Caterina
Scene carniche
Capitolo
III
Quel giovane
Natale, di cui tenni parola nel capitolo precedente, aveva fatto lo sventato
fin da ragazzo, s’era sempre sottratto dal travaglio peggio che il diavolo
dall’acqua santa, e per verità non ne aveva gran torto e niun v’ha che non
sappia essere sana la poca fatica. La mamma, nell’assenza di suo marito, rimasta
sola in casa con lui, gli andava spesso ripetendo che un giorno egli avrebbe
ritrovato tanto da viversi in pace senza lambiccarsi troppo il cervello né
far il callo alle mani o logorarsi la pelle, ché nessuno in paese meglio di
lui avrebbe potuto menar vita spensierata e tranquilla. Avealo comodato per
tempo presso il cappellano del villaggio, il quale, a forza di pazienza, gli
fece entrar in testa il fior di virtù, il sentiero, i primi
rudimenti della fede, e qualche altra orazione: menavalo seco in chiesa, al
passeggio, all’uccellaja, dove mai non mancava che il garbato allievo non
corrispondesse a tante premure con qualche dispettaccio malizioso e sottile.
Oggi spezzava le penere in levar l’uccello accalappiato, indi l’apponeva a’
gatti od a’ sparvieri; domani apria lo sportello a qualche piccione o fringuello
montano conservato fin’allora con tanta cura ed amore, e poi faceva giuramento
ch’egli non ne sapeva nulla, ma che il prigioniero se l’era svignata di certo
per una gretola della gabbia: adesso gl’intrideva le paniuzze
[1]
di terra o d’altra lordura, spezzavagli i vergelli, bruttavasi
di vischio la mani, la faccia e il suo lindo abitino. In casa era sempre un
nabisso
[2]
: venendogli in mano qualche breviario, ne facevo lo spoglio,
or con furarvi
[3]
i santini postivi per segno, ora con lacerarne le pagine,
o svellerne gl’interi quaderni: gli orciolini degli altari, le stoviglie da
tavola, le lastre delle finestre erano sempre nuove. Eppure niun si dava pensiero
per tutto questo, ma dicendo ch’egli era ancor troppo piccino, che col venir
su avrebbe dato luogo alla ragione, ne sopportavano le mille stranezze ed
i capricci, pazientemente lasciando che le cose camminassero pel loro piede.
Sua madre frattanto, dopo aver coltivato e nudrito questo bel germe, era morta;
ed il papà, che da qualche anno mercanteggiava in Venezia, non potendo sopportar
che il suo figliuolino restasse in mano d’estranei che gliel guastassero,
l’aveva chiamato a sé onde educarlo sotto i propri occhi, e iniziarlo ne’
traffichi suoi. E il buon figliuolo trovava nel padre la stessa bonarietà,
la stessa sofferenza che aveva fin allora esperito: quando gli talentava prestavasi
qualche tratto in ajuto de’ negozii paterni, altrimenti nessuno gli rompeva
l’orecchie per istigarlo. Venuto grandicello, seppe giovarsi della sua buona
ventura: vie di spassarsi non gli mancavano, e il padre fornivagli ogni mezzo
di farlo, ond’ei si diede perdutamente agli amici, ai convegni, alle bische,
a’ ridotti, sciupando così in giuochi e stravizzi in ragione che il padre
guadagnava, e guastandosi la salute in laidi piaceri. Venezia! quale spirito
mai sarà tanto austero che alla mitezza del tuo cielo, al brio, al fasto delle
tue feste, alla mollezza de’ tuoi voluttuosi costumi, ai tuoi giocondi e frequenti
spettacoli non sentasi dentro una gagliarda attrattiva che l’invita a godere?
– E i nostri rigidi Carni, avvezzi per tempo a tutte l’asprezze, alle fatiche,
agli stenti e travagli della vita montanesca, anch’essi mal resistono a’ canti
di questa sirena allettatrice, ed anelano anch’essi libar il calice del contento.
