Carlino ne Le Confessioni d'un italiano

Giulio Savelli e

Claudio Magris hanno detto:

Carlino scopre il mare di Giulio Savelli

A partire dal XVIII secolo la perdita di rapporto diretto fra individuo e il cosmo, di un rapporto empatico con la natura si manifesta nella ricostruzione deliberata di tale relazione […] e trova nella letteratura, oltre che nella filosofia, un idoneo luogo di elaborazione. La scoperta del mare che Carlino Altoviti compie nel III capitolo delle Confessioni d’un italiano di Ippolito Nievo è un esempio ottocentesco di ricostruzione letteraria di tale perduto rapporto fra individuo e cosmo. Vedere il mare è parte di quell’esperienza dell’orizzonte_dell’illimitato e della limitatezza dello sguardo umano, della perdita di un orientamento consueto e della partecipazione al sublime della natura attraverso tale perdita_che tanta parte ha nella costruzione del soggetto che si potrebbe convenzionalmente indicare come "romantico". Sono poche pagine che certamente tutti i lettori de Le Confessioni ricordano. Un pomeriggio Carlino, durante un avventuroso vagabondaggio solitario nei dintorni del Castello di Fratta scopre di essere giunto in un luogo nuovo e ignoto. Raggiunge la sommità di un declivio e lì si apre davanti un paesaggio vastissimo.

Mi ricorderò sempre_dice Carlino_l’abbagliante piacere e quasi lo sbigottimento di maraviglia che ne ricevetti. Aveva dinanzi un vastissimo spazio di pianure verdi e fiorite, intersecate da grandissimi canali simili a quello che aveva passato io, ma assai più larghi e profondi. I quali s’andavano perdendo in una stesa d’acqua assai più grande ancora; e in fondo a questa sorgevano qua e là disseminati alcuni monticelli, coronati taluno da qualche campanile. Ma più in là ancora l’occhio non poteva indovinar cosa fosse quello spazio infinito d’azzurro, che mi pareva un pezzo di cielo caduto e schiacciatosi in terra: un azzurro trasparente, e svariato da striscie d’argento che si congiungeva lontano lontano coll’azzurro meno colorito dell’aria.

Mentre Carlino osserva stupefatto, il sole esce dalle nuvole e va a tramontare in mare.

D’improvviso i canali, e il gran lago dove sboccavano,_continua Carlino_diventarono tutti di fuoco: e quel lontanissimo azzurro misterioso si mutò in un’iride immensa e guizzolante dei colori più diversi e vivaci. Il cielo fiammeggiante ci si specchiava dentro, e di momento in momento lo spettacolo si dilatava s’abbelliva agli occhi miei e prendeva tutte le apparenze ideali e quasi impossibili d’un sogno. Volete crederlo? Io cascai in ginocchio, come Voltaire sul Grutli (1) quando pronunziò dinanzi a Dio l’unico articolo del suo credo. Dio mi venne in mente anche a me: quel buono e grande Iddio che è nella natura, padre di tutti e per tutti. Adorai, piansi, pregai: e debbo anche confessare che l’animo mio sbattuto poscia dalle maggiori tempeste si rifugiò sovente nella memoria fanciullesca di quel momento per riavere un barlume di speranze. No, quella non fu allora la ripetizione dell’atto di fede insegnatomi dal Pievano a tirate di orecchi, fu uno slancio nuovo spontaneo vigoroso d’una nuova fede che dormiva quieta quieta nel mio cuore e si risvegliò di balzo all’invito materno della natura! Dalla bellezza universale pregustai il sentimento dell’universale bontà.

