
Ricerca e trascrizione di Fausta
Samaritani
Signore!
Già da quattro o cinque
giorni noi stavamo invocando e dalla Segreteria delle Finanze e da quella della
Guerra un provvedimento di denaro di urgente necessità. Non ottenendo alcun
effetto le nostre Istanze ne avvenne, che, rimasti affatto sprovvisti, si
dovettero fin ad oggi lasciar insoluti molti pagamenti con non lieve scontento
della milizia, e il decoro nostro non ebbe certo a lodarsi d’una tale tardanza
per parte di Dicasteri Superiori. Ieri una sua comunicazione verbale mi fece
intendere, o Signore, come si pensasse a sollevare l’Intendenza Generale dalla
facoltà di far pagamenti, riducendola alle funzioni di vistare i Boni dei
Commissariati e dei Quartiermastri inferiori, e di rimetterli pei pagamenti
alla Tesoreria Generale, al qual piano d’organizzazione si poneva per motivo
l’imitazione delle Amministrazioni Francesi.
Sospeso al momento il
giudizio sul carattere di una tal novità, non lo fui più appena ebbi campo a
meditar seriamente la direzione e la portata di una misura, che, insinuata
anche a lei con sottile accortezza, non le fu palese finora sotto i suoi veri
colori.
Per quanto non molto
profondo nelle varie forme d’Amministrazione Militare, io so ed asserisco che
nessuno si sogna né in Francia né altrove di sottoporre l’Intendenza Generale
ad un Cassiere del Ministero delle Finanze e che, se nelle Armate Francesi
esiste una Tesoreria (ma puramente Militare), nel Regolamento Sardo a cui si
intende conformare gli ordinamenti dell’Armata, esso corrisponde appunto alla
Cassa dell’Intendenza Generale.
Io sento pienamente quanta
ferma fiducia debba avere e nella mia coscienza e nell’opinione pubblica e
nella stima del Governo a mio riguardo, per dimostrare tal tenacità nel
conservare l’Ufficio dei pagamenti Militari; ma non è già semplice quistione di
dignità e di delicatezza personale. E’ necessità di servizio, è dovere di
pubblico funzionario, è obbligo fin’anco di cittadino perché rimangano sventate
le mene di certi uomini che con troppa facilità passano da un campo all’altro,
portando dapertutto l’anima piena delle vecchie passioni, dei vecchi vizii. Ma
converrebbe chiarir bene a costoro, che, mutati i tempi, questa volta per
fortuna son mutati anche gli uomini; che noi (e dicendo noi intendo con me
tutto l’Ufficio particolare dell’Intendenza) non somigliamo per nulla alla
solita stampa degli Impiegati, che se combattiamo, lavoriamo e ci esponiamo ad
una completa responsabilità, si è perché abbiamo consacrato e consacriamo tutti
noi al bene del paese, e che sicuro una volta questo bene che si sia ottenuto
noi daremo un addio con tutto l’entusiasmo alle montature, ai gradi, alle
casse, agli impieghi e agli impiegati.
Ma persuasi taluni di
questo, converrebbe forse persuadere altri che non ci ostineremo a far durare
per tre settimane la somma che nel ’48 bastò appena alle spese di tre giorni,
che li lasceremo rodere in pace il pubblico tesoro, che per non crearci delle
opposizioni, scenderemo a patti con essi, che ci adatteremo in fine a certe
costumanze che ci ripugnano, e sulle quali abbiamo risposto a qualche indecente
bisbiglio con breve e Lombarda chiarezza. Questo non faremo mai; e si è appunto
per impedirlo che insistiamo e insisteremo sempre nel nostro diritto di
conservare come Amministratori Generali dell’Armata la Cassa Centrale dei
pagamenti militari.
Avessero almeno cercato di scusare
presso di lei l’innovazione proposta coll’accrescere la controlleria sui
Commissariati subalterni: ma gli è evidente che restando a noi la facoltà di
rendere pagabili i Boni colla semplice apposizione del Visto non s’aumenta d’un
grado la garanzia pubblica, un poco si aumenta solo l’incomodo e la lentezza,
due qualità massimamente incompatibili con ogni Amministrazione Militare. Come
anche finora, non essendosi effettuati i nostri pagamenti che sopra firma
accreditata dalla Segreteria e dal Dittatore, non sarebbe possibile trovare nel
nostro bilancio la benché minima irregolarità.
La somma fiducia ch’io
ripongo, o Signore, nel di Lei retto animo mi indusse ad aprirle schiettamente
l’animo mio su tale questione. Ella vorrà compiacersi di considerare un’altra
volta in riguardo mio al piano propostole dal Signor Segretario delle Finanze[2],
e di porre in tale esame quella calma di giudizio che l’offeso nostro decoro
forse non ci permette. Del resto dopo averla di ciò prevenuta, e prima di
ricorrere altamente al tribunale dell’opinione pubblica, non mancherò di
partecipare la cosa al Generale Dittatore, da cui, riconoscendo io i miei primi
poteri d’Amministratore Militare, debbo anche ripetere ogni diminuzione
d’autorità. Certo questo diritto di proporre, disporre, e comandare io lo
riconoscerei difficilmente a taluni che non so dove fossero quando noi eravamo
a Marsala e a Calatafimi.
Domandandole scusa di bel
nuovo per la franchezza delle mie espressioni, segno del resto del massimo
grado di fiducia e di stima ch’Ella merita, mi pregio di sottoscrivermi
L’intendente Generale
Acerbi
ACSRm, Crispi - ASPa, f. 45, sf. VII.
“Samaritani”, pp. 62-64. Testo e scrittura di Nievo, firma d’Acerbi. L’ultima parte della lettera, a partire da: La somma fiducia ch’io pongo, fu inviata per conoscenza al Ministro della Guerra Orsini. “Gorra”, pp. 1141-1142.
2 - Giovanni
Acerbi da Palermo a Vincenzo Orsini[3]
a Palermo
Palermo, 2
Luglio 1860
Signore!
Rispondendo alla di Lei nota
1 Luglio N. 312 Riparto 3°, ho l’onore di confessarle che noi non siamo tanto
avvezzi alle norme d’ufficio, da sacrificare molto tempo ad una piccola
regolarità, il che faremo in seguito giacché Ella lo esige. L’Intendenza,
tenuta da noi da Marsala a Calatafimi e da Calatafimi a Palermo, deve scusarci
di queste male abitudini. Del resto mi pregio riconoscere che la esatta
divisione degli officii secondo le materie porge maggiori elementi di chiarezza
e di ordine, benché in molti Ministeri si usi altrimenti, massime nelle
risposte a molti oggetti di piccolo rilievo.
Intanto mi creda, ecc.
“Cavour”, p. 294.
3 - Giovanni
Acerbi da Palermo a Vincenzo Orsini a Palermo
Signore!
Partendo noi da Genova non
si prevedeva certo vicino il momento di sentirsi il bisogno pei nostri mille volontari
dei Regolamenti Piemontesi. Perciò trascurammo d’ingrossare con quei
Regolamenti il nostro bagaglio. Sospesa la campagna mediante l’armistizio[4],
ed insediati in Palermo, ebbimo ordine è vero di dare agli ufficiali le
competenze dovute secondo le Ordinanze delle truppe Sarde, ma nessuno ci
comunicò le Ordinanze stesse, e certo il procurarle si stava prima che ad ogni
altro a chi aveva ordinato che ad esse si ricorresse. Nel qual pensiero ci
confermava il vedere stampato senza alcuna nostra iniziativa il “Regolamento
per l’Amministrazione e Contabilità della truppa in campagna”.
Intanto, assediati da una
quantità sempre crescente di domande, stretti dalla necessità, ci siamo presi
l’arbitrio di fare i pagamenti, giusta una tariffa Sarda in manoscritto, che
non aveva nessun carattere officiale e che ci era stata confidenzialmente
comunicata dal Commissariato Generale di Guerra. Ma non si cessava in pari
tempo dal far ricerca di detta tariffa officiale, ora presso lo Stato Maggiore
Generale, ora presso l’Ufficio d’Amministrazione del Colonnello Medici[5],
il quale, ultimo venuto e in momenti già quasi normali, si pensava dovesse
esser fornito di quanto in momenti normali è necessario ad ogni corpo di
truppa. Ogni ricerca fu vana.
Dalla necessità adunque di fare,
e dall’impossibilità di fare regolarmente, nacquero dubbi ed equivoci infiniti,
ai quali si cercò di riparare in parte colla buona volontà, in parte col
rimettere le paghe in acconti, in parte col domandare spiegazioni alle autorità
competenti.
E che ad onta del Decreto
Dittatoriale durassero dei dubbi anche nella Segreteria per la Guerra sul
proposito delle paghe, lo prova la Nota della Segreteria stessa 26 Giugno pr.
p. N. 161 Rep. 3°, nella quale rispondendo ad una nostra domanda si dice “che
sul conto della paga da contribuirsi ai gregarii si aspettano ancora superiori
risoluzioni”.
Si compiaccia, o Signore, di
osservare quanta debba essere l’apprensione dell’autorità inferiore che deve
urgentemente eseguire, quando la superiore stessa, che dispone, versa in tali
incertezze. Valgano queste considerazioni a scusare qualche equivoco passato,
ed a muoverla a fare il possibile perché, da qualunque li tenga, questa
Intendenza Generale sia al più presto fornita dei Regolamenti Piemontesi
suddetti.
Quanto alle spiacevolezze
intervenute fra i mandatarii dei Signor Maggior Generale Paternò[6]
e qualche Commissario di Guerra, senza tenerci noi responsabili di quanto
accade in quell’Ufficio, dipendente sì, ma affatto staccato dal nostro,
renderemo quel Signor Maggior Bovi[7]
edotto dei lagni riferiti a codesta Segreteria.
E terminiamo col pregarla
ancora di farci tenere quanto per Ordinanze, Regolamenti, Moduli ecc. deve
servire oggimai alle Amministrazioni dell’Esercito; che noi daremo opera
perché, stampatine prontamente i necessari esemplari, sieno distribuiti ai vari
Corpi, secondo gli ordini ricevuti.
L’Intendente Generale
Acerbi
“Cavour”, pp. 294-295.
Signore,
Con suo ufficio
della data di ieri N. 643 Ella mi ha ordinato di pagare i buoni regolari,
trasmessimi dal Sig. Niederhausen[8]
che sta per partire “col suo battaglione in organizzazione”.
Tale battaglione non
consiste per ora che nella eventualità, la quale può anche considerarsi come
remota. Io desidero che Ella precisamente mi dichiari se è suo volere che,
nell’attuale scarsezza di oggetti necessarii ai soldati, ed anche di denaro, si
possa, posponendo i Corpi che già son formati, o hanno una parte delle loro
forze già raccolta, anticipare denaro e provvigioni ad un Corpo che ancora non
presenta alcuna certezza di sua futura esistenza.
Io non dubito che Ella vorrà
considerare la grande importanza di non sprecare inutilmente in questi gravi
momenti, materiale e denaro, e mi vorrà rimettere nel più breve termine
possibile i suoi ordini precisi.
“Cavour”, pp. 295-296.
Palermo li 6 Agosto [1860]
Signore!
Partendo pel campo[10]
io aveva lasciato incarico al Vice Intendente di proporre alla Segreteria di
Stato per la Guerra[11]
una Commissione, composta di tre membri esperti e riputati, la quale assistesse
l’Intendenza nella verifica degli oggetti che a tenore dei contratti stipulati
o da stipularsi dovevano versarsi nei nostri Magazzini. Quella Commissione
oltreché scansarci d’una gran parte di responsabilità doveva anche facilitare
d’assai l’effettuazione dei contratti medesimi.
