La Massoneria finanziò Garibaldi?

Quanto valeva la piastra turca?

Quanto valeva la piastra turca?

 

Una ipotesi sui finanziamenti occulti a Garibaldi

 

Note di Fausta Samaritani

 

Monete a metà Ottocento

Nel 1843, entro un sistema bimetallico nasceva la lira piemontese. La moneta d’argento da una lira conteneva 5 grammi d’argento fino. La moneta base, in oro, era quella da 20 lire e conteneva grammi 6, 45 d’oro zecchino. Il sistema piemontese corrispondeva, per peso e valore delle monete, a quello francese, tanto è vero che nelle provincie soggette al Re di Savoia la parola “franco” era usata indifferentemente alla parola “lira”. La legge Pepoli, del 24 agosto 1862, riformò il sistema monetario del Regno d’Italia. Pepoli optò ancora per il sistema bimetallico, poiché i titoli del nostro debito pubblico erano anche negoziati in Paesi che avevano una moneta legale d’argento e non usavano l’oro. Iniziò il graduale ritiro delle monete circolanti, battute dagli antichi Stati e dall’Impero d’Asburgo, ritiro che terminò nel 1865, salvo le provincie meridionali (a Napoli si continuò a usare il tornese di rame fino a fine Ottocento).  ducato napoletano d'argento 1840

Anche la Turchia aveva un sistema bimetallico. La lira turca, in oro, pesava grammi 6,61519 – qualche frazione più del “marengo” piemontese e francese – e corrispondeva a 99,8292 grammi d’argento puro. Il “kuruş”, in argento, era un centesimo della lira turca. In Occidente era comunemente chiamato “piastra”, termine che in Italia del Nord indicava anche, genericamente, una moneta in argento, senza il necessario riferimento alla piastra turca. In Turchia si producevano anche monete in rame, dette “para”. 40 para equivalevano a 1 kuruş. Se la lira d’oro turca era battuta dal governo centrale, il kuruş d’argento, o piastra, era prodotto localmente dai vari Bey che spesso lesinavano sull’argento, con il risultato di deprezzare questo taglio di moneta che, per tale motivo, circolava esclusivamente nei territori dell’Impero Ottomano. 

Nel Regno delle Due Sicilie il sistema era monometallico. Si basava sul ducato d’argento – prodotto in varie pezzature – che valeva circa 4,2 volte più, sia della lira piemontese sia del franco francese. In Sicilia il ducato era chiamato comunemente “onza” e la sua frazione in rame era detta “grano” o “pìcciolo”. A Napoli invece si parlava comunemente di “ducato” per l’argento e di “tornese” per il rame.

Queste poche note evidenziano che nell’Ottocento la terminologia per le monete non era così rigida, come quella che oggi usiamo. Se parliamo di Dollaro canadese, o di Dollaro statunitense, o di Euro, o di Yen giapponese oggi ci riferiamo a una moneta ben precisa.

 

Finanziato Garibaldi in piastre turche?

La notizia è uscita da un Convegno delle Logge massoniche piemontesi nel 1988. Nel 1860 i Mille di Garibaldi sarebbero stati finanziati da Logge massoniche inglesi (o inglesi e francesi, o inglesi e americane, o inglesi americane e canadesi) con 10mila piastre turche “d’oro”. I documenti sarebbero emersi negli archivi della Massoneria inglese; ma non sono, fino ad oggi, mai stati pubblicati. Negli ultimi tempi si è favoleggiato su questo presunto finanziamento occulto di logge massoniche straniere a Garibaldi. Il valore delle 10mila piastre turche d’oro è stato da alcuni storici nostrani valutato in 3 milioni di lire dell’epoca, cioè, pari a “molti miliardi di dollari odierni”. La cifra è notevole: le idee non sono chiare.

Il problema al contrario è di facile soluzione: erano 10mila lire d’oro turche, oppure 10mila piastre d’argento turche? Perché la frase “10mila piastre d’oro turche” è sicuramente errata.

Nel primo caso: 1 lira turca d’oro corrisponde a circa 22 lire piemontesi. 10mila lire turche d’oro corrispondono circa 220.000 lire piemontesi che a loro volta corrispondono a 52.380 ducati napoletani.

Nel secondo caso: 1 piastra d’argento turca corrisponde a 0,022 lire piemontesi. 10mila piastre d’argento turche corrispondono a 2.200 lire piemontesi, cioè a 523,8 ducati napoletani. Scartiamo questo secondo caso, perché mi sembra un finanziamento ininfluente, per Garibaldi e i suoi Mille uomini.