Né il nostro Natale s’era schermito da tante insidie, né s’era pensato pur
di resistere: appressate una volta le labbra all’orlo di quel calice, ne aveva
gustato le dolcezze del nettare, non anco la feccia amarissima nel fondo.
Appoco appoco la Caterina veniva
ricuperando le forze e i colori perduti. Ripresero le pupille il fuoco consueto,
le rose più fresche rifiorirono su quelle guance dilavate che tornavano pienotte
e ricolme come una volta. Né il vago damigello ebbela veduta appena a San
Pietro, così ritenuta, timida e vereconda, che venutagli a nausea ad un tratto
le facili e smorte beltà cittadine, si sentì un rimescolamento nello stomaco,
un caldo nel sangue, che non era forse ancor fuoco del tutto, ma neppur gelo
affatto. Cominciò a provare una certa compiacenza ad appressarla, a starle
qualche momento vicino, poi durava fatica a distaccarsene: poveretto! non
trovava lassù come ingannar il suo tempo, non teatri, non balli, non tresche,
né chiassi, né spettacoli, ché non la è merce di villa codesta. S’avvide però
che sebben la Caterina non fosse tanto schiva in trattar seco, la non era
però così agevole conquista come e’ se l’era pensato: ma lontano dal disanimarsi
per questo, iterò con più lena l’assalto, e si mosse a tenerle la lancia alle
reni, a starle attaccato ai panni, a tenerla come assediata di continuo, facendo
il cascamorto, e ridendole in bocca, e spasimando per cagion sua. Ed ecco
la giovine intristirsi, farsi melanconica e pensierosa, sfuggire i consueti
convegni delle antiche compagne: spesso la sorprendono che guarda il cielo
estatica, e ride agli angeli e sospira. A chi entra a parlarle del suo Battista
o non risponde o lo fa freddamente e con mal garbo: se poi le toccano del
galante veneziano, le scorgono in un attimo infocarsi la faccia, gonfiar il
seno, dare un guizzo involontario, e dimetter gli sguardi: perloché il vederla
sempre inseguita da quel vezzoso, e i suoi nuovi costumi, e le fiamme del
viso, e i sospiri del petto sono anche troppo onde palesarla innamorata.
E
parrà strano a prima faccia in verità udir come una forosetta così ingenua,
così savia e giudiziosa, quale apparia la nostra Caterina, fosse poi così
leggera in versarsi alle carezze ora di questo, ora di quello: stanteché pareva
in su le prime la non fosse indifferente affatto per quel Battista, di cui
la Lena le favellava. Ma egli era desso un buon montagnuolo che, senza celiarle
troppo d’attorno né corteggiarla, avevala amata fin da fanciulla, benché non
le avesse ancora tenute mai di proposito parole di amore; – che importa? ha
forse bisogno l’amore che il labbro lo palesi per essere conosciuto? Credetti
una volta, e credo tuttora, esservi in amore uno sguardo, una lacrima, un
rossore, un sorriso che meglio lo dimostrano delle più sdolcinate espressioni,
dei più ricercati concetti, e ripetute proferte
[4]
e giuramenti. Ed ho questa fede così ferma nel cuore, che
non amerei di certo una fanciulla, la quale, per farmelo intendere, dovesse
dirmi colle labbra che m’ama: però non tutti la pensano ad un modo, e tra
coloro che la vogliono a rovescio era pur essa la Caterina. Adesso avvezza
alle accorate promesse, alle cortesie, agli encomii, che sa tributarle il
veneziano, quel povero Battista le sembra, appetto a lui, più grosso del brodo
di maccheroni, così goffo, così scempio che non ravviserebbe un bue tra cento
persone, che quando s’imbatte in lei confondesi ed armeggia per darle appena
il buon giorno.
