Rime incatenate e orecchiabili

Terzine inedite di Ippolito Nievo

Progresso e industria

nei versi di Ippolito Nievo

di Fausta Samaritani [1]

 

1. La filanda

La terzina dantesca, per la rima incatenata e orecchiabile, è di facile comprensione e memorizzazione. Ben si prestava ad essere declamata di fronte ad un uditorio vasto e composito, che nella poesia di occasione cercava lumi su personaggi noti e su temi di stretta attualità, visti anche con taglio satirico, comico, ironico. Questo genere letterario, “collettivo” in quanto utilizzato in pubbliche letture, non disdegnava forme dialettali o veristiche, perché doveva far presa immediata, suscitando riflessione, e anche un sorriso. Il genere vantava origini antiche ed era vivificato da poeti all’improvviso, attivi nella società letteraria dell’Ottocento. Si trattava di un forma di sociologia della letteratura.

Il modello scelto, cioè la terzina dantesca, era in funzione di una commissione fatta a Nievo nel 1856, per celebrare in rima il primo anno di attività di una nuova filanda, di cinquanta fornelli, aperta in un paese del Trentino [2] . Lo scherzo poetico, intitolato: A un Amico degli Antipodi. Capitolo di Omobono. Sulle novelle del paese, era destinato alla lettura di fronte ad un pubblico semi colto e poco attento alla poesia, forse anche di fronte ad un centinaio di operai e di operaie stagionali, che avevano lavorato nella nuova filanda. La poesia si apriva dunque a settori poco acculturati e, da uno specifico fatto di cronaca locale _ la battaglia vinta da un gruppo di imprenditori onesti e lungimiranti, contro i «bietoloni» del paese, miopi maligni e retrogradi _ assurgeva ad insegnamento morale, assumendo funzione didattica, sociale, politica. La poesia di occasione diventava così un mezzo di formazione, un legame stretto tra letteratura e industria.

 

Nievo si insinuava nel dibattito sulla poesia, che divideva i classicisti dai romantici da quando Ludovico Di Breme aveva pubblicato, nel 1818, una sorta di manifesto della poesia “moderna”, il cui immaginario doveva ispirarsi al vero e non a modelli classici. Nella visione idilliaca e semplificata di una filanda, Nievo rappresentava dinamiche sociali in rapida trasformazione: padroni generosi avevano rischiato in proprio e d’altro canto “buoni operai”, erano stati premiati con miglioramenti economici.

 

Giran le ruote, svolgesi la trama

E il lavoro ognidì cento infelici

Famiglie ajuta e del suo pan le sfama.

 

Nella filanda _ tempio del lavoro, castello incantato paleo-industriale che offre uno spazio inedito all’immaginazione poetica _ tra il frastuono di macchinari la nuova “arte meccanica” celebra i suoi riti, esaltando la genialità e la perseveranza del padrone-ideatore e l’applicazione del setaiolo. L’immagine della ruota dentata, fulcro della “virtù meccanica”, sembra presa in prestito dalla carta della Fortuna dei tarocchi e diverrà l’allegoria che coniuga l’idea di tempo industriale, ripetitivo, con quella di azzardo impreditoriale.

 

Nella poesia di Nievo l’io narrante, un falso ingenuo sullo stampo di Candide, proietta la sua visione: finge di credere all’esistenza di uomini che negli Antipodi si muovono coi piedi attaccati al soffitto. Alla nativa e ingenua purezza di costumi dell’Omobono, Nievo contrappone i modi degradati di chi vive all’opposto Emisfero e si proclama, senza esserlo, un uomo civile; in analogo modo la virtù innata del contadino e dell’operaio, illetterati, è in aperto contrasto con parte della cosiddetta civiltà del borghese colto, che di fatto tende ad ostacolare il progresso industriale.

Nievo si rivolge direttamente all’uomo degli Antipodi:

 

Amico nostro, perché là voi siete

Dove la testa a pendolo, e le piante

Salde al soffitto senza pece avete,

 

Né la testa perciò vi sa pesante,

Né a sottigliare il sangue che qui piomba,

è d’uopo la lancetta e il vescicante,

 

Scriver vogl’io di questa nostra tomba,

Dove ancora si cammina all’uso antico,

Ed anco il piede destro via s’impiomba.

 

L’immagine dell’Omobono è forse ispirata alla figura del giocoliere, rappresentato con piedi in alto e testa in giù nel tarocco dell’Appeso e sui capitelli e sulle facciate delle chiese romaniche: in un’epoca, come il Medioevo, in cui la libertà di espressione non era permessa, si tolleravano le parole sboccate e i gesti irriverenti di un “pazzerello” a testa in giù, rivolte contro la corruzione del clero e la ferocia dei feudatari.

