Voci, tra le donne di casa Ferrari 
di Marina de Palma
In questo momento della mia vita in cui sono finalmente finite le frette giovanili ed ho dovuto sbattere la fronte su situazioni dolorose, mi sono messa a ripensare alle storie dei miei antenati, forse per avere un appoggio femminile che ho scarsamente avuto, a parte mia madre, e credo di averlo trovato perché in un momento in cui riordinavo i vari nomi e periodi mi sono sentita circondata da tante energie femminili, diverse tra di loro, non so come spiegare, è stato un attimo lunghissimo in cui abiti lunghi, ricami, risa, carezze, capelli raccolti a crocchia, lacrime mi sono vorticosamente girati attorno, lasciandomi un piacevole senso di serenità misto a sconcerto e divertimento, mi è quasi parso di poter allargare le braccia e dir loro di non starmi troppo addosso.
Tra queste ce ne è una di cui sempre si è parlato in famiglia, Matilde Ferrari, il primo amore di Ippolito Nievo, primo ed ultimo per lei.
Matilde nasce a Parenza (Mn) il 10 aprile 1830 e muore a Mantova il 10 marzo 1868.
Chi era per me Matilde? Era la sorella maggiore della mia trisavola Elena, più giovane di lei di tre anni e cinque mesi. Era la seconda dei dieci figli di Ferdinando Ferrari e Maria Ballet: Luigi, Matilde, Orsola, Elena, Arturo, Alessandro, Emilio, Arturo Secondo, Daria (Pupè), Lavinia (Mimì).
La famiglia era di idee molto aperte e risorgimentali: Luigi, condannato a morte dagli Austroungarici, fugge prima a Parigi poi in Messico dove pare sia stato assassinato proprio per la sua fame di libertà; Orsola, grande spirito libero, pittrice finissima, moglie del fratello di Carlo Poma, martire di Belfiore, che tanto si è prodigata per curare ed assistere i feriti; Alessandro ed Emilio sono stati Camicie Rosse di Garibaldi; Elena è stata una donna buona, generosa, molto amata in famiglia; morta quasi centenaria, era adolescente quando Ippolito Nievo ed Attilio Magri, innamoratissimo di Orsola, andavano a morosa in casa Ferrari e si divertiva moltissimo a prendere in giro le due coppie, tanto che Ippolito, esasperato e divertito, le ha dedicato questi mirabili versi:
Sant' Elena, Sant' Elena, voi siete una gran santa,
ma l' Elena ch'io nomino ne fa di voi quaranta!
… e Matilde, sguardo languido e un po' triste (che si ritrova in varie discendenti anche se non erano affatto tristi, come credo anche di lei ), che tanto ha acceso l'animo del giovanissimo Nievo. Ma perché questa breve storia d'amore è rimasta nelle biografie del Nievo? Perché Ippolito le ha scritto tanto, tantissimo, circa settanta lettere tuttora custodite da un mio cugino.
Queste lettere sono state pubblicate, lette, studiate nei minimi dettagli, ma sempre seguendo un binario, quello di Ippolito: l'ha amata? Sì. No: è stata una tempesta ormonal-cerebrale che lo ha aiutato a confrontarsi con la sua grande passione per la scrittura.
Ma quali sono le voci che si sono tramandate le donne della famiglia Ferrari negli ultimi 150 anni? Un elegante, simpatico, grafomane, geniale rompiscatole narcisista che tanto l' ha fatta soffrire. Non sono affatto indulgenti i commenti che ho sentito dalle due generazioni che mi hanno preceduta e di cui ho potuto sentire i discorsi, discorsi che del resto anche loro hanno sentito dalle due generazioni precedenti.
L'idea che mi sono fatta io, che non son affatto una studiosa, di tutta la storia è che essendo Ippolito morto giovanissimo lasciando comunque una grossissima produzione letteraria, si è cominciato molto presto a studiarlo, troppo presto per la famiglia Ferrari che aveva ancora la ferita aperta: Matilde, senza mai farlo pesare in casa, non ha mai più voluto nessuno vicino a sé, si è aggravata la sua debolezza cardiaca, è morta di crepacuore secondo le parole di sua mamma Maria.
Al di là del dolore di Matilde quello che ha amareggiato la famiglia - e ribadisco che si tratta di considerazioni al femminile - è stato il fatto che Ippolito nel suo fervore e nella sua intelligenza, ma anche comunque nei suoi 18 anni, non ha capito niente di Matilde, della bella mente libera sua e dei suoi; mia mamma e sua cugina Luisa (a cui sono state tramandate le lettere autografe di Ippolito) quando parlavano di Matilde ne parlavano come di una ragazza che aveva patito una grande ingiustizia da parte di un ragazzotto molto pieno di sé che si è comportato in modo vigliacco con una ragazza a cui non aveva il coraggio di dire non ti amo più, ma che voleva nascondersi dietro ad un se non ti amo più è colpa tua (niente di nuovo sotto al sole ), senza mai nulla togliere alla grandezza letteraria del Nievo.
Rielaborando da adulta ho capito perché alle scuole medie studiavo con una certa riluttanza le poesie di Ippolito Nievo: mia madre, oltre al classico studia che ti si allena la memoria, aggiungeva a voce un po’ più bassa un per me allora sibillino … ma proprio il Nievo dovevano darle...
Ippolito, forse adesso cercherò di studiare per bene una tua poesia.
Ciao Matilde, un abbraccio dalla tua pro-pro-pro nipote
Marina de Palma
5 dicembre 2011
Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info