Ora tornando, trovo invece imposta dalla stessa Segreteria
all’Intendenza Generale una Commissione di otto Membri a cui oggi stesso se ne
aggiunsero altri sette, con facoltà di assistere e controllare i contratti, e
interporsi nelle funzioni più minute di magazzinaggio e di distribuzione.
Sempre pronto, anzi
contentissimo di aver persone su cui riversare parte della mia responsabilità,
non posso accettare senza protesta l’intrusione nelle mie attribuzioni d’un
Dicastero separato il cui scopo sembra esser quello di inceppare l’attività
tanto indispensabile in questi supremi momenti[12].
A mio credere la ratifica
della Segreteria di Stato ottimamente comandata era guarentigia sufficiente
della bontà dei nostri contratti senza deferirli all’opinione di persone fra le
quali molte sono stimabili, altre sconosciute, altre infine soggette a qualche
eccezione per la voce pubblica che ne mormora. Fra queste non dubito di
nominare il signor Castagna[13],
il quale come nostro fornitore e concorrente di altri fornitori, vidi con
sorpresa accettato nel grembo della Commissione suddetta.
Senzaché il Signor Castagna
sarebbe forse eccepibile per altre ragioni che cercherò di chiarire in seguito.
Intanto
io insisto presso di Lei perché la Commissione più volte nominata sia ridotta
alle sue vere funzioni di verificatrice, e a me si lasci il diritto di
stipulare contratti.
L’Intendente Generale
Acerbi
Marsala, IISGG, Fondo Naselli Flores.
Su carta intestata: Intendenza Generale dello Esercito Nazionale di Sicilia. Testo e scrittura di Nievo, firma d’Acerbi. A margine, d’altra mano: Al Segr. di Stato per la Guerra – per proporre in Consiglio quanto crede. D[epretis]. Inedita.
Italia e Vittorio Emanuele
Il Prodittatore
In virtù dell’autorità a lui
delegata,
Sulla proposta del
Segretario di Stato della Guerra,
Udito il consiglio dei
Segretarii di Stato,
Decreta:
Articolo 1° - E’ ordinato alle autorità civili e militari di Palermo, di assistere e prestare aiuto col mezzo della forza pubblica al Signor Intendente Generale dell’Esercito, Acerbi, quell’esecuzione degli ordini che verranno dal medesimo emanati.
Il Segretario di Stato è
incaricato del presente Decreto.
Palermo 2 agosto 1860
Il Segretario
di Stato Il Prodittatore
(firmato) F:
Crispi (firmato) Depretis
V. per copia conforme
all’originale
Il Commissario di Guerra
Zoccoli
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 677.
Copia conforme, firma autografa di Zoccoli. Inedito.
A te beato fra i tranquilli
ozii e la cara famiglia l’amico tuo sopraccaricato da cure e da fastidissimi
incarichi invia salute e raccomanda un po’ di memoria per coloro che pur sai
quanto ti siano affezionati. I felici sogliono spesso farsi obliosi e tocca a noi
poveri schiavi far strepitarvi all’orecchio la nostra catena per isvegliarvi
dal sonno tranquillo nel quale vi state cullando. Ma è proprio vero che tu
dorma o non piuttosto ti stati riflettendo sulle cose nostre e schierandoti
innanzi il passato e il presente cerchi forse indovinare l’enigma
dell’avvenire? Gravido di fatti io lo veggo e forse di procella e di nembi ma
tale che ove gl’italiani sappiano e vogliano può riuscir loro glorioso e
grande. Tutto sta sapere ora apparecchiar bene gli elementi. Quali nomi, quali
uomini usciranno dalle urne elettorali? Avremo gregge o pastori? Sarà un
Parlamento Italiano o un’anticamera della Corte Imperiale di Francia? L’unità
italiana conterà in essi dei veri o dei falsi amici, degli uomini di principi,
o dei fantocci d’opportunità e di transazioni? Mio carissimo, il momento è
supremo, ne dipendono le Italiane sorti, la gloria del Paese, la libertà. Tu ti
adoprerai a tutt’uomo ed impiegherai ogni tua possa acciò bene si avviino le
cose nostre e gli eletti del Paese siano veramente eletti fra gli uomini liberi
e leali. Non iscordarti di Cairoli, di Maiocchi[14],
di Sacchi Achille, i nomi dei quali uscendo dall’urna sarebbero arra sicura di
libere sorti e di gloriosi destini. Pensa che nel Parlamento novello non tanto
devono essere rappresentati gl’interessi locali quanto le aspirazioni e i
voleri dell’Italia che sono gli stessi da un capo all’altro della Penisola, gli
stessi dall’Alpi al mar siculo.
Lavora indefesso per
l’Italia nostra e pensando qualche volta agli amici ed all’amico tuo accogli
l’abbraccio col quale si dice
L’affezionatissimo tuo
Giovanni
BAMi, Archivio Sirtori.
Testo di Nievo, firma d’Acerbi. Su carta intestata: Intendenza Generale dell’Esercito Nazionale in Sicilia. Pubblicata come lettera d’Acerbi a Nievo, “Gorra”, pp. 1130-1131, in forma parziale e con indicazione errata dell’archivio e del fondo dove è custodita.
Napoli, 17.
12. 60
Signore!
Desiderio mio sarebbe che il Resoconto complessivo della nostra gestione risultasse il più particolareggiato possibile, ma d’altro canto è necessità urgentissima che detto resoconto sia definitivamente ultimato entro il prossimo Gennajo. Considerato adunque che la gestione più avviluppata ed estesa arriva a tutto Agosto, e che del resto il resoconto è abbastanza particolareggiato dall’appoggio di Documenti in originale che si presentano, la invito a disporre che pel mese di Agosto il conto sia esteso e conchiuso sul modello dei mesi antecedenti; ma che pel Settembre ed Ottobre si usi un andamento più spiccio semplificando le categorie, le quali del resto vengono ad esser semplificate dal minor numero di pagamenti, e dalla miglior regolarità serbata in detti mesi.
La prego dunque a disporre
che nella Sezione Contabilità, a cui saranno provvisoriamente aggregati tutti
gli altri impiegati che non le abbisognano strettamente, siano eretti due
lavori, uno pel mese di Agosto sotto la direzione del Sig. Peratoner, l’altro
per Settembre ed Ottobre da impiantarsi direttamente dal Signor Serretta[15]
al quale particolarmente lo raccomando.
Son troppo sicuro dello zelo
di lei e del sig. Commissario Majolini per credere di dover ben raccomandare
tutto lo zelo per tirare innanzi contemporaneamente questi due lavori, in modo
che entro Gennajo sia ultimato a comodo ed onore comune il conto definitivo.
Intanto la riverisco con
tutta la stima
L’Intendente Generale
ASTo, Archivio Militare di Sicilia, b. 286.
Testo di Nievo, firma d’Acerbi. “Gorra”, lettera CCLXXII, p. 852.
Carissimo Crispi,
Permettimi ch’io mi tolga un
istante all’ingombro di tutte queste cartacce per passarlo men triste
conversando con te almen per iscritto.
Sono veramente oppresso da
affari, da noje, da cure infinite e mi è balsamo e conforto soave il pensare
agli amici lusingandomi in pari tempo ch’io non sia del tutto da loro obliato.
Rimasto fra gli ultimi ad assaporare le care delizie delle cure officiali io non
so veramente degl’altri, ma per me mi so bene quanto sappian di amaro, sicché
ne son già stucco e ripieno. E tu che fai, felice almeno di ritrovarti in
Patria e tranquillo, come senti le cose nostre e i tempi?
Qui si lavora dai Cavouriani
a tutt’uomo per foggiarsi il solito Parlamento servile che sia pronto a vendere
qualche altra libra di carne agli Sheicchi della Politica e dica “amen” ad ogni
giaculatoria ministeriale. E i buoni che fanno in questo mentre? Lavorano e
riposano. Avrebbero scelto pure il cattivo tempo[16]
pei loro pacifici sonni.
Io spero che l’attività
vostra non vi farà ora difetto, ora che si trattano posti vitali per la patria
italiana, e che per virtù vostra uscirà dall’urna elettorale qualche bel nome,
qualche eletto veramente che si sia garante di migliore avvenire. Fra gli amici
nostri vo’ ricordarti Cairoli, Achille Sacchi, e Chiassi Giovanni[17].
Essi mi pare rappresenterebbero degnamente il Paese e farebbero parte non
inattiva di quella sacra falange destinata in non lontano avvenire a guidare la
Nazione nostra allo scopo verace, all’Unità e alla Libertà.
Tu li conosci già, li
appoggi e converrai meco nella bontà ed opportunità della scelta.
Accogli intanto con quel
cuore con che te lo invia un abbraccio dal tuo affezion.mo
G. Acerbi
ACSRm, Crispi-ASPa, f. 116, sf. I.
Su carta intestata: Intendenza Generale dello Esercito Nazionale in Napoli. Testo di Nievo, scrittura di un amanuense, firma d’Acerbi. Sulla busta: Al Signor Francesco Crispi Palermo. Inedita.
9 - Giovanni
Acerbi da Napoli ad Agostino Bertani[18]
a Genova *
Napoli, 7 Febbrajo 1861
Dilettissimo
Quello che doveva accadere,
accadde. In tempi come i nostri mentre la Nazione stanca delle provate emozioni
riposa in un totale abbandono non rompendo la quiete se non con interminabili
sbadigli guai agl’irrequieti, sfortuna per coloro che vegliono troppo e
vorrebbero per soprapiù costringere gli altri a vegliare.
Tu ed io fummo a quanto
sembra riputati tali e perciò eccoci cordialmente battuti su tutta la linea[19].
Cavour può starsi tranquillo.
Il codazzo delle livree anzi che essere sminuito è cresciuto e il primo
Parlamento Italiano non vorrà esser modello ai venturi di indipendenza e di
senno.
Se non ci fosse pericolo in
questo stato di cose, se il precipizio non fosse nascosto fra i fiori, se la
morte non si celasse nei papaveri che sembrano conciliar solo il sonno, se una
guerra suprema non fosse per sopracogliere i dormienti si potrebbe osservar con
ribrezzo ma senza darsene più briga che ne meritasse quest’orgia schiavesca.
Ma purtroppo si tratta della
salvezza e dell’onor del Paese e noi dobbiamo sforzarci il più che sia
possibile di por termine all’imperversante flagello.
Una minoranza esigua per
numero ma potente per fede, intelletto e parola potrebbe risvegliar anche a
tempo la [Patria] e perseverarne le sorti. A questa eletta
schiera sarebbe sempre desiderabile un nome e una mente ove tu le mancassi. Ciò
sentono i buoni, comprendono troppo gli avversi perciò la guerra ch’essi ti han
dichiarato.
Io mi sono occupato e mi
occupo per poterti assicurare un collegio dei tanti che lascia scoperti Liborio
Romano[20]
il Figaro della Rivoluzione Napoletana. Ove mi vadano coronati di successo gli
sforzi rendendo un servizio all’amico crederò di averne reso uno più grande e
proficuo alla Patria.
Tu dal tuo lato combatti e
pensa che se nell’uomo privato la modestia è virtù, nel cittadino ove questa lo
distolga dal bene a fortemente adoperarsi per la Patria riesce una colpa assai
grave. Sappi volere e pensa che la tua elezione importa non il trionfo di
un’individualità per quanto rispettabile e cara ma quello di un principio,
l’indipendenza e la dignità del Paese.
Prima che il mese finisca io
sarò traslocato con tutti gli Uffici a Torino e con maggior speranza di poter
essere teco e dirti con una buona stretta di mano quanto ti ami.