Torniamo ai 52.380 ducati d’argento napoletani. Ora, nel momento di maggiore sforzo per le finanze siciliane, cioè quando Garibaldi, dopo la vittoria a Milazzo, si preparava al balzo in Calabria, la vice Intendenza di Palermo, sotto la guida di Ippolito Nievo, spendeva circa 25.000 ducati al giorno. Nievo si doveva occupare non solo degli uffici centrali palermitani, ma anche dei vari uffici della vice Intendenza sparsi in Sicilia, dove Garibaldi aveva localizzato i circa 2.500 uomini che rimasero sul posto, a coprirgli le spalle, mentre il grosso dell’esercito passava lo Stretto di Messina. L’ufficio guidato da Nievo svolse un compito insostituibile, nell’accogliere prima e nel convogliare poi i nuovi volontari, sbarcati a Palermo, verso i punti d’imbarco per il Continente. Le navi dovevano essere fornite di armi e di ogni altro oggetto di casermaggio che sarebbe stato indispensabile fino a Napoli. lira turca in oro

Questi ipotetici 52.380 ducati bastavano quindi, in quel frangente, a coprire la spesa di due giorni. E’ lecito pensare che una nave come l’“Ercole”, con circa 45 persone a bordo sia stata, di proposito, colata a picco per coprire un finanziamento occulto di 52.380 miseri ducati? E credete che il generale borbonico Ferdinando Lanza, palermitano e ottantenne, con i suoi generali, avrebbe abbandonato Palermo a Garibaldi per la misera cifra di 52.380 ducati? E vogliamo ancora credere alla favola che 10mila “piastre” d’oro turche corrispondevano a 3 milioni di lire? E Lanza e i suoi generali, e i soldati mercenari bavaresi avrebbero accettato monete d’oro turche – che si utilizzavano, solo in casi particolari, per pagare merci turche – in cambio del loro tradimento? Come avrebbero potuto spenderle, o cambiarle, senza essere notati?

Ciliegina sulla torta: le monete d’oro non avevano corso legale nel Regno delle Due Sicilie. Il governo non ne riconosceva il valore e non ne garantiva il cambio. Potevano essere cambiate, ma solo per il valore del metallo e non in banca, ma da privati. Nelle casse delle banche napoletane e siciliane esistevano unicamente ducati d’argento e tornesi di rame, battuti dal Regno. La lira turca era usata unicamente per alcune transazioni con la Turchia o con Paesi soggetti all’Impero Ottomano, poiché per alcune merci, in Oriente, non si accettavano altre monete oltre quella turca. E chi avrebbe potuto cambiare tutte quelle monete d’oro a Garibaldi, se la cassa per i privati (gli unici che potevano effettuare il cambio in ducati, prelevandoli dal proprio conto corrente) a Palermo rimase chiusa dal 26 maggio al 25 giugno !860, mentre Lanza e i suoi generali lasciarono la città il 12 giugno?

 

Torniamo a Nievo. A fine giugno 1860 in una lettera egli ringrazia la madre di avergli fatto avere 50 “marenghini”. Non era la prima volta che sua madre gli mandava denaro, in monete d’oro. Nievo scrisse che si era recato dal console d’Austria che era stato gentilissimo con lui: una riprova che il cambio di monete d’oro sotto i Borboni era gestito dai privati.

 

La Massoneria italiana

Nel 1860 la situazione della Massoneria in Italia era la seguente: esistevano solamente due Logge. L’Ausonia era di area piemontese, monarchica, fedele alla politica di Cavour. Esponenti di spicco di questa Loggia erano due siciliani: Giuseppe La Farina e Filippo Cordova. La Farina presiedeva la Società Nazionale che raccolse oboli per il progetto di Garibaldi. Secondo gli accordi, La Farina doveva pagare i contrabbandieri, incaricati di fornire armi a bordo del “Piemonte” e del “Lombardo”. Ma i contrabbandieri mancarono all’appuntamento, o perché La Farina non li aveva pagati, o perché intascarono i denari senza consegnare le armi. I fondi della Società Nazionale furono utilizzati più tardi, per armare i volontari comandati da Medici che arrivò in Sicilia a metà giugno 1860. Garibaldi aveva ordinato a Medici di sbarcare sulle coste laziali, ma La Farina seppe dissuaderlo e convincerlo a sbarcare in Sicilia. I volontari della Spedizione Medici furono essenziali a Milazzo.

L’altra Loggia era il Supremo Consiglio del Grand’Oriente d’Italia. Nata a Palermo a agosto 1860, quando già Garibaldi era in Calabria, era presieduta da Crispi e contava una trentina di esponenti, tutti siciliani, democratici e di area repubblicana. Le due Logge erano fieramente contrapposte, l’una all’altra. Crispi e La Farina si odiavano. Nessuna delle due Logge era stata riconosciuta dai Fratelli inglesi, francesi e americani come Grande Oriente d’Italia.

Nel 1862 Garibaldi tornò in Sicilia, accolto con gli onori di un capo di Stato. La Loggia di Sicilia lo elesse Gran Maestro. In questa veste egli apparteneva anche alla Loggia di Filadelfia. E’ possibile che finanziamenti occulti a Garibaldi siano arrivati nel 1862 da questa Loggia americana. Ma non si trattava di far cadere il Regno borbonico, ormai defunto da oltre un anno, ma di arrivare a Roma, risalendo tutto il Sud della Penisola.

Che cosa c’entrano, allora, questi supposti finanziamenti a Garibaldi da parte della Massoneria con la morte di Ippolito Nievo?

 

  Vedi anche: Il Regio Banco e Commenti alla morte di Nievo

7 maggio 2011

Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info