1859-1860: il confine Austria-Regno
Sardo
taglia in due il Mantovano
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di Fausta Samaritani
1. Ottobre 1859. Ippolito Nievo in volontario esilio,
in campagna
Scrive Ippolito Nievo da Rodigo nel Mantovano, a Luisa Sassi De Lavizzari, l’8 ottobre 1859:
«Che
differenza fra i bei monti della Valtellina [dove Nievo aveva militato come
Guida dei Cacciatori delle Alpi] e queste stupide ed uniformi pianure! Subirei
ancora volentieri la tirannia del signor Minghetti e delle mosche, nonché
le manovre prima dell’alba, per riavere un paio di quelle giornate. Invece
mi tocca qui andar a zonzo col fucile in ispalla per ispaventare le passere
del vicinato, e quando sono a un certo punto tornarmene addietro per paura
d’incappare nei Tedeschi. Oh qual felicità! S’immagini che li abbiamo qui
a tre miglia, e che per valido antemurale abbiamo, credo, tre carabinieri
appostati al confine
[1]
! Peraltro quei molesti vicini non danno segno di volersi
muovere per ora; e le disposizioni da essi prese per la riduzione dell’armata
sembrano questa volta sincere, tanto sincere che l’armata stessa è quasi sconquassata
peggio che sul campo di Solferino. Anche gli Estensi, per quanto a Milano
se ne fantastichino romanzi, sono scarsi di numero e poveri di spirito. In
quattromila appena stanno incantucciati a Sanguinetto ch’è un luoguccio tra
Mantova e Legnago; e di colà hanno più viso di supplicare che di minacciare
sull’opposta riva del Po il Generale Fanti [che comandava la Lega militare
tosco-modenese-romagnola]. Parecchi dei loro ufficiali abitano Mantova in
dissapori e risse continue con la guarnigione Austriaca, tantoché se n’ebbe
un duello anche la settimana passata. Garibaldi è sempre a Rimini, anzi ora
deve trovarsi a Ravenna ove la legione volontaria dei Veneti procede benissimo.
Ma la guerra? Ohimè: la guerra non l’avremo che in questa primavera.»
La vita in campagna, a Rodigo,
nella villa di famiglia, avvilisce non poco Ippolito Nievo che non si rassegna
alla forzata inattività, dopo la militanza esaltante nelle file garibaldine.
La depressione, alla vista di una campagna che definisce «deserta e scolorata»,
è appena attenuata dalla presenza della madre. «La Mamma ch’è uscita di Mantova
apposta per tenermi compagnia _ scrive ad Arnaldo Fusinato, l’8 ottobre 1859
_ divide pazientemente queste pallide noje ed io non saprei ben dirti se goda
de’ suoi conforti o mi dolga del sacrificio.» Eppure questi sono i luoghi
verdi e ameni in cui egli ha ambientato L’avvocatino, la sua più bella
novella campagnola di area mantovana.
Ippolito Nievo trascorre poche
ore a Castellucchio, in casa di amici, dove una sera improvvisa, su richiesta
dell’uditorio, una ironica traduzione del Miserere in chiave patriottica.
«Sabbato fui a Revere _ scrive l’11 ottobre 1859, a Bice Gobio Melzi d’Eril
_ ove un falso allarme diede a credere che i Tedeschi si preparassero ad occupare
l’Oltrepò. Figurati qual rivoluzione! Scappa di qua, scappa di là: pareva
una scena del Giudizio finale; io ragionava, e confortava, ma era fiato gettato
al vento. Non so poi per qual ragione questi gonzi scappino – che hanno a
far di loro i Tedeschi? Se lasceranno le case e i fondi, a tutto il resto
essi daranno il passaporto d’assai buona voglia.»
2. Marzo 1860. Corrispondenze particolari dal confine
mantovano a «La Perseveranza»
Il quotidiano milanese «La Perseveranza», voluto e finanziato da amici del conte di Cavour e diretto dal friulano Pacifico Valussi, esordiva il 20 novembre 1859. Gerente era Romualdo Bonfadini, sostituito in caso di assenza da Filippo Filippi _ meglio noto a Milano come Pippo Pippi _ che probabilmente era autore della anonima e brillante rubrica Rassegna musicale. Gli argomenti di agraria erano affidati a Gaetano Cantoni. Nella rubrica quindicinale Cronaca milanese è riconoscibile la penna di Leone Fortis, tanto più che per due volte, nel corso del 1860, egli dichiara di essersi allontanato da Milano e i periodi coincidono col il suo soggiorno a Bologna, dove fonda «Il Diavoletto», e a Napoli, dove pubblica una edizione napoletana de «Il Pungolo».