Il significato dell’esperienza di Carlino è sviluppato secondo un modello che ha evidenti origini settecentesche, e di cui è traccia testuale il riferimento a Voltaire; ma è Rousseau_e precisamente la Professione di fede del vicario savoiardo, nel IV libro dell’‹ mile_la traccia ideologica sottesa all’esperienza di Carlino e al pensiero religioso di Nievo. […] Il vicario savoiardo di Rousseau e Voltaire compiono un atto di intenzionalità per così dire didascalico: vanno appositamente su di un monte, con un bel panorama, per percepire o far percepire la divinità del cosmo. Carlino invece si trova per caso di fronte al sublime della natura.[…] L’accento di Nievo è posto sulla spontaneità del sentimento vissuto. La novità, rispetto al modello ideologico, si manifesta non sul piano intellettuale, ma su quello strettamente letterario. Il racconto dell’esperienza di Carlino è infatti giocato tutto sulla novità per lui assoluta dello spettacolo del mare. Questa novità non cambia il significato filosofico dello spettacolo, ma sottintende una diversa situazione spirituale. […] La spia stilistica più appariscente è nella parola "mare", che non compare mai nel testo: sta al lettore comprendere che Carlino ha visto il mare. La sua esperienza è cioè trattata con la tecnica dello straniamento.

Giulio Savelli, da Carlino Altoviti scopre il mare. Una nota sulla spontaneità intenzionale e la letteratura. XIV Congresso A.I.P.I. "… e c’è di mezzo il mare": lingua, letteratura e civiltà marina, Spalato (Croazia) 23-27 agosto 2000.

  1. Monte nel Cantone svizzero di Uri, dove si racconta che Voltaire abbia pronunciato una professione di fede in Dio, alla vista del sorgere del sole.

[… e c’è di mezzo il mare] di Claudio Magris

Scrivere significa sempre trascrivere qualcosa che è più grande di noi: anche quando si tratta di poveri diavoli [...] perché raccontare la vita, parlare di destini, di qualcosa che c’innamora, invecchia, muore, ci deve dare il senso dell’umiltà di fronte alla vita. […] Se c’è un tema di vastità, d’intensità, di pregnanza simbolica immensa, incommensurabile, è proprio il mare.[…] Thomas Mann una volta ha scritto che il mare, che vedeva a Lubecca avanti a sé, era stato fondamentale per la sua scrittura_anche se poi in fondo ne ha scritto poco_per la musica, per il ritmo della sua lingua. […] Parlerò di questo mare d’acqua, di questo mare di carta perché è segnato dall’amore per la letteratura.

Per me il mare è legato ai primi ricordi d’infanzia. Io sono nato e cresciuto a Trieste fino a diciott’anni. […] Ancora adesso, dalla fine d’aprile fino al mese di novembre, quando sono a Trieste, non c’è giorno che Dio mandi sulla terra, in cui io non faccia un tuffo in mare. […] Questa familiarità, questa necessità, questo senso per i bambini, che hanno un’altra dimensione del tempo, della grande estate […] quindi i colori, gli odori […] Il mare a Trieste è apertura, questo golfo che dà il senso dell’aperto, per un bambino, dello sconfinato. Questo Golfo di Trieste […] dove ho ambientato un mio libro. Questo senso di una frontiera che appare comunque più fluida, meno dura, meno rigida che non vista da terra. […] Il mare è sempre stato un grande veicolo, un incontro, una dimensione più aperta, meno ossessionata dalla febbre, dalla durezza etnica dell’isolamento. […] Non è mare di sabbia: è mare di roccia.

Il mare è il paesaggio amoroso per eccellenza: E’ incomprensibile l’amore, l’eros, senza il mare. […] La mia storia è stata molto marina.

