicilia, che il passaggio della guerra (ma anche l'abolizione della tassa sul macinato) avevano portato al rosso. Ma la questione riguardava il ministero delle Finanze e non il ministero della Guerra. Nievo, come vice intendente, era un dipendente del ministero della Guerra e non delle Finanze. Rileggere l'Epistolario di Nievo, per vedere che mai egli aveva "chiuso un occhio" su chi si approfittava della sua buona fede. Non era invece d'accordo con il prodittatore Mordini, che per Decreto elargiva posti ai siciliani, nominando per nome e cognome e assegnando gli stipendi anche agli spazzini e ai bidelli. Così Mordini aveva aggravato i debiti della Tesoreria palermitana. Ma Nievo che c'entrava? I documenti sulla Intendenza e vice Intendenza siciliana si conservano all'Archivio di Stato di Torino e sono contenuti in 466 faldoni, zeppi di carte.
8 maggio 2011
Il vapore inglese "Exmouth", comandato da Paynter, lasciò la Rada di Messina la mattina del 4 marzo 1861, alle prime luci dell'alba, e alle 5 del pomeriggio gettò l'ancora nel porto militare di Napoli. Copia del libro di bordo, a suo tempo richiesto da Stanislao Nievo agli archivi della Marina Inglese, si conserva alla Fondazione I. e S. Nievo. Ippolito Nievo aveva con sé documenti e resoconti della amministrazione militare garibaldina in Sicilia, ma non "tutti" i documenti. Di quella amministrazione infatti si conservano all'Archivio di Stato di Torino ben 466 fascicoli pieni di carte. Migliaia di documenti sono stati pubblicati. Sulla amministrazione militare garibaldina siciliana non ci furono polemiche tra i parlamentari. Il dibattito scoppiò due mesi dopo la morte di Nievo e riguardava la gestione della Tesoreria siciliana, di cui per mesi fu responsabile il siciliano Peranni. Il "Pompei" arrivò a Napoli alle ore 2,30 del pomeriggio del 5 marzo (vedi libro di bordo dell'"Exmouth"). Il libro di bordo del "Generoso" scompare, insieme a migliaia di altri libri di bordo del Dipartimento Navale Meridionale, per eventi bellici nell'inverno del 1944 (bruciati dai soldati marocchini). Nessuno lo aveva mai consultato. Il primo giornale a dare notizia della probabile perdita dell'"Ercole" è stato "L'Indipendente" diretto da Alessandro Dumas padre. "L'Indipendente" segnala nei giorni successivi l'arrivo sulle spiagge di Ischia di molti legni provenienti dal naufragio. La Squadra Navale inglese comandata da Mundy lasciò Napoli il 3 marzo, diretta a Messina e poi a Malta (vedi libro di bordo dell'"Exmouth" e giornali del tempo). La Squadra Navale piemontese a Messina era composta dalla "Maria Adelaide", dall'"Authion", dall'"Oregon" e dal "Conte di Cavour" che però la mattina del 4 marzo lasciò Messina e arrivò a Napoli a mezza notte, per portare in ospedale marinai ammalati (vedi libro di bordo dell'"Exmouth"). Lorenzo Garassini non era un agente di Cavour, ma il commissario di bordo di un vapore da guerra che Cavour, per risparmiare, aveva comandato di porre in disarmo dal 1° di febbraio 1861. Garassini tornava a casa. Morì nel naufragio dell'"Ercole". La sua morte in un posteriore naufragio nel Golfo del Leone è una leggenda. Le piastre turche d'oro sono una favola: la Turchia a quel tempo emetteva la lira d'oro e la piastra in argento (100 piastre d'argento equivalevano a 1 lira in oro). "Piastre d'oro turche" non sono mai esistite. 10 mila piastre "d'oro" equivarrebbero a 12 milioni di Euro? Ma imparate la matematica!
Vedi anche: Finanziamenti della Massoneria a Garibaldi?
15 aprile 2011. Aggiunte 23 aprile-9 maggio 2011
Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info