Il tuo affezion.mo
Giovanni
MRMi, Archivio Bertani,
cartella 50, plico 22, n. 4.
Testo e scrittura di Nievo, firma d’Acerbi. Sul retro, una nota d’archivio, d’epoca posteriore, segnala che la grafia non è d’Acerbi ma di Castellazzi: Bella lettera di Giovanni Acerbi sulla politica a Napoli. E’ dettata a Castellazzi. Pubblicata come lettera di Acerbi.
10 - Giovanni
Acerbi da Napoli a Manfredo Fanti a Torino *
Signore,
Fra le cose che più o meno a
ragione hanno gettato l’allarme nell’opinione pubblica circa l’adempimento
degli obblighi del cessato governo Dittatoriale io credo mio debito segnalare
siccome eminentemente pregiudicievole all’onor nazionale la mora ormai troppo
protrattasi nei pagamenti ai Fornitori dell’Esercito Meridionale[21].
Inattaccabili nella sfera
del diritto e quindi su tale rapporto affidati interamente alla giustizia ed
alla garanzia delle leggi essi però si vedono, in uno stato di cose che ne
incaglia le operazioni e ne mette in rischio il credito, molto mal compensati
degli importantissimi servizi resi in tempi difficili all’Esercito nostro e pei
quali hanno veramente benemeritato della Patria.
Né mi valga solo l’asserto
potendone io dar prova notissima.
Ed infatti come non
dichiarar benemerite al paese e come tali meritevoli d’ogni riguardo persone,
che nelle dubbie e pericolose vicende di una Rivoluzione prestarono i proprj
servigi ad un Governo non riconosciuto, non certo del domani come che sorto da
impresa riputata e chiamata folle dai più acuti e previdenti uomini di Stato e
affidarono i proprj capitali vale a dire la vita loro e delle loro famiglie
sulla sorte delle armi, incerta sempre, incertissima quando la sproporzione
della forza e la nostra debolezza non poteva contare che su miracoli d’audacia
dal canto nostro e di inetezza da parte del nemico.
Ebbene tale si fu la buona
fede e, per dire una parola che può tutto spiegare, il patriotismo di questi
uomini che senza esitazione alcuna versarono i proprj capitali in così incerta
vicenda e quello che è più mirabile ancora, senza cercar nemmeno di ottenere
colla larghezza del premio compenso alla grandezza del rischio. Essi
contrattarono contro i limiti delle tariffe regie e spesso anche al di sotto,
non pretesero garanzie ma ne diedero e fornirono conscienziosamente e
fedelmente gli oggetti in numero e qualità corrispondenti con esattezza ai
patti stipulati.
Essi tanto fecero, ed ora
che di fortissime somme van creditori, ora che l’annessione di queste provincie
e l’esito insperato dovrebbero compensare i fidenti e incoraggiare questa
fiducia stabilendo il credito della nazione sulle basi incrollabili della buona
fede e dell’onestà, ora ecco che per non so qual male inteso i miseri si
trovano incagliati nei loro affari e si vedono dilazionati i pagamenti con
iscapito delle loro fortune e pericolo di fallimento, questa morte civile
dell’uomo onesto.
Né senza intenzione abbiam
detto male inteso perché non sappiamo qualificare una dilazione che avesse
ragioni in un’ingiusta diffidenza nell’operato di questa Intendenza Generale
dopo la presentazione ch’Essa ha fatto al Sig. Direttore della guerra[22]
di tutti i documenti che potevano garantire la veracità dei crediti
Individuali.
Il Sig. Direttore Generale
s’ebbe infatti insieme alle copie autentiche di tutti i contratti e alla
situazione del Magazzino, il Quadro generale della Fornitura versata e da
versarsi non che dei Pagamenti fatti e da farsi il quale ultimo si annette
anche alla presente Memoria.
Che se il Governo intende
essere maggiormente garantito e sicuro della liquidità dei crediti o della
veracità dei documenti non ha che incaricarsi esso stesso dei pagamenti
accettando i mandati regolari rilasciati dall’Intendenza siccome quelli che
muniti di tutte le pezze di appoggio varebbero a tranquillizarlo e rassicurarlo
completamente.
Faccio anche osservare per
di più esistere tuttora nei magazzeni una gran parte degl’effetti forniti e
questi utilizzabili per l’Esercito Regolare siccome appunto ordinati e
somministrati dietro il prescritto modello di quell’Esercito.
Lascio ora al retto
discernimento e bontà[23]
della S. V. il giudicare se sia necessario un provedimento pronto, specialmente
a fronte del presente trasloco di questi Ufficj, e di varie altre misure che
sempre più serviranno a gettar la sfiducia e lo scoraggiamento in benemeriti
cittadini, i cui interessi non hanno omai altra salvaguardia che nella
giustizia e nella fede del Governo di Sua Maestà.
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 264-265.
Su carta intestata: Esercito Meridionale d’Italia. Intendenza Generale. Gabinetto particolare. Testo e scrittura di Nievo. Senza luogo, data e firma, questa lettera è stata scritta a Napoli, tra l’1 e il 17 febbraio ’61. Minuta. Inedita. Non è certo che sia stata inoltrata. Potrebbe trattarsi di una prima stesura della lettera posdatata al 22 febbraio 1861.
11 - Giovanni
Acerbi da Napoli a ?[24]
a Napoli *
Riscontro il suo senza data ricapitatomi in questo momento. Pagamenti da noi non furono fatti se non per qualche acconto ai corpi che partono – ciò anche per la suprema ragione che mancava il numerario. Del resto non si pensi nemmeno di fare alcun pagamento senza mandati regolari di questo Comando di Piazza. Ma o la viva scienza o la renitenza appunto del suddetto Comando a staccare i mandati rende vacui i concerti presi anteriormente in proposito e riempie di gente delusa, minacciosa e tumultuante le nostre anticamere. Tuttavia le ripeto che né si pagavan né si pagaron mai senza un mandato del Comando di Piazza e senza un Suo ordine, eccettuati 99 franchi pagati al sergente Alberto Henry[25], gratificazione di 3 mesi di paga, soldo semplice di paga, concessegli per urgenti bisogni. Ciò su mio preciso dovere in base ad anteriori intelligenze. Del resto 30 mila Ducati circa esitati jeri e l’altro jeri riguardavano tutti mandati staccati anteriormente al 5 Febbrajo e rimasti sospesi per mancanza di fondi. Il Commissario Manari[26] potrà darle a voce ragguagli più dettagliati.
Colgo l’occasione per notificarle che avendo io, di concerto col General Savoiroux[27], mandato l’Intendente Mughini di presidio in Genova per assister allo sbarco dei singoli Corpi, le autorità locali di colà non vogliono riconoscerlo – del che ebbi notizia Telegrafica in questo momento – Mi sembra che Ella potrebbe rimediare collo stesso mezzo del Telegrafo avvisando a Torino della necessità di quel presidio finché durano le operazioni di transito.
Le acccerto che non mi starò dall’adoprare zelo e premura d’ogni sorte[28] per adempiere il dovere che mi sono imposto.
Si sta compilando l’elenco lunghissimo, degli Uffiziali dimissionari - e quanto agli ordini di pagamento ricevuti dalle varie autorità è già ben avanzato il lavoro di copia.
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 262.
Testo e scrittura di Nievo. Senza luogo, data e firma.
Lettera scritta tra il 6 e il 17 febbraio ’61. Non è certo che sia stata
inoltrata. Minuta. Inedita.
12 -
Giovanni Acerbi a Napoli a Manfredo Fanti a Torino *
Signore
Nelle cose che interessano
supremamente l’onor del Paese la franchezza e la sincerità sono per l’uomo
pubblico le migliori e più veraci prove di attaccamento e di zelo. Innalzato in
momenti gravi ed eccezionali al posto che occupo dalla fiducia del Liberatore
delle due Sicilie e da quella dei miei concittadini, io me ne dimostrerei molto
indegno ove vane ed egoistiche considerazioni di interessi personali, o paura,
mi impedissero di adempiere al mio dovere di cittadino e di funzionario
rendendo conto al Governo e al Paese di uno stato di cose, che minaccia farsi
sempre più triste e fatale all’uno e all’altro.
Già sin dalla splendida
aurora del risorgimento di queste belle Contrade eransi mostrate nel nostro
orizzonte politico alcune nubi di sospetto e diffidenza reciproca fra il
Governo del Re preconizzato di tutta l’Italia e gl’audaci avventurieri, come li
chiamaron dapprima, o i prodi liberatori della Sicilia, come vennero proclamati
col senno del poi.
Queste nubi erano in vero
quà e là e di tratto in tratto dissipate dagli splendidi risultati di
un’immortale campagna ma raddensavano però e si agglomeravan di bel nuovo, con
sciagurata insistenza, tosto, che una lieve o grave difficoltà sopraggiungesse,
un pericolo instasse. Giammai l’altalena di una politica adoratrice dei fatti
compiuti erasi mostrata in tutto quanto v’ha d’immorale e spregevole nella sua
egoistica essenza, finché un atto clamoroso, accompagnato da un proclama
ufficiale, che ne spiegava l’intenzione, venne a dare il trabocco
all’oscillante politica e chiarire anche i meno veggenti sulle reali mire del
Governo di Sua Maestà. L’invasione delle Marche e il proclama di Farini erano
prove sicure che un’invasione doveva servir di correttivo ad un’altra e che il
passaggio del Rubicone e l’arrischiato gitto del dado, se favorevole al
concetto italiano, esser non lo doveva del pari alla concordia ed alla libertà.
La bandiera però serviva
anche questa volta a coprire la merce, e i Popoli dell’Italia Meridionale,
predicati tanto barbari e inetti, sacrificarono pure alla concordia ogni più
libera aspirazione, non senza aver dato però col plebiscito qualche sanzione alla
propria, troppo naturale,[29]
diffidenza negli uomini che reggevano la Monarchia, ch’essi volevano avere, ma
rigenerata, veramente nazionale e italiana.
Così fu che il Popolo
pronunciò il suo verdetto e permise, abbenché non senza lagrime, si
allontanasse in onorato esiglio l’uomo del suo cuore, l’eroe suo, Garibaldi, in
sagrificio alla tanto sospirata Unità.
D’allora però la malaugurata
sfiducia, neppure propiziata da quel nobile sacrificio, continuò più incessante
nelle sue opere e un complesso di misure eminentemente ostili compromisero
l’esistenza dell’Esercito tanto raccomandato dal Dittatore e finirono collo
scioglierlo di fatto, ben rispondendo ai voti ed alle contumelie di prezzolati
giornali, che avrebbero dal loro canto finito collo screditarlo ove i fatti non
avessero parlato più alto delle impronte calunnie.
Di queste la pubblica
opinione ha già fatto completa giustizia perciò più da curarsi non sono. Resta
a darsi qualche contezza dei fatti e di quanto si è passato nelle sfere più o
meno governative.
Parlerò di cose, o Signore,
pienamente note e a lei ed al pubblico, ma che pur giova raccogliere ora in un
gruppo, trattandosi di mostrare con un po’ di rivista retrospettiva per qual
ripido e sdrucciolevol pendìo si è discesi al triste punto in cui siamo.
