A spasso per Mantova

Un itinerario romantico a Mantova

Itinerario romantico

mantovano

di Fausta Samaritani

Ippolito imbocca il portone del palazzetto Nievo ed esce su contrada Corta, maledicendo, al suo solito, i sassi delle strade di Mantova che chiama regina delle paludi.

L’edificio di fronte, ai numeri 733 e 733a, già proprietà del nonno Alessandro, è stato assegnato in eredità allo zio Luigi, fratello minore del padre. In origine erano due case distinte, ristrutturate nel 1805 da Alessandro Nievo che le aveva dotate di una unica, armonica facciata. Una porzione di una delle case, sporgente su contrada Corta, fu sacrificata e completamente abbattuta, allargando di sei piedi la via.

Sotto strada, un corridoio segreto unisce le proprietà dei due fratelli Antonio e Luigi Nievo.

 

Ippolito devia a sinistra e imbocca vicolo Trentossi, stradina vivace, rumorosa e piena di botteghe, di negozi, di artigiani. C’è anche una osteria, dove a fine Settecento si rappresentava Goldoni.

 

Sul fondo, Trentossi restringe in una piccola arcata e sbuca sotto i portici.

A destra si apre contrada dé Sogliari, a sinistra contrada Croce Verde, strada elegante con bei porticati quattrocenteschi.

 

Nievo traversa e imbocca via della Posta Vecchia, dove si affacciano palazzetti con i portoni incorniciati da belle mostre di pietra e con i balconi fioriti.

In fondo, si allarga via del Magistrato. A sinistra si intravede la chiesa di Sant’Andrea di Leon Battista Alberti, con la cupola di Filippo Juvara.

Ippolito ricorda forse la paura nera che gli bloccava lo stomaco mentre il cuore volava pieno di speranze, quel 22 marzo 1848, giorno della rivoluzione mancata? Sulla scalinata di Sant'Andrea la Guardia Civica era disposta in tre file, ginocchio a terra e carabina puntata. La spalleggiava un gruppo di popolani, muniti di ferri taglienti e di randelli. Attilio Magri, il suo fraterno amico, teneva in mano la corda di una campanella. Ad un cenno del capitano Strambio aveva ordine di suonarla, avvertendo così il campanaro di suonare a martello, perché la rivoluzione era cominciata. Di fronte alla Basilica di Sant’Andrea era schierato uno squadrone austriaco, con dietro la cavalleria Haugwitz che di austriaci aveva solamente il nome e le divise. Il caporale Bonduri gridò: Non sparate, siete anche voi italiani! Tutti rimasero bloccati. 

Si svolgeva nel frattempo un drammatico incontro tra il Podestà D'Arco e i suoi consiglieri da una parte, e l'infido capo della Polizia Martello insieme col comandante austriaco della Fortezza di Mantova dall’altra. Uno dei tre consiglieri del Podestà era lo zio Giuseppe Nievo, uomo generoso, raffinato, eterno malato immaginario. Con i buoni uffici del vescovo si arrivò ad un compromesso: la Guardia Civica avrebbe rotto le file e lo squadrone "austriaco" sarebbe rientrato in caserma. La guerra si trasferiva fuori delle mura di Mantova. Il 31 marzo 1848 Radetzky entrava da porta Pradella. Si seppe poi che il capo della Polizia Martello aveva ordinato di riempire di segatura le cartucce della Guardia Civica. Anni dopo, il 22 settembre 1859, Nievo scriverà a Bice Gobio Melzi d'Eril:

So dello Zio Giuseppe che invece non istà bene affatto, ma è piucchemai persuaso di non dover morire, perché morto lui gli uomini di Mantova resterebbero senza testa, e le donne senza cuore.

 

Ippolito imbocca dunque via del Magistrato, forse buttandosi dietro le spalle i ricordi amari della rivoluzione mancata. Il Caffè di Monsù ha una facciata nuova, disegnata dall'architetto Cherubini. Nievo non ha tempo da perdere in chiacchiere. Passa davanti al Palazzo Civico, dove si raduna il Consiglio Comunale. Le colonne corinzie che ornano la facciata ostentano il gusto neoclassico dell’architetto Vergani:

 

Illusi! _ forse pensa Ippolito _  quelli che vennero qua sotto a gridare: Viva Pio IX!

Pochi passi ancora e a sinistra si apre la via del Ginepro, strada ad andamento irregolare, con case antiche e con una osteria da cui deriva il nome.

 

A destra si dirama la Pescheria che scavalca il Rio, il canale che unisce il Lago Superiore a quello Inferiore, traversando il centro di Mantova e allargandosi poi nel Porto Catena.

Il doppio porticato che fiancheggia il ponte è stato disegnato nel 1535 da Giulio Romano, che a Mantova tutti conoscono come Giulio Pippi.

Questo è il luogo deputato al commercio del pesce. A che cosa pensa Nievo? forse al luccio in salsa? o al risotto alle rane? o ai bìgoi con bottarga di persico? Ippolito forse non pensa affatto: va a passo di corsa, si sente vicino alla meta.

