Una famiglia mantovana a metà Ottocento

Cugini e zii Nievo

Cugini e zii di Ippolito Nievo

Ricerca di Fausta Samaritani

Giuseppe Nievo, lo zio brillante

           

Domani si aspetta lo Zio Giuseppe, il quale, m’immagino, sarà intento adesso a pensare e combinare tutte le cose di spirito colle quali ci verrà divertendo l’intera giornata.

 

Così Ippolito Nievo scrive alla cugina Bice Gobio Melzi d’Eril, dal suo temporaneo, volontario  e scontroso “esilio” a Fossato, il 4 settembre 1858.

La vita in campagna scorre noiosa, tra rustici conviti a base di polenta e interminabili chiacchiere sulla vendemmia, sulle tasse inique da pagare, sui bachi da seta la cui raccolta quell’anno è stata scarsa.

Giuseppe Nievo, lo zio brillante, era laureato in ingegneria, ma sembra non abbia esercitato la professione. Nel 1855 era revisore dei conti del Teatro Sociale di Mantova, di cui suo nonno Giovanni Battista era stato uno dei soci fondatori. Nelle lettere alla madre, Ippolito non manca mai di mandare i saluti allo zio Giuseppe. 

 

A Fossato, a settembre 1858, Ippolito nievo dà gli ultimi ritocchi a Le Confessioni d’un italiano, scritto e trascritto in pochi mesi a Colloredo e rivisto e corretto prima a Mantova e poi a Fossato. La fatica della ricopiatura lo ha tanto sfinito che, per contentare la madre, aveva accettato di sottoporsi ad una faticosa cura termale a Regoledo, sul Lago di Como, con impacchi d’acqua fredda alternati a vigorosi massaggi e a lunghe passeggiate nei boschi [1] . Scrive al cugino Carlo Gobio il 18 settembre 1858:

 

Finora il ribrezzo dell’impaccamento idropatico mi trattenne, ma conviene che mi decida per non diventare uno Zio Giuseppe.

 

Somigliava Ippolito allo zio brillante, per l’inesauribile vena arguta e per la costante paura di ammalarsi. Lo zio Giuseppe aveva in camera da letto, e forse consultava prima di uscire di casa, l’unico barometro esistente a palazzo Nievo.

Nei sonnolenti cenacoli della provincia mantovana, zio e nipote erano come il pizzico di lievito che gonfia l’impasto. Erano come Giulio Del Ponte e Lucilio Vianello in casa Frumier a Portogruaro, nel sesto capitolo de Le confessioni: arguto e brioso il primo, più profondo e ironico il secondo. Una serata in compagnia dei due Nievo, Giuseppe e Ippolito, rispettivamente zio e nipote, doveva essere una delizia. Mai sapremo quante battute Ippolito abbia rubato allo zio Giuseppe e contrabbandate come sue.

 

Nell’autunno 1859, l’ozio forzato e campagnolo a Fossato succede alla dinamica della guerra appena conclusa, durante la quale Ippolito ha militato come guida nei Cacciatori delle Alpi, e vien dopo allo sconforto per l’Armistizio di Villafranca che ha deluso molte speranze.

Alle Grazie, a tre miglia da Fossato, passa la nuova linea di confine con l’Austria. Mantova è rimasta esclusa dal Regno allargato di Vittorio Emanuele.

Per valido antemurale abbiamo, credo, tre carabinieri appostati al confine! _ scrive Ippolito Nievo da Fossato, l’8 ottobre 1859, all’amica Luisa Sassi De Lavizzari. E tre giorni dopo a Bice:

 

Tutti mi pregano di poesie patriottiche, o di canti di guerra da recitare a tavola!

 

La mamma è preoccupata: già una volta ha visto partire i figli, Ippolito il primogenito con Garibaldi, Carlo e Alessandro con l’esercito. Teme una ripresa della guerra. Domenica per darle divertimento, _ continua Ippolito nella lettera a Bice _ è venuto da Mantova lo Zio Giuseppe coi soliti giochetti di spirito e precetti di disinvoltura. Sbadigliò, fece sbadigliare e tornò la sera per tempo alla patria degli sbadigli. Ha una gran paura dell’umido; e così accorciò il trattenimento. Se vedessi com’è triste di cera! Sembra lo sposo futuro di Mantova, o il suo rappresentante.

 

All’inizio del 1867, sei anni dopo la morte d’Ippolito, lo zio Giuseppe siede nel Consiglio Comunale di Mantova, insieme ad alcuni protagonisti del ’48 e della congiura mantovana del ’50, come Paride Suzzara Verdi, Arturo Norsa ed Antonio Nuvolari. Il Consiglio approva un contributo di mille lire per la festa di carnevale che negli ultimi anni si è svolta mesta e taciturna, perché gli animi prostrati dal duro servaggio non sentivansi disposti a manifestazioni d’ilarità [2] .

Lo zio Giuseppe, liquidato come “moderato” nell’Epistolario d’Ippolito Nievo curato da Marcella Gorra, e poi dimenticato, meriterebbe qualche attenzione da parte degli storici locali.

Luigi, lo zio tiepido

I primi di maggio 1859 Ippolito Nievo si trova a Como: deve prendere contatto con un farmacista del luogo, per un passaggio clandestino in Svizzera, da dove proseguirà per Torino. Ha salutato i fratelli Carlo e Alessandro, anche loro segretamente in viaggio per Torino, per arruolarsi sotto le bandiere di Vittorio Emanuele. Ippolito ha spedito alla madre questo rassicurante telegramma in cifra: Semente arrivata in buon ordine, che significa: Carlo e Alessandro sono sani e salvi a Torino.