L’Esercito Meridionale
oggetto di incomprensibili gelosie e di inqualificabili diffidenze si voleva
interamente disciolto e lo si tentò difatti alla prima con più brutalità che
prudenza a mezzo di un decreto al quale l’opinione rifiutò il suo exequatur. I
decreti successivi vennero ad ammortire il colpo e sotto le apparenze di favore
lo fecero meno sentito ma non meno, e più forse ancora, mortale. La questione
d’onore divenuta questione di denaro portò la gratificazione da tre a sei mesi
di paga e fu accettata. L’Esercito venne mantenuto di nome, sciolto veramente
di fatto, dal momento che tutto incoraggiava i partenti nulla i restanti, pure
le cose avrebbero potuto ancora tirar innanzi alla meglio se un maltalento non
si fosse troppo e troppo spesso tradito in tutto, anche nelle cose più futili.
Tutti son testimonj dei
fatti che cito e che non si crederebbero altrimenti. Contesa fin dal bel
principio ai Garibaldini di qualunque grado l’entrata nella fortezza di Capua,
il qual fatto versava sull’intiero Esercito meridionale il sospetto di
indelicate pratiche e quasi di furto; tolto il saluto agl’Ufficiali anche
superiori, che venne espressamente inibito ai Soldati dell’Esercito regolare;
impedito, con modi arcigni e spesso inurbani l’accesso ai dicasteri, e persino
a certi pubblici Stabilimenti aperti ad ogni privato, persino a certe Chiese, a
chiunque vestiva la rossa uniforme; diffamati, quasi, con ordini del giorno[30]
strappati dall’insistenza e da superiore pressione alla debolezza di qualche
loro Ufficiale Generale; arrestati come perturbatori dell’ordine pubblico se
inneggianti pei teatri e le vie al beneamato lor Duce; accumulati in caserme
mal sane, piene di immondezze e di sudiciume; pagati irregolarmente; trattati
con disprezzo e alterigia da chi men doveva: ecco quale si fu per quei valorosi
il rovescio della medaglia che presentava nel suo diritto la liberazione di
dieci miglioni di Italiani.
Così pei Soldati, la
gratificazione ai partenti, gli stenti, i maltratti, le contumeglie a quelli
che rimanevano furon consigli ed impulsi allo andarsene. Per gli Ufficiali
provvide abbastanza l’oltraggio di una commissione mista di depurazione, che,
per alcuni indegni del grado, metteva anche i migliori in disamina e l’onor
loro esponeva alla mercede di gente né conosciuta né conoscente e, a dritto o a
torto, riputata ostile al nuovo ordine di cose il quale senza dubbio mal puossi
giudicare alla stregua dei regolamenti comuni.
In mezzo a tali e tante
giornaliere prove del mal talento officiale quest’Intendenza non fu ultima ad
esperimentarne a proprio riguardo gli effetti. Sicura della coscienza di quanto
aveva operato e operava, essa non poteva sulle prime indursi a credere e
persuadere a se stessa come avesse potuto meritarsi l’ingiusta diffidenza della
quale aveva ormai troppo chiare prove ne’ suoi rapporti officiali coi diversi
Dicasteri della rotina governativa. Ne faceva perciò soggetto di circostanziata[31]
relazione al Ministero della Guerra dal quale confidava attendersi giustizia e
protezione. In quella vece le diffidenze e le sofisticherie raddoppiarono. [32]Sempre
di male in peggio si andò. Indugi troppo frequenti di somministrazioni delle
somme necessarie e richieste la costrinsero a dilazionare pagamenti importanti
con iscapito degl’interessati e propria sconsiderazione. Meticolosità e
scrupoli troppo spinti, spesso anche infondati, mettevano in forse del loro
avere Ufficiali e Soldati che benemeriti della Patria e conosciuti tali
dall’Esercito intiero difettavano di qualche letterale regolarità nel brevetto,
troppo naturali lacune nei tempi eccezionali e difficili nei quali eran stati
loro rilasciati. Insomma a tralasciare la parte delle personali convenienze non
sempre rispettate da certi offici un po’ troppo sciolti da urbanità di modi e
delle quali, come di cose private, non intendo menomamente curarmi, ogni men
chiaroveggente avrebbe potuto riconoscere un piano prestabilito di
soffistichezze e di sommo diritto che non ad una giusta controlleria del nostro
operato, non ad un’economia ben intesa delle pubbliche rendite ma piuttosto
sembrava[33] accennare
alla voglia di stancheggiare i volontarj e tor loro per sempre dal capo la
sublime follia[34] dell’azione
e del sacrificio.
Tali cose si operavano più o
meno scopertamente finché la lotta elettorale incerta poteva rendere veramente
sindacabile l’ambigua ed ostile condotta del Ministero, la sua vittoria,
comunque acquistata, precipitò i consigli e gli eventi.
L’Esercito meridionale venne
definitivamente sciolto con nuovi decreti che cassandone perfino il nome organizzavano
corpi fittizi di volontarj insignificativi e passeggeri quanto la volontà che
li creava; il Comando in Capo fu congedato a mo’ di servo divenuto inutile; si
chiamarono in Piemonte, sotto le immediate cure governative, i grami quadri
superstiti, e tutto si preparò per far finire esinanita[35],
e quel che è peggio, incompianta l’opera prediletta del Dittatore.
Tutto ciò si è tollerato e,
se non senza lamenti, almen con calma e rassegnazione, perché gl’interessi
individuali, troppo mescolati alla questione politica e amministrativa,
parevano macchiar di egoismo ogni grido di protesta che si innalzasse da noi.
Trattati al modo nel quale un Senato di mercanti Cartaginesi usava coi
Mercenarj dopo che era cessato il bisogno e cominciato il pericolo e il danno
delle armi loro, i Garibaldini, che non erano mercenarj ma patrioti, si
rassegnarono e tacquero.
Ma ora mai la questione è
diventata di fede pubblica e di onestà né tacer più a lungo sarebbe cosa
possibile senza incorrere e, quel che è più, meritare la taccia disonorevole di
complicità.
Due sono i fatti lamentevoli
che han tratto le questione in questo campo malaugurato.
La prima si è l’invio in
Sardegna dei bassi Ufficiali e Soldati, che dall’Esercito regolare disertarono
per seguir Garibaldi in Sicilia, invio che venne considerato sempre come
punizione e che perciò lede la fede dell’amnistia e smentisce la sacra parola
del Re. Contro tale misura io spero verrà specialmente protestato da coloro che
sono più direttamente di me in dovere di farlo ed io unisco perciò fin da ora
la mia voce, qualunque ella sia, a quella che si innalzerà a diffendere il
diritto e l’onor del Paese.
L’altro fatto ancor più
lamentevole e che principalmente mi riguarda nella qualità di Intendente
Generale dell’Esercito meridionale si è l’induggio ormai troppo prolungatosi
nel soddisfacimento dei crediti ai diversi fornitori, induggio che trae con sé
il fallimento di onestissime case commerciali, la rovina di oneste famiglie e
soprattutto il discredito del Governo e della Nazione ch’ei rappresenta.
Benemeriti questi Cittadini
per servigi prestati al Paese in momenti nei quali l’incertezza delle sorti
pareva accusar di follia ogni investimento di capitali sulle nostre fortune,
non ché per essersi in tanto rischio accontentati di modestissimi patti che
scrupolosamente adempirono, si vedono ora ben malamente ricompensati del loro
patriotismo e della loro onestà.
Né l’Intendenza che ha tutto
tentato per metter un termine a questo funesto
Il Signor Direttore della
Guerra[36]
per ogni minima ombra d’irregolarità, spesso troppo immaginata che reale,
minaccia dirigere i suoi reclami al Ministero e sta bene, né io rifiuto, né
rifiuterò mai alcun giusto e regolar sindacato alle mie operazioni; quello
ch’io però intendo di sostenere altamente ed a fronte di chicchessia e per
l’onor del Paese si è il riconoscimento, la validità degli atti Dittatoriali e
l’adempimento scrupoloso degl’obblighi rispettivi.
Che si faccia buon mercato
dei nostri gradi acquistati al fuoco delle battaglie e non in piazza d’armi o
in caserma, delle capacità individuali, delle nostre stesse vittorie, non monta
- l’Istoria è là per giudicarci e farallo spero senza odio come senza passione;
ma nessuno di noi dal più elevato al più infimo può, finché gli batta in petto
un cuore italiano, permettere che si faccia getto dell’onor nostro.
Gli è perciò che a fronte di
tale emergenza sì pregiudicevole all’onor dell’Esercito e del Paese, del pari
che al buon andamento avvenire della cosa pubblica pel quale il credito è
tutto, io non reputo violare menomamente alcuno de miei doveri se mi rivolgo[37]
a Lei, o Signore, ed in pari tempo alla pubblica opinione per mezzo della
Stampa.
Che se mi si voglia
ascrivere a delitto questo passo ch’io mi credo in obbligo di fare o questa mia
rimostranza abbia a rimanere al pari delle altre inascoltata o senza alcun
effetto soddisfacente, io intendo che il mio dovere di funzionario e di cittadino
sia abbastanza adempito e riservandomi di dare
esatto ed intiero conto della mia gestione non mi resterebbe per ora che
provedere al debito d’onest’uomo[38]
rinunciando ad un posto nel quale non potrei più avere la coscienza di rimaner
con onore.
22 Febbrajo[39]
1861
L’Intendente Generale
ASMn, Archivio Acerbi, b, 2, c. 766-769
Testo e scrittura di Nievo. Non firmata da Acerbi. Posdatata, poiché Nievo lasciò Napoli per Palermo il 17 febbraio. Pubblicata più volte, come scritta da Acerbi, ma con brevi tagli e inesattezze. Minuta.
Dallo sbarco di Marsala a
Palermo valsero i mille e le squadre. Denari, armi, vestimenta o portammo con
noi o fornilli il Paese, pagate queste ultime a pronti contanti coi danari
raccolti dai Comitati a frusto a frusto dalla carità cittadina. Da Palermo in
avanti provvide lo stabilito Governo di Sicilia poi quello di Napoli come per
tutte le altre spese così per quanto poteva occorrere all’esercito
guerreggiante nella proporzione di 8 a 9 mila uomini prima di Milazzo, da 20 a
21 mila al passaggio del faro, di 44 ai 45 mila all’entrata in Napoli del
Dittatore fino al licenziamento. Gli Ufficiali che eransi dal loro imbarco a
Genova limitati all’uniforme ed esiguo trattamento di 2 franchi al giorno a Napoli
per vista e consigli di militare ordinamento e di unificazione col Regio
esercito vennero trattati colle competenze regolari dei gradi rispettivi e
compensati anche degl’arretrati, entrata in campagna etc, etc. Ne venne adunque
che il loro numero ingente arrecasse peso maggiore all’Erario di quel che non
sarebbe accaduto in Esercito regolare, ove l’abitudine alla disciplina,
l’omogeneità degli elementi e la pratica militare degli Ufficiali richiede
minor numero di questi di quel che ne esigano milizie improvvisate e subitanee.
Ove vogliasi aggiungere a tal causa di dispendìo le perdite di effetti troppo
naturali in militi sprovvisti di zaino, la poca pratica amministrativa di varj
Ufficiali e l’impossibilità di controllare in principio le operazioni che si
regolarizzarono più tardi, i passaggi rapidi e molto di grado in grado dovuti
al bisogno del servizio, formazione di nuovi corpi, perdita al fuoco o bravure
personali, non che tutte le difficoltà di una campagna meravigliosa per la
scarsità di mezzi quanto per la grandezza dei risultati, si vedrà con
meraviglia essersi speso un terzo meno di quanto si sarebbe potuto con ragione
e previsione calcolare.