Costeggia la chiesa di San Domenico con l'antico campanile di cotto, supera anche il convento, una volta sede del Tribunale d'Inquisizione e ora caserma.

Imbocca via San Domenico e si arresta davanti alla casa dove abita la signorina Matilde Ferrari. Non sempre il percorso di Ippolito Nievo, da contrada Corta a San Domenico, è così diretto.

Martedì verso le otto e mezza uscii di casa _ scrive a Matilde il 17 luglio 1850 _ e dopo un discreto giretto fatto con una discreta furia, mi ridussi in contrada S. Domenico: ho veduto te sul poggio della Signora De Rossi; ma ho veduto un altro signore, di cui non m'importava né punto né poco, entrare in casa vostra. [...] Il fatto sta, che io continuai la mia via lungo la Pescheria, che svoltai a manca per la via del Ginepro, poi camminai la giusta metà di quella del Magistrato, da dove per la via della Posta e per l'allegrissimo viottolo dei Trentossi mi ridussi a casa.

 

Da contrada Corta a San Domenico (cioè da l'attuale via Ippolito Nievo fino a via Mazzini), a piedi e di buon passo, bastano cinque minuti. Passarono invece cinquanta anni e nessuno più ricordava il primo amore di Ippolito Nievo, quando lo storico Alessandro Luzio pubblicò tre delle tante, lunghissime lettere d'amore, scritte da Ippolito a Matilde. Dopo la prematura morte di Matilde Ferrari, la famiglia Nievo non tentò di recuperare queste lettere. Di questa giovane donna ci restano una foto che la ritrae in piedi, appoggiata alla spalliera di una sedia e un ritratto ad olio, dipinto dalla sorella Lina Poma Ferrari e noto come "la fidanzata di Ippolito Nievo". In questo ritratto Matilde veste un abito color avorio, semplice e accollato e porta al collo un fazzoletto scuro. Ha gli occhi abbassati e l'espressione attenta e triste. Forse è lo stesso vestito e la stessa sciarpa, indossati il giorno in cui conobbe Nievo. Nessuna lettera di Matilde ad Ippolito si è conservata.

Con melanconico rimorso Ippolito ricordava il loro primo incontro, quella mattina del 28 dicembre 1848:

Lavorava in un pajo di calze; _ scrisse ad Attilio Magri il 30 giugno 1852 _ le punte delle sue rosee dita escivano da un pajo di guanti tagliati apposta all'ultima falange per maneggiare i ferri più speditamente; la vestivano un abito di mussola color canna, e un fazzolettino nero che le riparava il collo salendole fin sotto il mento. Levossi in piedi, e ne salutò con quel pudico movimento degli occhi, in cui si dimostra il grande merito di lei, la bontà d'un angelo.

Alterato dal sospetto di tradimenti e condito da gelosia immotivata, l’amore per Matilde era stato per Ippolito Nievo dolce e non dolce, come i tortelli di zucca, superbo piatto della cucina gonzaghesca; o, più semplicemente, crollò miseramente quando Matilde, sotto le apparenze di una adolescente dolce e ingenua, si rivelò invece una donna in carne ed ossa e dalla sensualità forte e aggressiva.

 

Di indole assai diversa era la sorella Lina, fidanzata con Attilio Magri, un amico carissimo d’Ippolito Nievo. Sposò Luigi Poma, fratello di Carlo che è stato uno dei Martiri di Belfiore. Lina Ferrari si divise dal marito, nonostante i molti figli. Era una donna emotiva e in lei l’aggressività era evidente, manifesta, scoperta. Burrascoso fu anche il fidanzamento di Lina con Attilio Magri, causa di non poche pene al ragazzo che invano Ippolito tentò di consolare. In quegli anni, alla guida di un carrozzino, Lina se ne andava sola a Verona, a prendere lezioni di pittura da Vincenzo Cabianca, di cui divenne l’amante. Nei paesaggi mantovani e lacustri di questa pittrice sensibile e moderna avverti un riverbero della scuola macchiaiola. Queste informazioni orali le devo alla Prof.ssa Rosaria Guadagno, biografa e studiosa della Poma.

A chi volesse oggi percorrerlo, propongo un breve e sinuoso Itinerario Romantico Mantovano:

contrada Corta, numero 732 è oggi via Ippolito Nievo, 19; vicolo Trentossi è via Guglielmo Oberdan; contrada Croce Verde e contrada dé Sogliari formano oggi corso Umberto; via della Posta è via Cesare Battisti; via del Magistrato è via Roma; via del Ginepro è via Filippo Corridoni; via Pescheria è rimasta via Pescheria; via San Domenico si chiama oggi via Giuseppe Mazzini. Secondo le informazioni di Marcella Gorra, la casa di Matilde è al numero 18.

Fausta Samaritani

© Fausta Samaritani 2001. Tutti i diritti sono riservati.

Biblioteca Ippolito Nievo Ippolito Nievo online

Le foto di Mantova sono di Fausta Samaritani

 

Fausta Samaritani, 375, Via della Camilluccia, I_00135 Roma