Trieste ha due anime: c’è l’anima molto continentale, molto europea, che in quanto tale è stata una grande stazione della cultura mitteleuropea, grande laboratorio della crisi della civiltà europea, grande osservatorio del nichilismo, della crisi dei valori, del disagio della civiltà, della vita intesa come minaccia […] quindi questo senso dell’enorme dilagare di meccanismi di difesa_Franz Kafka, Italo Svevo_meccanismi che finiscono per rovinare la vita. Quindi la cultura grande, perché ha vissuto grandemente una verità dell’epoca; ma molto continentale, molto abbottonata, molti cappotti, molti loden, molta posizione eretta; non la cultura dell’abbandono, della posizione orizzontale, del corpo libero. […] E l’altra è l’anima marina, etica, dell’apertura al mondo. […] Il mio libro Danubio è certamente un viaggio attraverso la Mitteleuropa […] ma puntando al mare, alla foce, all’apertura marina.

Il mare ha avuto per secoli anche una valenza simbolica negativa. Le acque amare, gli abissi come simbolo del male, l’elemento infido, ostile, incerto; il grande sudario che chiude l’ultima pagina di Moby-Dick di Herman Melville, il naufragio di Ulisse in Dante. […] Il mare che logora, che smacca, il mare difficile di ’Ntoni nei Malavoglia di Giovani Verga. […] Io continuamente intreccio il mare incontrato in acqua e il mare incontrato sulla carta.

Il mare dell’abbandono, quel mare in posizione orizzontale che dà il senso dell’unità della vita, nonostante le lacerazioni: così come il mare è immobile e sereno, nonostante sia la quiete dopo la tempesta e nasconda tanti delitti, tante tragedie. […] Il mare da dove proveniamo.[…] Il mare mi ha sempre aiutato, nei momenti anche bui, di grandi dolori, di grandi turbamenti: nei momenti in cui si è inceppati dentro.

Thomas Mann una volta diceva che l’amore per il mare non è che amore per la morte. […] C’è anche un mare inquietante, come simbolo di ogni assolutezza: è qualcosa che mette in crisi ogni individualità. Ho scritto un libro che si chiama Un altro mare, dove il titolo allude non soltanto al fatto che io conosco concretamente l’Adriatico, dove succede tutto, […] e poi l’Oceano che il protagonista attraversa. Ma ci sono due altri mari, più importanti: uno è il mare concreto, gli odori, i colori, i sapori, il mare che si mette in bocca, che si sente sulla pelle e poi l’altro è il mare senza rive, senza nulla, che è simbolo dell’assoluto, pericolosamente simile a quello della morte. […]

Questo libro cui ho accennato, Un altro mare, non sarebbe nato se io una sera, in Istria […] in una vecchia casa, dove aveva vissuto il protagonista da cui avrei preso spunto e di cui avrei poi narrato la storia, […] non avessi aperto alle nove di sera, facendo luce con una lampada tascabile, insieme a un mio studente, un vecchio baule che aveva traversato due volte l’Oceano insieme a questo personaggio. E mentre io aprivo questo baule, mi sembrava di essere Billy Bones dell’Isola del tesoro di Stevenson […] e sentivo questo rumore forte di risacca e di vento e in qualche modo senza questo rumore io non avrei scritto questo libro, non perché questo rumore mi desse delle informazioni, ma perché mi dava l’idea di comunicare la musica della vita.

Claudio Magris, dalla Conferenza in apertura al XIV Congresso A.I.P.I. "…e c’è di mezzo il mare": lingua, letteratura e civiltà marina, Spalato (Croazia) 23-27 agosto 2000.

La relazione di Giulio Savelli su un famoso passo delle "Confessioni" di Nievo, lucidamente e sapientemente costruita, si potrà leggere nella sua interezza sugli Atti del Congresso A.I.P.I. di Spalato. Claudio Magris ha invece parlato a braccio, su argomenti diversi e con diversi registri_ironico sulla vita quotidiana, tenero nel ricordo del padre, della madre e della moglie, palpitante su Trieste. La sua "Conferenza" senza titolo è stata captata da un piccolo registratore. Lo stesso Mare Adriatico dunque visto da Ippolito Nievo, uno scrittore di ieri, e visto con l’ottica di uno scrittore di oggi, Claudio Magris.

Bigia

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