E a provare l’asserto con
cifre irrefutabili si vedrà che dall’Armistizio di Palermo al licenziamento dell’Esercito
tale è il riassunto delle spese:
Pagati direttamente
dall’Inten.za Gen.le Fr. 22.487.182,28[40]
Pagati
direttamente dalla Tesoreria di Sicilia e
_____________
36.487.182,28
Riconsegnato
3.000.000,00
____________
33.487.182,28
La quale somma ripartita per
individuo nella media proporzionale di 30 mila uomini per 6 mesi di tempo
darebbe Fr. 6 circa per individuo compreso la gratif. di congedo. Proporzione
assai limitata quando si consideri che negli Eserciti regolari i più bene e
parcamente organizzati, in tempi ordinarj e sul piede di pace vale a dire con
metà stipendio che non in guerra venne calcolata approssimativamente a Fr. 5
per individuo[41].
Il Governo è in grado di
avere subito tutte le somme spese per la guerra, egli fa che in quelle spese
siano comprese le compere di bastimenti e le spese della marina.
Che si trattava di
improvvisare un Esercito e che si è improvvisato – che si trattava di
formazione rivoluzionaria unicamente possibile.
Se anche le cifre presentate che si hanno ragione di credere esatte dovessero essere sorpassate di qualche milione ciascuno vede che l’impresa di Garibaldi non fu solamente meravigliosa pei risultati ottenuti ma anche per mezzi esigui impiegati.
Presentino infatti i
Ministri le spese di Crimea e facciamone il confronto.
Dedotta la spesa
Bertani 6.000.000,00
Dedotte le gratificazioni
pei congedi
6.000.000,00
_______________
Totale dedotto 12.000.000,00
Rimane la somma di 33.487.182,00
_______________
21.487.182,00
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 772-773.
Testo e grafia di Nievo. Forse articolo per giornale. Minuta. Inedita.
13a - Giovanni Acerbi da
Napoli a ? *
[A
partire dalle parole Dallo sbarco a
Marsala, fino a riassunto delle spese,
vedi il documento precedente, del quale questo rappresenta una versione diversa
e precedente].
Dalla Vice Intendenza di Palermo Fr. 2.500.000,00
________________
24.900.000,00
Da cui si deducono per
gratif. Congedi e dimiss. 5.500.000,00
________________
Rimangono spesi per
l’Esercito Merid . Fr.
19.400.000,00
Pagati dal Ministero a
Caserta per viveri che si
suppongono spesi dai Governi
di Napoli e Palermo
per spese generali della
guerra e Marina, al massimo
7.000.000,00
________________
Comprese tutte
le spese dei diversi presidi, di cui
In parte furono sostenute
dall’Intendenza Fr.
30.400.000,00
[Segue un lungo periodo cancellato di difficile lettura]
Coi Fr. 6.000.000 del
Rendiconto Bertani[42]
i quali quantunque non ispesi da noi pure andarono adoperati a benefizio
dell’Esercito e che verrebbero ad accrescere la proporzione di qualche cosa più
di 1 franco. Si comprende poi che in tal somma non si può né si deve
comprendere quanto si è speso per gratificazioni di congedi di 6 mesi di paga
ai soldati ed Ufficiali congedati e dimissionarj non potendosi in buona
coscienza imputare all’Esercito meridionale lo straordinario dispendìo col
quale il Signor Ministro della Guerra ebbe a pagare la soddisfazione di disfare
quello che noi avevamo con tanta cura e fatica cercato di stabilire e ordinare.
N.B. i debiti per
abbigliamento ed altro che si dovranno pagare dall’Amministrazione attuale,
sono compensati ad usura dagli effetti di vestiario corredi ecc. consegnati
all’Amministr. stessa, per cui essi non possono alterare le cifre suesposte –
anzi si ha ogni ragione di vedere i valori riconsegnati maggiori di quelli da
pagarsi.
Si noti ancora che la
proporzione media di 30.000 per giorno venne stabilita in base non solo di
quello che in principio si disse, ma ancora avuto riguardo alle spese
incontrate durante il dissolversi dello esercito nei mesi di Dicembre, Gennajo
e Febbrajo – spese comprese nelle cifre sopra riferite.
Si noti da ultimo
comprendersi nel presente conto le spese della Marina, oltre ad altre spese
estranee alla guerra – e quindi da quelle spese alterarsi il costo giornaliero
del soldato sopra stabilito.
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 770-771.
Testo e grafia di Nievo. Forse articolo per giornale. Minuta. Inedita.
Eccellenza!
E’ da qualche tempo che
nelle relazioni ufficiali di questa Intendenza col Dicastero delle Finanze ebbi
ad accorgermi dalla parte di quest’ultimo di un sistema di diffidenza e
sfiducia quanto ingiustificabile altrettanto a mio riguardo poco lusinghiero e
gentile. Troppo spesso sollecitazioni alla presentazione del mio Rendi-conto,
contenenti frasi, che nella politezza dell’espressione mal celavano il dubbio
che questo possa presentare tutta la rigolarità richiedibile in lavori di simil
genere, mi avevan di già fatto presentire una sì dispiacevole cosa. Se non
infrequenti meticolosità addimostratemi nel pagamento di somme richieste non
che qualche allusione di cattivo gusto e molto male a proposito verbalmente
gittata sull’enorme dispendio dell’Esercito meridionale mi han sempre più
chiarito sulla realtà di tale[43]
sfiducia offensiva quanto ingiustificabile. E ripeto a buon diritto questa
parola perché il Reso-conto della mia gestione nella prima Campagna di Sicilia,
da me pubblicato colla stampa un mese dopo terminata e fra le sollecitudini
delle nuove vicende, Reso-conto che fece il giro dei giornali d’Europa, non
senza universale approvazione[44],
dovrebbe aver abbastanza chiarito ognuno di buona fede non esser mio costume di
attendere ma di prevenire le altrui sollecitazioni laddove per me si tratti di
delicatezza e di onore. Che se questo ora si fa più a lungo aspettare ad altro
motivo ascrivere non devesi che alla vastità e mole di una più grande gestione
la quale richiede perciò tempo, fatica ed elaborazione molto maggiori.
Se però ad onta di tali
considerazioni susiste, il che purtroppo è innegabile, questa atmosfera di
diffidenza nella quale s’avvolge a mio riguardo il Sig. Consigliere[45]
mestieri mi è ben sospettare dal canto mio che Egli nelle sue teorie economiche
delle quali a buon diritto è ritenuto maestro faccia troppo buon mercato del
tempo pratico il quale solo può apprezzare al loro giusto valore i fatti
compiuti e le difficoltà contro le quali dovette lottare l’Intendenza
dell’Esercito Meridionale fortunata di essere riuscita vittoriosa a furia, non
dirò d’ingegno, ma di buon volere, di attività, di costanza.
Cose le son queste che la
pratica sola delle armi e del comando di truppe può rivelare in tutta la loro
importanza è di agevole apprezziazione[46]
specialmente a chi, come l’Eccellenza Vostra, abbia diviso i suoi fasti
militari fra Eserciti regolari e volontarj tumultuarimente raccolti ed
accorpati in Esercito.
Gli è perciò ch’io mi rivolgo
all’Eccellenza Vostra onde mi sia giudice, quanto[47]
competente e illuminato, imparziale. Tralascio di diffondermi sui fatti eroici
della guerra come sui mirabili risultati ottenuti. L’Istoria, è là per
giudicarli, ma l’invidia o l’ingratitudine potranno scemarne il valore.
Dirò solo qual grave compito
toccasse all’Intendenza e come se ne disbrigasse.
L’Esercito di liberazione
dai mille uomini dello sbarco a marsala s’andava raddoppiando, quadruplicando,
moltiplicando di giorno in giorno. Con variazioni di tal fatta ognun vede qual
lavoro e qual responsabilità ne dovesse venire all’Amministrazione allora
nascente che se non prese le vertigini al troppo rapido ascendere, non è certo
minor parte di lode. Gli Elementi del nuovo Esercito giungevano da tutte parti
e per ciò stesso in tutti i modi e le forme possibili.
A principiar dall’abito e
dall’armi a giungere alla contabilità, organizzazione, istruzione, disciplina
tutto vi era vario, tutto confuso, embrione di grandi cose ma nulla di stabile,
di regolare.
[48]Occorreva dar forma e ordine a tutto. L’Intendenza vi si accinse preso per norma, e fu pensiero d’unificazione, il Regolamento Sardo, e a furia d’insistere, ottenne. La Contabilità come tutto il restante venne organizzata sul sistema delle Regie Truppe. L’Intendenza creò il personale, lottò per far istabilire un sistema uniforme di competenze e la vinse sulle particolari suscettibilità degl’individui e dei Corpi. Gli stampati regolari provisti orientarono meglio le amministrazioni Speciali di Ufficiali che pari alla valentia e al buon volere non avevano, i più almeno, la pratica e la rotina del servizio. Con frequenti ispezioni e riviste del personale si suplì vieppiù meglio a tale insufficienza e una ben intesa controlleria frenò in tempo ogni spirito di personale lucro e di trufferie solite cancrene degli eserciti tumultuarj là dove l’indolenza dei capi od una bene oculata sorveglianza[49] si prestino all’intemperanza che ingenera la quasi sicurezza dell’impunità.
E tutto ciò si ottenne
durante una guerra breve ma seria ed impari dal canto nostro per numero ed
armi; tutto si organizzava per così dire, marciando e con sì rapida marcia ed
attacchi improvvisi e frequenti da parer favoloso non che impossibile ogni
altro pensiero fuorché quello di marciare e combattere.
Ove poi si aggiunga la
stessa natura dei militi nostri, quanto pronta e risoluta e vigorosa al
combattere altrettanto impaziente di ogni disciplina e come non curante della
vita altrettanto e maggiormente colle cose proprie e d’altrui; quando si rifletta
che simil natura non poteva esser frenata da [Ren]diconto
od economia, perché non vincolata da ferma e trovava una ragione all’incuria
nella mancanza dello zaino necessitata e dal genere del guerreggiare e dal
fisico stesso dei soldati troppo giovinetti gl’uni, troppo vecchi gl’altri,
insuefati i più a sostenere il peso e l’aggravio, è d’uopo confessare che la
guerra ci avrebbe potuto costare assai più cara ove un buon volere quasi
universale e una regolare Amministrazione non avesse provveduto ad impedire o
sminuire i danni.
Lo stesso e anche meglio apparirà ove si vogliano esaminare i contratti coi fornitori.
Eran momenti nei quali
Esercito e Governo nostri abbenché dispiegassero al vento l’insegna di un Re,
pure agl’occhi di tutta Europa e dello stesso Governo del Re che si erano
eletto a Sovrano erano giudicati o almen detti di rivoluzione e disordine, né
riconosciuti a niun patto o buon diritto. Simile stato di cose doveva
necessariamente imporre ai Capitali i quali non hanno opinione politica che non
sia quella del listino della borsa e [doveva] indurre quindi nelle
contrattazioni dei Somministratori con noi una enormezza di guadagno da parte
loro che facesse fronte ai pericoli delle probabili perdite. E qui se vogliam
constatare la forza di un’idea e di un sacrosanto diritto nel campo stesso dei
fatti i più materiali e confessiamo doversi il risultato contrario e la
moderazione delle pretese dei sovventori[50]
alla fiducia che ispirava la causa italiana, diremo anche che è prova questa di
onestà e di capacità per coloro che trattando questa causa hanno saputo
inspirare questa fiducia. Or siane comunque la causa, il Fatto è però tale e
non ammette contestazione. I contratti si son fatti tutti sulle tariffe sarde e
si ebbero ottime qualità e ribasso nei prezzi.