Nel numero 3 (22 novembre 1859) il quotidiano informava in seconda pagina: «Tra i racconti, che pubblicherà di quando in quando La Perseveranza, sarà il primo uno scritto da Ippolito Nievo, appositamente per il giornale e che porta per titolo: Il pescatore di anime.» L’avviso fu ripetuto il giorno successivo. Nel numero 7 (26 novembre 1859), in prima pagina, dopo aver annunciato che era intenzione della direzione ampliare le corrispondenze particolari e dare più spazio alla politica interna, il giornale dava notizia che avrebbe pubblicato «anche dei racconti, i quali senza sviare le menti dall’idea politica del giorno, le facciano riposare in qualcosa di ameno e di vario.» Sappiamo da una lettera alla madre, datata 10 dicembre 1859, che proprio quella sera Ippolito Nievo _ dopo una breve parentesi lontano da Milano, nella vana attesa che Garibaldi iniziasse una campagna contro gli Stati Pontifici _ iniziava a scrivere Il pescatore di anime, racconto destinato tuttavia a rimanere incompiuto. Sei pagine di questo manoscritto si conservano alla Biblioteca comunale Teresiana di Mantova.
Non conosciamo le ragioni che
interruppero sul nascere questa nuova iniziativa di Nievo, né per quale motivo
«La Perseveranza» abbia rinunciato a pubblicare novelle nella sua Appendice.
È possibile che la figura di don Lorenzo Foschiani, il prete che opera a stretto
contatto con i contadini, ne comprende le problematiche sociali e si batte
per soluzioni politiche che diano voce ai più diseredati, fosse delineato
da Nievo a tinte troppo marcate e moderne per un giornale filo governativo
come «La Perseveranza».
A marzo 1860 le corrispondenze
particolari de «La Perseveranza», provenienti dal confine mantovano, aumentano
sia per frequenza, sia per lunghezza. Le preoccupazioni del corrispondente
_ che non era Paride Suzzara Verdi, perchè queste corrispondenze continuano
anche dopo la sua partenza per Palermo, a luglio 1860 _ riguardano episodi
che denunciano un acuirsi della tensione politica. Quella pubblicata nel numero
111 (10 marzo 1860) inizia così:
Dal confine mantovano, 6 marzo
Da una settimana circa, numerose pattuglie di gendarmi
e soldati austriaci percorrono tutti gli stradali che mettono alla nostra
frontiera; chiunque viene incontrato, viene ricercato del passaporto, e qualcheduno
anche rigorosamente perquisito. Molti contadini ed affittuali, che fin qui
avevano libero l’ingresso alla frontiera austriaca ed alla città [Mantova],
muniti della sola carta d’iscrizione del Comune, vennero fermati dalle dette
pattuglie, arrestati e detenuti nelle carceri di polizia per qualche giorno:
parecchi vi sono ancora. I soli muniti di passaporto vengono rispettati: fin
qui, e fino ad un certo punto, l’Austria usa del suo diritto, che però è soverchiamente
spinto; ma dove il vigore è assolutamente illogico e vessatorio, è contro
gli abitanti del Comune di Buscoldo, che sono nella zona neutrale.
La frontiera austriaca a Buscoldo è demarcata dalla sinistra
riva dello scolo Fossa viva, dove vi è poca parte dell’abitato di Buscoldo
colla residenza comunale; poco discosto da questa e sulla destra dell’altro
scolo di Lodolo, vi è il paese di Buscoldo, territorio neutrale. Dopo
la guerra era permessa la circolazione fra il paese e la frontiera austriaca,
purché gli abitanti fossero muniti di carta d’iscrizione del loro Comune:
pochi giorni sono, e senza alcuna diffida nemmeno officiosa, chiunque del
detto territorio neutro viene trovato sulla frontiera austriaca, con o senza
carta, viene arrestato e tradotto a Mantova. Questi fatti indispettiscono
oltre ogni dire, e mostrano tutta la rabbia rozza e selvaggia dell’austriaca
dominazione. Poche sere sono, tre cacciatori, veduto un operaio colla barba
all’italiana in contrada poco frequentata, se gli avvicinarono, e l’un d’essi,
senza proferir parola, cavata la lunga baionetta, lo feriva nel capo: l’infelice
corre pericolo di vita.
Jeri arrivarono a Mantova sette vetture cariche di persone
civili, arrestate nei comuni di Gonzaga e Suzzara; parlasi di molti altri
arresti fatti in varii luoghi della provincia. […]
Si era posto il delicato problema
di tracciare esatti confini di Stato tra l’Austria e il Regno di Vittorio
Emanuele II. Nel numero 117 (16 marzo 1860) «La Perseveranza» pubblicava questo
nuovo carteggio particolare:
Dal confine mantovano, 12 marzo
Il consigliere di polizia Ramponi venne traslocato da Mantova a Venezia nella qualità di commissario di sestiere; forse il governo austriaco paga con questo traslocamento un tributo all’opinione pubblica, che condannò la nota circolare Ramponi? […]
Sabbato arrivò a Castellucchio la Commissione franco-sarda per il tracciamento definitivo dei confini: alle Grazie si è stanziata la Commissione austriaca. Nella mattina di sabbato arrivarono alle Grazie, provenienti da Mantova, tre forgoni carichi di letti, pagliaricci, coperte e lenzuoli, con venti soldati austriaci di scorta, e si occupò una casa privata; subito dopo vennero requisiti legna, paglia, tavole ed utensili da cucina; nella sera arrivarono trentotto soldati d’infanteria comandati da un capitano, e tutto questo per servire di scorta alla sola Commissione austriaca. […]
La corrispondenza più interessante è quella del numero 120 (19 marzo 1860):
Dal confine mantovano, li 14 marzo
Lunedì la Commissione militare internazionale franco-sarda-austriaca ha riconosciuto il terreno e studiato sulla carta della nuova frontiera fra le Grazie e Scorzarolo; un tale tracciato ha per base la dichiarazione del governo imperiale francese, «che l’abitato di Scorzarolo e delle Grazie abbia a rimanere all’Austria».
