Giocare con frasi di Nievo

Autoritratti di Ippolito Nievo

Autoritratti ad inchiostro bleu

Una raccolta disomogenea

Ricerca di Fausta Samaritani

 

In una lettera, scritta da Palermo alla sua amata cugina Bice Melzi d’Eril, Ippolito Nievo traccia un proprio, acuto e preciso profilo psicologico:

 

Mi conservo sempre fantastico, bujo, tenebroso, bilioso precisamente come era e come sarò sempre. Peggio per me.

 

Egli non ha mai rinunciato al gusto di ritrarsi, con ironia implacabile e sottile; di raccontare e meditare sulle sue abitudini, i suoi abiti, i suoi tic: una fuga per lui, ma una scorciatoia per noi, sempre alla ricerca di definizioni del pensiero nieviano. Egli si vide a Padova, studente universitario annoiato e svagato; si vide versificatore fecondo, alla maniera di Giuseppe Giusti; si vide a Milano, prigioniero in una stanzetta gelata e assiduo frequentatore di caffè letterari; si vide a Mantova, perdutamente innamorato di Matilde Farrari e più tardi campagnolo annoiato.

Gli “autoritratti”, vergati con penna agile, attraversano la vita letteraria di Nievo; ne colgono gli umori bizzarri, le speranze, i furori; segnano le tappe del suo inquieto vagare. Descriversi, raccontarsi a pochi eletti amici o a poche scelte amiche, è per Nievo un bisogno dell’anima.

In una lettera a Matilde Ferrari, suo amore e sua musa ispiratrice, datata Sabbioneta maggio 1850, egli dà un curioso catalogo di oggetti che ha in tasca. Comicità, politica ed ironia si mescolano audacemente nel tessuto delle frasi, in questo istante di meditazione sopra un elenco di oggetti. Siamo in zona esordio e Nievo ha già composto versi e abbozzato liriche; ma nulla di pronto per la stampa. Precoce, anche nella stagione di formazione egli possiede un suo intenso linguaggio:

 

Ieri sera rientrai a casa per tempo ed era solo soletto nella mia camera occupato seriamente nel contare i travi: macchinalmente cavai di saccoccia il portafogli (quel tal portafogli per cui il Signor Attilio [Magri, amico di Nievo] ha tanta avversione) e lo spiegai fra le mani: poi, come mi succede spesse volte, mi diedi a far l’inventario di quello che conteneva. Ti assicuro che vi era una bella miscellanea, un “pot-pourri” di ogni sorte e di tutti i colori. Primo. La carta di sicurezza; vedi che comincio con tutta “legalità”, con un[a] figlia della Pulizia. Essa è la mia inseparabile compagna di viaggio: ragione di più per odiarla a morte, perché a furia di stare assieme in due, il dialogo cresce di una persona cioè della Signora noja. Secondo. Una cosa arciliberale: una poesia che composi l’anno scorso per l’anniversario delle cinque giornate di Milano: la porto sempre indosso, perché ove saltasse in testa ai nostri stimatissimi padroni di accalappiarmi non manchi loro un pretesto per farmi appicccare e lo possano fare in tutta coscienza. Terzo. Una cosa affatto neutrale: due foglie di canfora che ho colto a Firenze un anno fa e che conservo ancora in memoria del Giardino de’ Pitti ove allora si passeggiava liberamente a dispetto del Sig. Granduca [aveva lasciato segretamente Firenze ad ottobre 1848 ed era riparato a Gaeta, insieme al papa], il quale lustrava allora le pantofole a quel buon capitale del Santo Padre nella stupidissima città di Gaeta. Quarto. Una lettera di mia madre che ho ricevuta questa mattina in cui mi dice… niente affatto, se si eccettuino le solite frasi di convenzione: “Io sto bene, saluta il papà, i fratelli ti baciano”: prova questa, che mia madre, quando ha vergato quel biglietto, era di cattivissimo umore, perché per solito ella scrive con gran grazia e con abbastanza spirito. Quinto. Un pezzo di carta in cui stava involto del tabacco da pipa il qual pezzo di carta è precisamente il settantaduesimo foglio delle “Metamorfosi” di Ovidio. Se questo bravo poeta tornasse al mondo un’oretta sola, oppure io potessi andarmene al Limbo, come Ercole e Perseo presso i Pagani o come Cristo presso di noi, vorrei raccontargli colla debita indignazione, come si adoperino le sue opere per incartocciare il Sale, il Tabacco e… e la Carta Bollata. Ma tant’è: questo è il destino degli scrittori: scrivere come bestie; empire d’inchiostro dei volumoni che fanno spavento; e dopo morti avere il gusto matto di vedere i propri scritti ammonticchiati nelle librerie e nelle biblioteche in compagnia dei tarli e dei sorci; ove non succeda loro il bellissimo caso, che narrava dinanzi di intorchiare i salami. Sesto. Una piccola stampa in cui è inciso un figlio che bastona suo padre: sono due anni che la tengo nel taccuino, e mille volte ho avuto occasione di vedere in atto pratico quello ch’ella mi presenta in carta ed inchiostro. […] Settimo. Una lettera, colla soprascritta, “per Ippolito”: non so di chi essa sia, ma so per altro che jeri sera io non feci caso di tutte quelle altre cianfrusaglie ed apersi quest’ultima e la lessi tanto fino a perdervi gli occhi. Finalmente dovetti riporla al suo posto, perché se mi accadesse la disgrazia di impararla a mente, mi mancherebbe il divertimento di rileggerla ancora e di trovarci delle novità.