Ma a ciò solo non limitavasi
l’attività dell’Intendenza, e si noti che Essa pure componevasi di gente per lo
più nuova all’incarico e molti anche all’armi e ad ogni militare istituto,
eppure pervenne ad organizzare convenientemente l’Ambulanza, la Posta, il Treno
militare e borghese, il personale della sussistenza che fornì viveri in buon
stato e di eccellente qualità all’Esercito, stabilì ospitali e magazzeni in
varie località e con diversi ordini di controlleria e sorveglianza occorrenti,
e prestandosi nelle urgenze dei momenti senza esclusivismo ed etichetta
coadjuvò ben di frequente nelle loro atribuzioni moltiplici e varie gl’altri
Poteri direttivi dell’Esercito Nazionale.
Tutto ciò ha fatto
l’Intendenza ben soddisfatta dall’idea di prestare qualche buon servigio al
Paese e gioiva già nell’apparecchiare il proprio Rendiconto, contemplando il
molto con piccoli mezzi ottenuto, quand’ecco piombarle a ridosso il disgraziato
decreto dei congedi e delle dimissioni a sei mesi di paga. Giammai a Suo credere
Esercito alcuno fu messo a tale prova. Nessun Corpo di Truppa per quanto
regolare, disciplinata, rotta all’obbedienza ed all’abitudine della milizia
avrebbe dopo una Campagna finita resistito un momento solo a tal germe di
dissoluzione gettatogli in seno e l’Amministrazione nostra si vide tutt’ad un
tratto sopraccaricata dal peso di tanti congedi e dimissioni richiamanti le
rispettive competenze che ne venne assorbita tutta la sua attività. Ed ora i
tristi effetti di si sgraziata misura alla quale l’Intendenza fu completamente
aliena si vorrebbero far pesare su di lei come un meritato rimprovero! Essa che
ha fatto tanto per creare ed ordinare l’Esercito, dovrebbe tenersi responsabile
di quanto dagl’altri si è fatto per disorganizzarlo e iscioglierlo?
Ed è in mezzo alla fatica
improba di un tal lavoro che il Sig. Consigliere delle Finanze esige
l’immediata presentazione di un Reso-conto, operazione ch’Egli ben conosce da
me prepararsi con tutta l’attività che mi è concessa, dal disbrigo degl’affari
correnti, o che nel fornirmi il necessario danaro per le spese giornaliere mi
si sofistica, anche contro lo spirito e la lettera del Regolamento 1 Aprile
1859, sul preventivo o consuntivo delle somme?
Non servono queste a far
fronte alle necessità di un momento in cui gl’Ufficiali dimissionarj come
devono dar conto del loro dare, così hanno diritto a reclamare il loro avere
per gl’arretrati di paghe, entrata in campagna ed altre tali diverse partite?
Eppure il momento in cui io
attendo come già l’annunciai al Sig. Consigliere delle finanze, il risultato
delle liquidazioni delle diverse sezioni di contabilità e dei diversi Corpi
dell’Esercito per dare il regolare bilancio della mia gestione è scielto per
dimostrarmi[51] una
diffidenza priva di fondamento[52]
e[53]chiedermi
si un consuntivo di spese correnti come se ciò fosse regolare e praticabile in
una Amministrazione dell’Esercito nel quale tutti i pagamenti son fatti sul
preventivo salvo darne conto ed offrirne documenti giustificativi alla totale
chiusura.
Dovrò appellarmene al paese
rendendolo giudice di quanto per noi si è fatto e di che sofisticherie ed
amarezze noi veniam tutto dì ricolmati?
Mi spiacerebbe assaissimo
che la giustificazione degl’uni fosse condanna degl’altri, perché nella buona
fede dei nostri cuori, e io non metto in dubbio la buona fede del[54]
Sig. Consigliere delle Finanze, noi vogliamo e dobbiamo contribuire senza
pensieri nascosti alla libertà e Unità dell’Italia e quindi ogni gara ed ogni
diffidenza allontanate ajutarci scambievolmente a raggiungere il nobile scopo.
Gli è questo il motivo che
mi fa rivolgere questo scritto all’Eccellenza Vostra, tanto più come alla sola
Autorità alla quale io sia tenuto render conto immediato, nella fiducia che il
di Lei Patriotismo illuminato, il buon senso pratico, e le cognizioni militari
e Amministrative che tanto la contraddistinguono la pongono in grado di
giudicare conscienziosamente il mio operato e rendermi piena giustizia, quella
giustizia che oso sperare non mi sarà poi negata in ultima istanza dal
tribunale Supremo della pubblica opinione.
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 774-777.
Testo e grafia di Nievo. Senza data, né firma. Scritta tra l’1 e il 17 febbraio ’61. Minuta. Inedita.
15 – Giovanni
Acerbi da Napoli a Genova Thaon di Revel a Napoli *
Napoli 16
febbrajo 1861
[55]Oggi stesso le fu inviata copia autentica degli ordini di pagamento dei
diversi dicasteri, dandole ragione delle mancanze e del ritardo.
Quanto allo
stato completo delle gratificazioni pagate Ella non lo ha ancora ricevuto,
perché la copia d’un registro di carghi ha 2500 partite, e la [?] deve essere
fatta da una sola mano non è certamente lavoro d’una giornata.
Non so chi le
abbia potuto persuadere che noi siamo mancanti d’un simile registro, mentre
anzi una prima copia ne fu inviata già da tempo al nostro Comando Generale. Gli
è vero che il nostro Corpo non è tutto composto d’amministratori, ma abbiamo
però sempre[56] diritto ad
essere riputati capaci di quelle conoscenze economiche elementari che sono
basate sul semplice buonsenso. Posto in condizioni anormali e nuove nonché pel
nostro anche per ogni esercito regolare, privo generalmente di istruzioni
direttive e di massima, le quali erano di competenza del Ministero e non mi
vennero mai elargite, forse per lasciarmi nel maggiore arbitrio maggiore
occasione di essere rimproverato,[57]
avvilluppato[58] colla
maggiore necessità di agir prontamente fra il diverso conflitto e gl’ordini ora
contrarii ora doppii ora enigmatici di diversi dicasteri che tutti volevano e
potevano comandare, avventurare coll’istesso personale dell’Amministrazione
normale in un’operazione di liquidazione tutta straordinaria, io credo
concienziosamente di aver adoperato maggior zelo attività e premura che non
portassero i miei doveri.
Del che se
Ella non fosse persuasa, come ragionevolmente io doveva credere, ne faccia
rapporto al Sig. Ministro non rifiutando né temendo il giudizio[59]
anche più alto e solenne.
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 872-873.
Su carta intestata: Intendenza Generale dell’Armata. Testo e scrittura di Nievo. Senza la firma d’Acerbi. Minuta con correzioni. A margine: Risposta al foglio N. 357. “Gorra”, lettera CCLXXIV, p. 853, la quale sostiene che fu inviata da Nievo e non da Acerbi e che il destinatario era Nicola Cibo Ottone.
La lettera N. 357, inviata
ad Acerbi, era questa:
16a - Genova
Thaon di Revel da Napoli a Giovanni Acerbi a Napoli *
Napoli 16
febbrajo 1861
Non ho ancora
ricevuto lo Stato completo delle gratificazioni pagate, né la copia degli
ordini ricevuti da altri su tale proposito, oltre quelli impartiti da questo
Ministero.
Non posso
rendermi ragione come la S.V. non tenesse al corrente lo Stato, pure
necessarissimo per constatare pagamenti fatti, e schivare ogni ripetizione di
essi.
La mancanza di
simile precauzione ha tali conseguenze che ne riferirò specialmente a S. E. il
Ministro[60].
In quanto agli
ordini ricevuti è da tanto tempo che io glie ne fo pure richiesta, che mi
meraviglio come Ella non mi abbia ancora riscontrato.
Trattandosi di
somme così ingenti, non poter dar conto del quanto e del come si pagarono parmi
non sia cosa da lasciar passare senza osservazioni.
Non volli
tacerle questa mia impressione mentre gli rinnovo l’invito che il rimanente
dello stato dei pagamenti sia trasmesso senza ritardo, almeno pel lavoro fatto
nella giornata di jeri.
Il Direttore
Generale
G. T. Revel
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2, c. 781.
Su carta intestata: Ministero della Guerra. Direzione Generale di
Napoli. Ufficio di Gabinetto N. 357. Testo e firma di Genova Thaon di
Revel, scrittura di un amanuense. Oggetto: Gratificazioni ai congedati.
Indirizzo: Al Signor Acerbi Intendente Gen.le dell’Armata Meridionale. Napoli.
A margine, di mano di Nievo: Il Ministro non ha dato alcuna istruzione.
“Gorra”, pp. 1238-1239, come lettera firmata da Nicola Ottone.
Lettere di Giovanni Acerbi
Carissimo Sig. Secchi,
Arrivato in Palermo
approfittai di un incontro per fargli tenere mie notizie, ma da quanto ho
inteso, la lettera con mio sommo dispiacere sarebbe andata smarrita. E’ inutile
che gli dica come sono andate le nostre cose, poiché dai giornali avrà avute
quelle informazioni e quei dettagli che io ora non potrei che inutilmente
ripetere. Ciò che si è fatto ha veramente più che del straordinario, del
favoloso. Garibaldi questa volta si è mostrato grande, ed ha dato prova di
molta capacità militare. Le nostre vittorie le abbiamo pagate molto care,
giacché pur troppo molti distinti giovani perdettero la vita. La stampa per
quanto dica sulle atrocità e nefandità commesse dai Napoletani, non dirà mai
abbastanza e l’assicuro che non si esagera dicendo che si son mostrati peggiori
dei croati. Io sono nominato intendente Generale dell’armata nazionale di
Sicilia, ed ho anche funzionato, fino alla nomina stabile del ministro delle
finanze, di tesoriere generale di tutta l’Isola, ma non so se durerò a lungo in
questa carica, giacché a dirgli il vero non mi soddisfa punto l’immensa
responsabilità che vi è annessa. Il Generale e tutti i ministri mi onorano di
una piena ed illimitata fiducia, ed una prova solenne ne è la stessa elevata
posizione che mi hanno creata. Sono occupatissimo, ed a tal punto che ben di
rado ho un minuto di tempo da consacrare ai miei affari. Coi miei stipendj io
potrò fare dei pagamenti per diminuire le mie passività, ma di ciò gliene
parlerò in altro incontro. Se gli viene dato di sistemarmi la faccenda con
Dufour di Marsiglia io gliene sarei obbligatissimo. La prego di volermi
ricordare a tutte le sue ottime e gentili figliuole e di volermi credere con
stima ed amore
L’aff.mo suo amico
G. Acerbi
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2.
Testo, scrittura e firma d’Acerbi. Intestazione: Intendenza Generale dello Esercito Nazionale di Sicilia. Indirizzo sulla busta: Egregio Sig. Luigi Secchi. Milano - In faccia alla Galleria De-Cristoforis. Inedita.
1 – Alfonso
Hennequin da Palermo a Romeo Bozzetti a Torino
Egregio Signor Amico,
Le scrissi li 30 Nov. a
Napoli e spero che la mia lettera Le sia pervenuta, come pure che la presente
La trovi interamente ristabilito dalla Sua caduta col cavallo.
Il tristissimo soggetto di
queste righe, già lo saprà: il nostro povero Amico Nievo non esiste più! Egli
per adempiere, come mi diceva, agli ordini ricevuti dal Sig. Acerbi, cioè di
raggiungerlo a Napoli, appena terminati i conti dell’Intendenza, non volle
seguire il mio ripetuto consiglio di partire coll’“Elettrico” per Napoli,
oppure direttamente per Genova, ma si imbarcò li 4 Marzo sul vecchio “Ercole”
co’ Sig.ri Majolini, Salviati e un certo Fontana. Risoluzione tanto più
biasimevole che il povero Amico conosceva per esperienza le poche qualità
dell’“Ercole” col quale già in Dicembre scorso andiede in Napoli.