A Como incontra per caso lo zio Luigi, uomo dal tiepido patriottismo e unicamente preoccupato a non farsi notare, al contrario di suo fratello maggiore Antonio, che per questo nel 1850 è stato allontanato dalla Magistratura. Scrive Ippolito a Bice:

 

Un’ora dopo la vostra partenza diedi del naso nel Zio Luigi. Dovetti improvvisargli una storiella sopra di voi e me: egli l’ha mediocremente gustata.

 

Ippolito, dopo lunghissime marce, arriva anch’egli felicemente Torino, dove i fratelli Carlo e Alessandro sono già arruolati nell’esercito regolare.

Alcestina, la zia spendacciona

Ippolito Nievo manifesta poca simpatia per la zia Alcestina, moglie dello zio Luigi, spendacciona e incapace di educare convenientemente i figli, i cianfurlini, come egli chiama i cugini piccoli Giuseppino ed Eugenio. Del lusso della zia egli parla in una lettera alla madre, scritta da Milano il 28 febbraio 1860:

 

Quell’abito ha figurato tanto che finì col lasciare i gheroni [3] sul campo de’ suoi trionfi. E dire che sulla cassetta che lo conteneva nuovo stava proprio scritto 100 Franchi! Fu proprio un peccato! Ma che non si fa per ubbidire alle gentili eccitazioni dei mariti?

 

Nicola, lo zio scapolo

Alla morte del nonno Alessandro lo zio Nicola abita insieme allo zio Giuseppe a palazzo Nievo, in Contrada Corta 732. Nicola Nievo è stato amministratore dei beni mantovani dei suoi parenti friulani Colloredo. Di lui Ippolito accenna in una lettera alla madre, scritta da Milano il 20 luglio 1859:

 

Vidi anche jeri lo Zio Nicola reduce da Nizza e sulle mosse per Rodigo; è affatto libero dall’incubo del matrimonio. Lo Zio Giuseppe stava al solito.

 

La cugina Adele, era lei la Pisana?

Ippolito non risparmia note sapide sulla giovanissima cugina Adele Zanini, figlia della zia Anna Nievo in Zanini. Adele nel 1854 è promessa sposa di Stefano Berra, ma il matrimonio sfuma. Ragazza irrequieta, forse è stato un prototipo della Pisana.

Beppo Gherardini grasso come un tordo e criminalista più che mai. L’Adele sbadigliava con la bocca d’un forno; ed io rideva, ma solo col pensiero per non discordare l’intonatura della società _ così Ippolito, il 7 aprile 1858, regala al cugino Carlo Gobio notizie sui galanti, comuni parenti mantovani. Lo Zio Giuseppe è alquanto “in carriuola” [4] ; tuttavia fu Domenica a Redondesco con Baldassare; e fece anzi il severo coll’Adele per alcuni recentissimi torti di cui è accusata _ scrive Ippolito a Carlo Gobio, da Fossato, il 20 agosto ’58.

Ancor più impietoso verso la cugina Adele, eppure deliziato dal nuovo corso degli eventi, Ippolito si mostra nella lettera a Bice del 16 ottobre 1859:

 

La Zanini s’è fatta inseguire a sassate da alcuni suoi galanti in un paese vicino ad Acquanegra, credo a Mosio. La Nerli fu bastonata in un altro incontro e n’ebbe un occhio pesto. Lode alle nostre eroine! così mi piace! sono amori alla Byron che mettono in movimento almeno il sangue e giovano alla ginnastica. I figli nasceranno battaglieri, e la patria sarà salva.

 

Ma Adele non doveva passare l’autunno a Pavia, ospite dei Ghirardini? Almeno potesse ella prendere dallo Zio Ghirardini un po’ di passione per la lingua Osca! potrebbe calmarsi in molte altre cose _ scrive Ippolito a Bice, il 10 settembre del 1859.

I Ghirardini, zii e cugini

Della zia Teresa, maritata Ghirardini, Nievo accenna in un paio di lettere, senza fare commenti. Sappiamo che i cugini Luigi e Goffredo Ghirardini, a maggio 1859 raggiungono a Torino Carlo e Alessandro Nievo e insieme a loro si arruolano nell’esercito sardo. Di Peppo Ghirardini Ippolito scrive a Bice, l’11 ottobre 1859:

 

Ruppe violentemente la rosea catena de’ suoi amori e tenaci uncini di non so quanti processi per fuggire anch’esso. Egli diletterà d’or innanzi di allegre dissertazioni criminali le belle Pavesi: il Ticino si fermerà per ascoltarlo ora che non è più occupato a tener divisi Piemontesi da Tedeschi.

 

Il cugino Baldassare, sorpreso in casa

In una lettera a Bice, Ippolito parla di una visita di gruppo, in casa di Baldassare Sopransi, marito di Cecilia Gobio, una sorella di Carlo.

Sorge inattesa, la profumata estate mantovana del ’58:

 

Si pensò di sbalordir Baldassare con una improvvisata. Figurati che invasione! ci eravamo tutti, perfino la Mamma. Infatti l’abbiamo sorpreso in giardino, ove si fece una gran vendemmia di tuberose.

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Vedi anche: Matrimonio di Alessandro Nievo Sposi novelli a Verona Famiglia Nievo a Fossato e Mantova

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7 ottobre 2004


[1] L’articolo “Sull’idropsicoterapia”, pubblicato sulla rivista “L’Età Presente” del 4 dicembre 1858 e firmato N., a mio parere, per stile e motivazioni, deve essere attribuito a Nievo.

[2] ASMn, Sicurezza Pubblica, Feste carnevalesche, 1867-1888.

[3] Lembi triangolari applicati in basso, ai lati di un abito, per aumentarne l’ampiezza.

[4] Malandato in salute.