 

Dopo la chimera, l’idillio con Matilde sfuma, colpa la gelosia di Nievo. La parabola dell’amore giovanile è stata intensa e breve, cielo e inferno, lasciando l’amaro in bocca e un sottile sarcasmo nelle parole scritte. La bella d’un tempo si è tramutata in “lingua di vipera”: ma Nievo torna spesso davanti alla casa di Matilde, anche se è alla ricerca di un equilibrio razionale. Forse, più che una fanciulla in carne ed ossa, egli ha amato una farfalla, una nuvola, una  poetica allegoria dell’amore. Scrive ad Attilio Magri, da Fossato di Rodigo, il 30 giugno 1852:

 

Impiego in alcuni saggii di severa Ideologia tutto il tempo che altre volte consumava nelle amorose fantasmagorie. Alle volte mi fermo in mezzo ad un periodo, e deposta la penna mi gusto tre buffi d’un zigaro, e al tepore inebbriante di quel fumo che mi ondeggia sulle labbra, sulla fronte evoco dalle ceneri del passato le ridenti e melanconiche visioni che furono pure realtà un tempo. Alle volte mi sembra che le oscure pareti della mia camera s’illuminino d’un repente chiarore: la mitezza del mio romitorio è incantevolmente turbata dal suono d’un Piano-forte. E’ l’Orsola che suona; daccanto a lei Matilde che mi sorride dolcemente, più lontano nella penombra veggo il mio povero Attilio che si morde le labbra _ ma perché ha la faccia così brusca e dispettosa?

 

Fu inaspettato l’incontro con una vecchia fiamma, con la bella Fanny, espressione dell’amor fisico e profano. Era forse la seducente ragazza che Nievo conobbe nel 1849 a Pisa? A quel tempo frequentava Andrea Cassa, suo complice al tempo della esuberante giovinezza, suo sincero “amico della rivoluzione”. Sembra che i due compagni siano saliti sulle barricate di Livorno, innalzate, ma invano, per contrastare il ritorno in patria del Granduca di Toscana. La lettera ad Andrea è datata Padova, giugno 1853. Tirata a lucido, è un esempio del variato lessico e della fluttuante vitalità della prosa nieviana. L’ironia alla fine salva Nievo che trionfa sulla sorpresa ricevuta:

 

Benedetta la Provvidenza che mi insegnò a scrivere e che mediante le benefiche scoperte dell’inchiostro bleu del Signor Luigi Topo, chimico patentato, della penna d’acciajo a tre punte e della carta uso Bath della privilegiata fabbrica di Rovereto me ne porge comodissimi i mezzi! Benedetto il Sole che illumina la mia camera, benedetta la coesione delle molecole, legge fisica stupenda, miracolosa, arcisoprannaturale per cui un miserabile atomo di materia colorante s’attacca ad un foglio sottile di stracci macerati come Bauci s’attaccò a Filemone, cioè d’un nodo indissolubile e veramente matrimoniale, secondo la nozione che dà del matrimonio il Pregiatissimo Signor Giustiniano Divus ac Optimus, nonché il D. Canonico di buona memoria, e il Codice Universale Austriaco di cui io sono un estratto vivente. Benedetto etc., benedetto tutto ciò che fra il Zenit e il Nadir si può benedire in sana coscienza e in retto criterio!

Dunque stringendo, ricapitolando e concludendo all’ore 4, minuti 15, secondi 3 del mattino faustissimo 12 Giugno 1853, in Padova, e precisamente sulla svolta del Teatro Nuovo verso Borgo Schiavino, durante una pioggia a secchie rovescie io viddi un’ombra, una larva un fantasma e restai petrificato come la moglie di Lot; restai petrificato 2 minuti e mezzo, per cui la grondaia sotto cui era, ebbe agio di versarmi addosso due pollici e mezzo d’acqua fresca e di rovinarmi un castorino bianco comperato il dì prima a Venezia per la somma di Austriache lire 24 abusive… Ma chi era quel fantasma, quella larva, quello spettro, a qual funesta apparizione devo io l’estasi di due minuti e mezzo, e la rovina d’un castorino? Andrea, te lo dico solennemente: Era la Fanny!!! A domani i particolari.

 

Nievo desidera rinnovare il guardaroba invernale. Scrive da Colloredo alla madre, Adele Marin, il 23 ottobre 1857, insistendo sui particolari per descrivere un preciso oggetto fisico:

 

Io sono senza “gilet” d’inverno _ a Mantova ce n’è un mio nero di lana. Compera due braccia di lana caffè, zuppa in vino o di simili colori (merinos o tibet, anzi quello che costa meno) e fammene far due dal Casante sullo stampo esatto di quello nero.