Ecco come sta la linea.
La nostra frontiera parte dal Mincio, di fronte al caseggiato del fondo vallivo la Ca-bassa delle Grazie, e si porta sin contro alla siepe sporta in un orticello dell’abitato del borgo; indi arriva sino alla canaletta d’irrigazione dei prati Capilupi, e segue questa fossetta sino all’intestatura della strada comunale di Pozzarello colla strada postale, e per poco tratto la segue, per poi prendere la stradella Cristofori, cui abbandona per prendere altra stradella, che mette al Molino Campagna, ove prende la strada bassa, attraversa il ponte sullo scolo Osone e la continua sino al ponte sul fosso dei Gamberi. La mezza via di questo fosso segue per due miglia circa il nuovo confine di stato sino al ponte in legno della stradella detta del Zajotto: segue la detta stradella e raggiunge la strada di S. Lorenzo, prende la nuova strada detta della Colombina, che conduce a Buscoldo, l’abbandona alquanto per girare attorno all’oratorio del fondo Balconcello Panizza, e raggiunge ancora la via comunale, rimanendo tutta dalla nostra parte, sino al punto ove la strada si divide in due, abbandonando quella che mette a Buscoldo, per tenere quella dei Ronchi sino al ponte sullo scolo Corbolo. E tiene la metà di questo scolo sino allo sbocco nella Senga, continuando, per breve tratto, anche questo scolo, cui lo abbandona per prendere altro fosso di scolo, detto Fossone o Covone, che pure abbandona alla Ca-Negrini di Scorzarolo, dove gira la chiesa e l’abitato, e prende l’argine sinistro del Po, ove si uniscono alle acque di questo fiume quelle dell’Oglio.
Nelle corrispondenze successive si dava notizia che tra il Mincio, le
Grazie e Scorzarolo erano stati posti sul confine i termini di pietra numerati:
i pari indicavano il territorio italiano, i dispari il territorio austriaco.
Per parte piemontese, l’esperto era il sig, Pollano, capitano del 16° reggimento
di fanteria e già professore di topografia militare all’Accademia militare
di Torino.
A metà aprile il corrispondente dai confini mantovani comunicava che gli
Austriaci stavano costruendo nuove fortificazioni lungo il confine: si trattava
di opere miste, composte di rilevati di terra e di muri di cotto con feritoie
a gola. Armature di legname e terrrapieni erano stati posti a nascondere i
cannoni già posizionati lungo il confine. Alla frontiera di Curtatone
si perquisivano le carrozze provenienti dalla Lombardia. Nella costruzione
di ogni fortificazione erano impiegati ben 200 operai (cifra destinata a salire):
ma si prevedevano sei mesi, per portare a termine i nuovi forti. Nell’area
del fondo Finzi, detto dei Gesuiti, posta a destra del Forte di Belfiore
e su cui una volta sorgeva un edificio abbattuto nel 1859, c’era il progetto
di una nuova fortificazione che avrebbe protetto la strada postale per Castellucchio
e il lago delle Grazie. Un manufatto difensivo stava sorgendo oltre la chiesa
di Frassine: il fossato avrebbe tratto acqua dal Cavo Nuovo. Due fortificazioni
erano previste presso San Giorgio, lungo lo scolo detto Fossamanna. Arginature
nuove avrebbero rinforzato gli scoli tra Buscoldo, Scorzarolo e Borgoforte.
Una testa di ponte, con quattro forti a destra del Po, di cui uno sulla strada
verso Parma e altre opere sulla riva sinistra, sarebbe stata il cuore delle
nuove difese lungo la frontiera. Milioni di mattoni erano stati richiesti
alle fornaci dislocate lungo il Mincio. Si segnalava inoltre l’arrivo a Mantova
di truppe fresche, provenienti da Verona. Avrebbe fatto in tempo, l’Austria,
a fortificare tutta la linea di confine, prima dello scoppio della nuova guerra?
Su «La Perseveranza» a metà aprile 1860 incalzavano intanto, fumose, imprecise,
ma preoccupanti e preoccupate, le corrispondenze da Messina: a Palermo, insorta,
c’erano stati scontri sanguinosi.
Garibaldi intanto, acquartierato a villa Spinola a Genova, attendeva un
segnale chiaro dalla Sicilia.
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agosto - 2 ottobre 2007
Ippolito Nievo informa. www.ippolitonievo.info
[1] Si riferisce al santuario della Beata Vergine delle Grazie, che si trova circa a tre miglia dalla villa Nievo di Rodigo e a pari distanza da Mantova.