Quando ci lasciò, il tempo
era piuttosto buono, ma appena in alto mare, si levò un vento fortissimo che
soffiò tutta la notte da Libeccio e Ponente e durò tutto l’indomani; si cambiò
poi quì verso mezzogiorno in una fortissima burrasca da Tramontana e Maestro,
cosicché per tutto quel tempo eravamo in pensiero per l’“Ercole” senza però mai
figurarci cosa sinistra. Ma quando col prossimo vapore da Napoli e
massimamente, col secondo, veruna notizia venne dell’“Ercole”, Ella si figurerà
facilmente le nostre angoscie; nulla si seppe, fuorché un rapporto, o vero o
no, del comandante del “Pompei”, vapore che lo stesso giorno 4 da quì era
partito per Napoli, che aveva visto l’“Ercole” li 5 verso mezzogiorno a circa
20 miglia avanti Capri, allorquando l’uragano cambiò e che poi non lo scoprì
più. Tutto fa dunque supporre che quel vecchio vapore si sia aperto per la
forza dell’acqua e che fosse colato a fondo con tutti quelli che vi erano!
Le assicuro che questa
sciagura non ci lascia più pace; morire in battaglia, o di malattia, ebbene
sono cose tristissime bensì, ma al meno sono cose alle quali non possiamo
schivare e poi la spoglia del morto riceve la sepoltura; ma perire di tale
maniera, senza mai sapere, né come, né quando, senza speranza di dare riposo
cristiano all’Amico morto è un pensiero che strazia l’anima!
Era tanto fattibile di
partire il Giovedì 7 invece del Lunedì 4, che non mi posso perdonare di non
aver formalmente obbligato il povero Amico a non affidarsi all’“Ercole”; ma,
che vuole! un destino fatale spinse quel povero giovine nelle braccia della
prematura morte. Il Governo è molto biasimevole di aver contrattato sul
passaggio di suoi Impiegati con una Compagnia che oltre all’“Elettrico” non
tiene che vapori fracidi; intanto se ne cura così poco che i rimanenti vapori,
conosciuti come vecchj e cattivi, continuano sempre i loro viaggi fra quì e
Napoli!
Povero Nievo, chi avrebbe
mai creduto che una tale fine lo aspettava! Tanto più inutile era la sua gita
in Napoli, che il Sig. Acerbi ne era già partito, come io seppi dopo[61]
- Io sentito che non vi era più speranza scrissi al Sig. Novello in Genova,
marito della sua cugina ed alla disgraziata Madre per comunicar loro quel
terribile colpo e voglio sperare che l’ultima avesse bastante forza per non
soccombere al suo giusto dolore.
Cosa fa Lei in Torino? Ci
dia delle sue nuove. Suppongo che sarà sempre col Sig. Acerbi per cui indirizzo
a quest’ultimo la presente, sperando che Le pervenga a dovere.
Mia moglie, come si può
pensare, ben rattristata dalla crudele morte del nostro Amico come tutta la
famiglia si uniscono a me per salutarla ben di cuore, desiderando di ricevere
sempre da Lei delle buone notizie.
Mi creda sempre suo
Aff.mo Amico
A.
Hennequin
Archivio R. Bozzetti
Interamente di mano di Hennequin. Indirizzo sulla busta: Via Genova. Sig. Colonello Acerbi. Per rimettere al Sig. Maggiore Romeo Bozzetti. Torino. Inedita.
Copia
La Divisione Provvisoria per
gli affari della Guerra in Napoli ha informato questo Ministero:
Che nel mese di Luglio 1860
la Corvetta il Veloce, passata nello
Esercito Meridionale, predava in una notte, che salpava da Reggio per Napoli,
il Piroscafo postale Borbonico l’Elba,
e con esso la somma di Ducati 1.200
- contenuti in un sacco sigillato - della quale s’impadroniva codesta Generale
Intendenza, come appare da ricevuta rilasciata allo stesso Capitano dell’Elba
dall’Intendente Generale Signor Acerbi con foglio 16 Luglio 1860 N° 192.
E che malgrado le fatte
instanze, il 13° di fanteria di linea Borbonico, a cui era destinata quella
somma per far le paghe dei suoi Ufficiali, non poté per un caso straordinario
ottenere il chiesto risarcimento, né tampoco il dovuto discarico.
Per risolvere
convenientemente le relative questioni, occorrendo chiarire i fatti, e
conoscere se realmente stiano nel senso sovra esposto, io prego V. S. di
porgere al riguardo li desiderati ragguagli, indicando se la ridetta somma sia
stata realmente ritirata da codesta Intendenza Generale, e quale ne sia stato
l’impiego, poiché negli Stati del suo bilancio testè trasmessi col foglio del 9
andante N° 2738 non figurerebbe in introito.
Per il Ministro
Firmato Incisa
ASMn, Archivio Acerbi, b. 2.
Intestazione: Ministero della Guerra. Direz. Gen.e Dei Servizj Ammniss. Sez. Amm.a per l’Esercito Merid. N° 6028. Indirizzo: All’Intendenza Generale pel Corpo dei Volontari Italiani. Nota: Per copia conforme Il Commissario di Guerra G: Zoccoli. Inedita.
Giovanni
Acerbi
figlio del fu Gio. Batta.
Soprannominato ------ nato a
Castelgoffredo
domiciliato a Castelgoffredo
di professione possidente.
Cenni biografici ed informazioni sulla condotta morale e politica, influenza, capacità, posizione sociale, mezzi di fortuna ed abitudini dell’individuo suddetto.
Connotati personali: Età 35 - Statura media - Capelli castani - Fronte spaziosa - Ciglia spesse e bionde - Occhi cerulei - Naso regolare - Bocca media - Barba bionda - Mento ovale - Viso regolare - Colorito bianco sano.
Segni particolari: nessuno.
Potendo si trasmetterà anche la fotografia.
Acerbi Giovanni del fu Gio. Batta. nacque in Castelgoffredo nel 1827, giovanetto dedicossi esclusivamente allo studio legale e venne laureato in altra delle Università Austriache.
Appartiene ad una delle
prime famiglie di Castelgoffredo. Alla morte di suo zio Cav.re Acerbi Giuseppe
già Console Austriaco al Cairo ereditò una sostan-za di circa 300.000 Lire in
beni stabili che ritiene ancora al giorno d’oggi. Nel 1848 animato da
sentimenti patriottici, si adoperò indifessamente per provocare la sollevazione
della Lombardia e fece parte a questo scopo del Comitato di Milano. Arrestato
per tale motivo dalla polizia Austriaca fu tradotto nelle carceri di Milano ove
rimase sino allo scoppiare della rivoluzione. Appena liberato si portò in
Venezia, prese parte all’assedio contro l’armata Austriaca col grado di
Capitano d’Artiglieria. Falliti i tentativi del 1848 e 1849 ritornò in
Lombardia, si pose in relazione col partito più avanzato e lavorò coi membri
dello stesso per eccitare il popolo a nuova riscossa. Scoperti però dalla
polizia Austriaca, egli riparò con altri in Genova per sfuggire le conseguenze
del famoso processo di Mantova. Durante il di lui soggiorno in Genova fece
parte del Comitato d’Azione e vuolsi che si trovasse allo sbarco di Sarzana[62]
preparato da quel partito e che anzi in quella circostanza sia stato arrestato
ma poi lasciato in libertà. Nel 1859 si adoperò con Bertani, Mosto[63]
ed altri per procurare volontari a Garibaldi che poi presero il nome di
Cacciatori delle Alpi e fecero Campagna nell’Alta Lombardia. Nel 1860 prese
parte alla Spedizione dei Mille volontari che sbarcarono in Sicilia, in quale
occasione gli venne affidata da Garibaldi l’Amministrazione dell’Intendenza
G.le dell’armata. Nella ricognizione dei Gradi fatta dal Governo fu ammesso
nell’esercito regolare col Grado di Colonnello[64]
e contemporaneamente decorato della Croce di Cav.re dell’Ordine Militare di
Savoja.
Fu accusato nel 1862 di aver
arruolato volontari per la Spedizione progettata da Garibaldi, sottoposto a
procedimento fu dichiarato innocente[65]
sebbene sia opinione di taluni che non fosse estraneo a tale tentativo.
Nello stesso anno[66]
egli rinunciò al Grado di Colonnello e poco dopo sposò una Signora di Milano,
colla di cui dote vuolsi abbia assestato i suoi affari particolari e pagati non
pochi debiti incontrati durante l’emigrazione, altri però crede che lo svincolo
delle sue proprietà sia stato operato col danaro procuratosi nelle Provincie
meridionali, nella suddetta qualità d’Intendente G.le dell’armata garibaldina.
In oggi pare che abbia
intenzione di fissare la sua dimora in Castegoffredo almeno per la massima
parte dell’anno, per accudire ai privati suoi interessi e per sottrarsi anche
come ebbe a dire ripetutamente alle continue richieste di danaro che gli eran
fatte da individui del suddetto partito d’Azione.
Condotta
morale e politica: In Castelgoffredo gode fama
di persona onesta e disinteressata.In quanto a condotta politica, sebbene in
detto Comune viva ritirato tuttavia si ritiene che appartenga al partito
d’Azione e che quando trovasi a Milano prenda parte attiva alle operazioni di
quel Comitato.
Influenza: Tanto in Castelgoffredo come nei paesi vicini egli ha molta influenza
sia per la sua posizione sociale sia pel bene che fa alla povera gente, però
quando volesse adoperarla per fare proseliti al partito d’Azione o per eccitare
a qualche atto contrario al governo poco o niun credito troverebbe.
Capacità: Egli è d’ingegno svegliato e possiede una non comune istruzione egli è
inoltre astuto e difficilmente lascia travedere quello che pensi.
Posizione
sociale: Appartiene ad una delle
prime famiglie di Castelgoffredo.
Mezzi di
fortuna: Possiede un patrimonio di
circa 300.000 Lire lasciatogli dallo zio Acerbi Giuseppe già Console Austriaco
al Cairo, assicurato colla dote della moglie.
Abitudini
dell’Acerbi: In Castelgoffredo si occupa
esclusivamente dei suoi affari privati e di agricoltura, frequenta pochissime
persone del paese colle quali mai parla di affari politici.
ACSRm, Ministero Interni, 1862-1865, Biografie. f. 54/258.
Citato nelle moderne biografie d’Acerbi, ma inedito nella sua interezza.
Abbeviazioni
Archivi:
ACSRm = Archivio Centrale dello Stato. Roma
ASMn = Archivio di Stato. Mantova
ASPa = Archivio di Stato di Palermo
ASTo = Archivio di Stato di Torino
BAMi = Biblioteca Ambrosiana. Milano
IISGG = Istituto Internazionale di Studi Giuseppe Garibaldi. Marsala
MRMi = Museo del Risorgimento. Milano
Pubblicazioni:
“Cavour” = Carteggi di
C. Cavour. La Liberazione del Mezzogiorno e la formazione del Regno d’Italia. Zanichelli,
1954, vol. 5° Appendice.
“Gorra” = Nievo, Ippolito Epistolario a cura di Marcella Gorra, Mondadori, 1980.
“Samaritani” = Ippolito Nievo, i giorni sommersi a cura di Fausta Samaritani, Fondazione Ippolito Nievo – Marsilio, 1996.