 

Un brano di un articolo giornalistico, scritto per il carnevale a Milano, intitolato Attualità e pubblicato il 20 febbraio 1858 sulla rivista milanese “L’Uomo di Pietra”. In questa esaltante stagione letteraria Nievo ha già iniziato a comporre il suo massimo romanzo:

 

Se io fossi panciuto vi animerei battendovi la polka sul mio ventre. Ma son magro, amici! magro come la fotografia d’un inconsolabile! […] O frittura mia, come sei verde! ma zitto! parlo del fegato. In quanto al cervello esso non è né verde né turchino. L’è un cervello colla nebbia; in cui le idee, i pensieri, le immagini volteggiano, scalpitano, cedono, rincalzano e si convertono a reggimenti, come un esercito nel fumo della battaglia. Due bandierone vi si accampano, l’una contro l’altra; la speranza e la paura, il sentimento e la ragione, la vita e la morte. Chi sarà il vincitore? Chi il vinto? Oh non domandiamo pronostici al mio fegato.

 

Affascinante ma incostante, la cugina Catterina Curti Melzi d’Eril, sorella maggiore di Bice, ispirò la figura della Pisana nelle “Confessioni”. Nievo nutrì per lei un sentimento, sembra non ricambiato. Brano di lettera, scritta da Udine il 7 aprile 1858, sull’onda del ricordo di una brumosa vacanza sul lago di Como:

 

Aveva freddo ella, Donna Catterina, in quelle sere? Per me la assicuro che mi scottavano le orecchie, e le mi scottano anche ora a pensarci su _ Via, via, desideri sciocchini! state quieti, e lasciatemi almeno finir in pace questa lettera. Se siete buoni vi prometto di menarvi poi a spasso dove vorrete! Dunque, come diceva prima: cosa contano quelle simpatiche passeggiate, e quelle compagnevoli fumatine, e quelle tiepide sedute al Caffè di Tramezzo; e che cosa conta oggimai la panna del Casino Besana, e l’assenzio di Menaggio, e l’arenamento di Pescallo, e l’augurio chiesto con tanta insistenza ai Tarocchi? Memorie, memorie! Fumo, fumo, fumo! Ma l’arrosto? Eh, l’arrosto si mangia in fin di pranzo _ non disperiamone.

 

Una vera autobiografia dei casi più recenti, redatta in pochi tratti decisi per uso esclusivo della signora Marietta Armellini Zorzi, e scritta da Rodigo l’8 ottobre 1859. Nievo ha fatto la campagna del 1859, come volontario garibaldino e aspetta l’ordine di arruolarsi per una nuova avventura guerresca. Nel frattempo subisce una esistenza antieroica, oscura, domestica, annoiata:

 

Quanto a me se non ha mai saputo nulla le darò in quattro tocchi la mia biografia presente e quasi anche futura. Fui letterato a Milano fino all’aprile, soldato con Garibaldi fino ad ora, e d’ora in poi imbecille campagnolo fino a nuovo ordine. Credo che quando sarò stufo di spaventare a fucilate le passere del vicinato prenderò la via di Modena, intanto faccio compagnia alla mamma che appunto per questo è uscita da Mantova e scrivacchio versi a ore perdute.

 

Un brano molto famoso, limato e vaporoso, tratto dalla lettera a Bice Melzi d’Eril, scritta da Palermo il 24 giugno 1860. Garibaldi è padrone di mezza Sicilia. Nievo, partito con i Mille, è vice intendente dell’esercito garibaldino:

 

Io era vestito come quando partii da Milano; mostrava fuor dei calzoni quello che comunemente non si osa mostrar mai al pubblico, e portava addosso uno schioppettone che consumava quattro capsule per tirare un colpo _ per compenso aveva un pane infilato nella bajonetta, un fiore di aloè sul cappello, e una magnifica coperta da letto sulle spalle alla Pollione _ Confesso che era bellino.

 

Brano dell’ultima lettera conosciuta di Ippolito Nievo. Fu scritta da Palermo il 27 febbraio 1861, pochi giorni prima di imbarcarsi per il funesto viaggio in nave, sulla rotta Palermo-Napoli. A Cesare Cologna, che chiamava “l’amico della mezzanotte” per le gite notturne nella città di Milano, Nievo scrisse biglietti e lettere, delle quali sono noti unicamente poche brevissime frasi. Queste sono le ultime, cariche di sinistro presentimento. Nievo è alla ricerca di un eroismo oscuro, conquistato con operosità e virtù; ma la sua intelligenza critica, rimasta senza progetti, non vede vie di uscita:

 

Mi secco… oggimai mi son fatto alla vita attiva e amo i vortici come l’atleta nuotatore! Oh se fossi ambizioso, se avessi sete di piaceri! Se fossi almeno cattivo! Nulla di tutto ciò. Mi conservo sempre fanciullo; amo il moto per muovermi, l’aria per respirarla. Morirò per morire… e tutto sarà finito.

 

Ippolito Nievo Lettere, a cura di Marcella Gorra, Milano, Mondadori, 1980.

 

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