 

L’industria serica, che dal Seicento si era stabilmente insediata nel Nord Italia, soprattutto in Veneto, Friuli e in parte della Lombardia, territori dominati dalla Serenissima, aveva influito anche sul paesaggio che nelle immense piantagioni di gelsi portava il suggello della seta. In queste aree l’agricoltura era compatibile con l’industria e il contadino, nelle pause stagionali del lavoro nei campi, diventava setaiolo. Alcuni operavano in tutta la filiera della produzione, escluso il commercio: coltivazione dei gelsi, allevamento dei bachi, annaspatura, incannatura e filatura della seta. Anche Renzo Tramaglino e suo cugino Bortolo erano contadini/operai, in bilico tra agricoltura e industria. Nella lungimiranza dell’imprenditore, la nativa virtù di chi lavorava la terra, laboriosamente, trovava un felice stimolo verso la conquista di un patrimonio comune: il progresso sociale e lo sviluppo economico.

 

2. Il treno

Punta avanzata della rivoluzione industriale, la forma nera della locomotiva viaggiava a sobbalzi, con la sola forza del fuoco, attraversando campagne e collegando città a città. Nel 1855 la ferrovia, tranne un breve tratto che ancora si doveva percorrere in carrozza a cavalli, univa Milano a Venezia. Vero ciclope moderno, il fuochista nell’immaginario collettivo aveva sostituito la figura classica dell’antico ciclope. Presto nascerà un nuovo filone di letteratura didattica e pedagogica per il popolo, destinato a chi punta alla propria emancipazione intellettuale e alla propria fortuna materiale.

 

Nel 1855 escono i Versi di Ippolito Nievo, con la Poesia d’un’anima. Brani del giornale d’un poeta. Dopo un lungo soggiorno sulle sponde del Lago di Garda, il poeta e la sua amica partono in treno da Peschiera, diretti a Venezia [3] .

 

Ruota da fuoco interno

Mossa in giro veloce,

Che prende il flutto a scherno

E la terribil voce

Onde il Benaco il vanto

Dell’ira al mar cortese,

Me dell’amica accanto

Trasse ove siede il bello e forte arnese

Cui vide il gran Fuggiasco

Fronteggiar il Bresciano e il Bergamasco.

 

Il treno, che procede via terra, se la ride delle tempeste d’acqua che agitano il Garda. Nievo coglie la citazione della fortezza di Peschiera dall’Inferno di Dante [4] :

 

Siede Peschiera, bello e forte arnese

Da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi.

 

La parola arnese richiama alla mente l’Arsenale di Venezia, che Dante visitò tra il 1304 e il 1306 e descrisse nell’Inferno. Una grandiosa similitudine lega la pece vischiosa, spessa e tenace, maneggiata dagli arsenalotti, alla pece bollente in cui sono immersi per l’eternità i barattieri.

Il treno di Nievo,

 

il ferreo destriero

Sbuffa dall’ignee nari

 

prosegue la sua corsa attraverso un paesaggio idilliaco, con ameni clivi, con vigneti / di grappoli giulivi, con colline gioconde, bruscamente interrotto dal sotterraneo calle, la nuova galleria ferroviaria della stazione di Vicenza. Arriva quindi sul nuovo ponte che sovrasta un braccio della laguna:

 

Poi per sentier, che nuove

Leggi sul mar s’arroga,

Noi con più docil foga

Tragge il Vapor.

 

Rallenta il treno, Venezia appare: novella Venere, nata

 

Dall’azzurro spumoso del mare.

 

13 dicembre 2004

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[1] Sintesi dell’intervento al Convegno Nazionale dell’A.I.S.L.L.I. Creazione poetica e tradizione letteraria. Lucca 11-12 dicembre 2004. 

[2] Questa poesia, di cui non si aveva alcuna notizia, è stata rintracciata in originale e parzialmente pubblicata per la prima volta da Fausta Samaritani nel saggio: Ippolito Nievo, utilità sociale del letterato, impegno sociale e politico del garibaldino, in Lingue e letterature in contatto, Atti del XV Congresso dell’A.I.P.I. Brunico 24-27 agosto 2002, volume I, pp. 439-442, Firenze, Franco Cesati Editore, 2004.

[3] Cfr., Ippolito Nievo, Poesie, a cura di Marcella Gorra, Milano, Mondadori, 1970, pp. 218-219.

[4] Inferno, XX, vv. 69-70.