Documentazione raccolta e trascritta da Fausta Samaritani
© 1999-2011 Fausta Samaritani
Messaggio agli
studenti, in particolare a quelli delle Università di Padova e di Venezia: Per piacere rispettate il mio lavoro, che
mi è costato tempo, fatica e denaro e non copiate: piuttosto spremete,
sull’Unità d’Italia, il poco cervello che via hanno lasciato. F. S.
Vedi anche. Indice di Per l'onore di Garibaldi
Messo in rete il 6 marzo 2011
Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info
Questo testo è parte integrante del racconto lungo Per l'onore di Garibaldi, basato su ricerche personali svolte nell'arco di 11 anni in archivi e biblioteche, che è stato pubblicato il 15 luglio 2002 (II edizione, aprile 2005), in questa stessa veste editoriale, sul CD-Rom fuori commercio Sito della memoria Ippolito Nievo, n. 2 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, e donato a Archivi e a Biblioteche italiane. La lunga ricerca aveva portato a diverse redazioni, rimaste dattiloscritte, con tre diversi titoli: Naufragio al marsala, Ercole, addio!, Il Tesoro di Garibaldi. Il titolo definitivo è stato concordato con Stanislao Nievo. La Presentazione di Stanìs Nievo è tuttora inedita. F. S. Tutti i diritti sono riservati. Vietato creare collegamenti e copiare testo e immagini di questa pagina.
Introduzione alle lettere inedite Nievo e Acerbi

* L’asterisco indica i documenti trascritti direttamente dagli originali. Sono state rispettate le particolarità linguistiche, tipiche di Nievo, come l’uso oscillante delle doppie, delle maiuscole, degli accenti. Sono stati conservati i capoversi, la “j” e l’apostrofo dell’articolo plurale “gli” davanti a nome che inizi con vocale. In pochi casi è stata aggiunta la virgola, per facilitare la lettura.
[1] Due ricevute scritte da Nievo (15 e il 20 maggio 1860) e firmate da Acerbi e tre lettere a Vincenzo Orsini del 14, 21 e 22 giugno, con testo e grafia di Nievo e firma d’Acerbi. “Samaritani”, pp. 59-60-61-64-66 e ill.
[2] Domenico Peranni, ultimo Presidente del Regio Banco a Palermo e Tesoriere in Sicilia, di nomina borbonica. Il 7 luglio ’60 nominato Ministro delle Finanze della Dittatura garibaldina. Con la carica di Tesoriere, poi di ministro, per 13 giorni le sue competenze si erano incrociate con quelle d’Acerbi.
[3] Vincenzo Orsini (1815-1889), palermitano, Ministro della Guerra della Dittatura dal 7 giugno al 17 luglio ’60.
[4] I tre armistizi: il 30 maggio della durata di 24 ore, il 31 maggio della durata di tre giorni, il 3 giugno fino all’evacuazione dei Napoletani da Palermo. Il secondo armistizio prevedeva la consegna a Garibaldi del Banco, dove erano più di cinque milioni di ducati.
[5] Giacomo Medici (1817-1882), milanese, arrivò in Sicilia a metà giugno con notevoli rinforzi, equipaggiato da Cavour. Fu decisivo a Milazzo.
[6] Paternò di Spedaletto Giuseppe (1794-1874) palermitano, Segretario per la Guerra ad interim dal 1° al 29 agosto’60, ne divenne titolare dal 30 agosto al 16 settembre.
[7] Sull’operato di Paolo Bovi, Nievo costatò molte irregolarità che segnalò ad Acerbi. “Gorra”, pp. 846-847.
[8] Sul battaglione del Maggiore De Niederhausen, “Gorra”, pp. 747 e 751 (lettere di Nievo a Paternò del 18 e del 22 agosto ’60).
[9] Agostino Depretis (1813-1887) di Stradella, nominato Prodittatore della Sicilia da Vittorio Emanuele, restò in carica da l 19 luglio ai primi di settembre ’60.
[10] Aveva lasciato Palermo il 19 luglio ’60, per raggiungere le truppe a Milazzo. I primi d’agosto tornò a Palermo, per pochi giorni. Da Torre del Faro, il 31 luglio 1860 Garibaldi lo annunciò a Depretis con questa lettera: Caro Depretis, va Acerbi per accomodare molte cose e spero lo agevolerete nella sua missione. In Epistolario di Garibaldi vol. V (1860), Ist. Storia Risorgimento Italiano, 1988.
[11] Dal 17 al 31 luglio Ministro della Guerra della Prodittatura garibaldina fu il comasco Giuseppe Sirtori (1813-1874).
[12] Garibaldi preparava lo sbarco in Calabria.
[13] Sull’operato di Giuseppe Castagna, in merito alla stima di due ducati al metro per alcune pezze di panno blu, “Gorra”, lettera XXXI del 3 agosto ’60, pp. 736-737.
[14] Benedetto Cairoli. Achille Majocchi (1821-1904), milanese, poi deputato, perse un braccio a Calatafimi.
[15] Salvatore Serretta, Direttore della Contabilità, e Achille Majolini, Cassiere della Vice Intendenza garibaldina a Palermo, morirono sull’ “Ercole”.
[16] Nievo lasciò Palermo per Napoli con il vapore “Ercole” il 15 dicembre ’60: 28 ore di traversata, con mare pessimo. Nei successivi 15 giorni, la Sicilia rimase isolata. Nievo si trattenne a Napoli tre giorni, poi proseguì, sempre con l’“Ercole”, per Genova. Passò il Natale con Bice Melzi d’Eril e il Capodanno a Fossato con la madre.
[17] Benedetto Cairoli (1825-1889) pavese, uno dei Mille, ferito a Palermo. Era amico di Nievo. Achille Sacchi, medico pavese, fratello di Gaetano fu con Garibaldi nel ’49 a Roma e nel ’60 in Sicilia. Giovanni Chiassi, (1827-1866) di Castiglione delle Stiviere, fu con Garibaldi nel ’59, nel ’60 e nel ’66. Morì a Bezzecca.
[18] Bertani aveva scritto da Genova ad Acerbi il 15 gennaio ’61, in risposta ad una precedente lettera d’Acerbi, consegnatagli a mano (ASMn, Archivio Acerbi, b. 5). Alla lettera d’Acerbi del 7 febbraio ’61, Bertani rispose il 18 febbraio (ASMn, Archivio Acerbi, b. 5).
[19] Si erano presentati alle elezioni per la Camera: Acerbi fu battuto in un collegio calabrese, Bertani fu ripescato dal ballottaggio nel Collegio di Milazzo.
[20] Liborio Romano (1794-1867) leccese, carbonaro, nel ’60 ebbe a Napoli incarichi di governo sia dal Re di Napoli, sia da Garibaldi.
[21] Cancellato:
Nazionale.
[22] Genova Thaon di Revel.
[23] Cancellato: alla giustizia.
[24] Il destinatario potrebbe essere Paolo Cibo Ottone, Direttore Generale dell’Amministrazione Militare.
[25] Alberto Henry.
[26] Sulla mancanza di 12 mila franchi nella gestione del Commissario Manari, cosa di cui Nievo avvertì Acerbi. “Gorra” lettera CCLXVI del 3 dicembre ’60, pp. 846-847.
[27] Carlo Bracorens Di Savoiroux (1811-1876), generale, nato a Chambery. Combatté nel ’48 a Governolo. Nel ’60 partecipò alla Campagna di Marche e Abruzzo e nel ’61 all’assedio d’Ancona, ultima roccaforte borbonica.
[28] Cancellato:
perché.
[29] Cancellato:
sfida.
[30] Cancellato: molto strani.
[31] Cancellato:
appunto.
[32] Cancellato:
Si andò.
[33] Cancellato:
sembravano.
[34] Cancellato:
capriccio.
[35] Profondamente umiliata.
[36] Genova Thaon di Revel,
[37] Cancellato: in pari tempo a Lei, ed alla opinione pubblica, come se in un primo momento si pensasse di pubblicare in contemporanea la lettera sui giornali.
[38] Cancellato:
d’omo giusto.
[39] La data 22 febbraio, scritta da Nievo, corrisponde al giorno prima della partenza d’Acerbi per Torino, via Genova. S’imbarcò con 300 ufficiali ex garibaldini.
[40] Cancellato:
Spese Bertani 6.000.000,00.
[41] Cancellato:
comprese le gratificazioni di congedo.
[42] Il resoconto della Cassa Centrale pei Soccorsi a Garibaldi, gestita da Bertani, era stato presentato a Natale 1860 a Garibaldi che l’aveva approvato. Pubblicato a metà gennaio ’61. Gli introiti ammontavano a Lire 6.201.060, delle quali Lire 851.735,28 frutto di private oblazioni, Lire 5.066.655,45 versate dal governo di Sicilia, Lire 100.000 dall'avvocato Brusco, L. 16.000 circa da sottoscrizioni raccolte a Londra e 201.632,05 dalla Segreteria Generale di Napoli.
[43] Cancellato:
ingiustificabile.
[44] Il primo resoconto, scritto da Nievo e firmato da Acerbi, pubblicato su “La Perseveranza” il 23 luglio ’60, ebbe scarsa eco sui giornali del tempo.
[45] Cancellato: Ministro. Allude a Francesco Saverio Vegezzi (1805-1888), Ministro delle Finanze di Cavour. Il 21 marzo ’61 Vegezzi rinunciò all’incarico e fu sostituito da Pietro Bastogi (1808-1899), banchiere livornese che ottenne un prestito di 500 milioni di lire, per azzerare il disavanzo dei bilanci dello Stato, compreso quello del 1860.
[46] Cancellato:
soltanto.
[47] Cancellato: illuminato imparziale.
[48] Modificato l’esordio della frase, con parole non decifrabili.
[49] Cancellato:
non.
[50] Cancellato: diversi.
[51] Cancellato: a quanto sembra.
[52] Cancellato: come di lealtà.
[53] Cancellato: mi si.
[54] Cancellato: Ministro.
[55] Cancellato
l’esordio: Ella non ha ancora ricevuto lo
stato completo delle gratificazioni pagate.
[56] Cancellato:
qualche.
[57] Cancellato:
travolto.
[58] Cancellato:
e tre.
[59] Aveva
scritto: qualsiasi giudizio, anche
dell’opinione pubblica.
[60] Manfredo Fanti era in quel momento a Torino.
[61] Acerbi lasciò Napoli il 23 febbraio ’61, con trecento ex garibaldini, accolti con grandi onori a Genova. Romeo Bozzetti partì da Napoli per Genova due giorni dopo. La frase del console commerciale amburghese Hennequin fa pensare che Acerbi abbia all’ultimo momento cambiato le carte in tavola e che abbia dato ordine a Nievo di ripassare per Napoli: una ultima lettera oppure un telegramma di Acerbi a Nievo deve essere esistito, perché nella documentazione rimasta non c’è il permesso di portare a Torino Giuseppe Fontana e senza questo permesso di Acerbi il povero scritturale palermitano non poteva partire.
[62] Sarzana.
[63] Mosto Antonio (1834-1890), genovese, partecipò alle Cinque Giornate di Milano. Fu con Garibaldi nel ’59 e nella Spedizione dei Mille.
[64] Garibaldi a Napoli lo aveva promosso generale.
[65] Imprigionato i primi di agosto ’62, con l’accusa di aver procurato volontari per l’ultima Spedizione di Garibaldi conclusa sull'Aspromonte, ebbe come avvocato Crispi che lo fece subito liberare. Probabilmente fu proprio Crispi a spingere Acerbi a presentare finalmente al ministero delle Guerra il resoconto finale della Spedizione dei Mille. Sembra anzi che nel testo sia intervenuto proprio Crispi, con il suo acume di avvocato.
[66] Dopo il processo, in cui venne assolto.