E la Lena, in vedendola d’un subito
tanto mutata, e sapendosi ogni dì più evitata da lei, e poco men che abborrita,
non è a dire se ne fu afflitta. La s’era fidanzata in quell’anno ad un buon
giovane compaesano, ed era già prossimo il dì delle nozze: ond’ella valendosi
del diritto che l’usanza del paese accorda alla novella sposa di scegliersi
un’amica del cuore che l’accompagni all’altare, prescelse la Caterina, tanto
per darle una prova che il suo attaccamento non era venuto meno per le stranezze
di lei, siccome ancora per aver comodo e tempo di favellarle. La Caterina
non seppe accampar scuse e pretesti che valsero ad esimerla da quell’ufficio,
e le fu forza acconsentire.
Vige una strana consuetudine tra
miei monti: la comitiva nuziale, all’escir di chiesa, si trova asserragliato
di fronte il sentiero da quello strano apparato che chiamasi Traghetto
in paese. La è questa una faceta commediola, un incontro improvvisato
per festeggiar la sposa, e potresti dirla ancora una barriera sollevata in
sul confine della improvvida adolescenza, quasi per avvertirla che oltre l’attendono
i serj travagli e le spine ed i triboli del giogo conjugale: perciò la sposa,
occupata da questo pensiero, raro avvien che s’avvicini cogli occhi asciutti.
Anche in quel dì a un trar di mano fuor della chiesa egli era bell’e apparecchiato.
Per i primi s’incontravano due uomini d’armi co’ fucili incrociati a sbarrar
la via: dieci passi più addietro v’era un tavolo con uno strato di velluto,
sopravi un calepino, o un leggendario de’ santi, cioè lo statuto del villaggio,
una zucca incavata ed entro un granturcule
[5]
, il che scusava la penna e il calamaio; al di sopra un
grand’arco di frasche intrecciate e di fiori, e dietro al tavolo quattro stradieri
[6]
impettiti, codiati
[7]
da una mano
[8]
di guardie a specular
[9]
la via, a rivedere i passaporti, raccogliere i pedaggi
e che so io, tutti fregiati di passamani, di gale, di nappelloni, di fiocchi
e di piume con tanti colori che da lontano parevano l’arco baleno. – Termina
frattanto la messa e la benedizione nuziale, esce il convoglio: eccoli tutti
appostarsi al valico perché non passi il contrabbando. Le due prime velette
[10]
permettono libero l’accesso sol che ad una coppia per volta:
i primi ad inoltrarsi sono la comare e lo sposo, il quale presenta all’autorità
i suoi fogli di viaggio che vengono scartati; egli vuol passare nulla ostante
sia per amore o per forza, insorge un litigio, una sciarrata
[11]
, un gridìo da non si dire, ma in buon punto arriva la sordida
caricatura del principe a sciogliere i dubbj e definir le contese. Gli è questi
un un figaro
[12]
sfigurato, un uomo in fardato il grugno di minio, di carbone
e fior di farina, la testa sepolta per entro a un cappellaccio da fare spavento
a’ corvi, la barba posticcia al mento, indosso una stuoia, ovvero una clamide
rattoppata di cenci che piovon d’intorno a brandelli e sfilacce a modo di
frangia; simile a quella fantasima
[13]
che festeggiasi a bordo del naviglio quando oltrepassa
la linea. Scortato dal suo bargello, costui s’avanza, domanda ragione di quel
baccano, mettesi a caval del naso un par d’occhiali, le cui lenti, levate
all’impannata
[14]
di qualche finestra, gli adombrano mezza la faccia, onde
lo scambieresti per un barbagianni, o per qualche altro allocco mostruoso:
siede quindi pro tribunali, si prepara a render giustizia, squaderna
il suo codice, esamina i passaporti, e s’intende dee dar ragione a’ suoi uomini
e rigettar le carte, perché false o già spirate.
Quella prima coppia si ritira,
fassi innanzi un’altra, una terza, ma niuna è munita di documenti più validi,
a sono tutte alla lor volta respinte. Finalmente s’inoltra la sposa, ed agli
stradieri che le dimandan le carte, presenta ritrosetta la destra con l’anello
nuziale; messer lo giudice ne esamina lo scudetto, lo confronta con qualche
vignetta che trova per caso intarsiata in quel suo leggendario: – virtù mirabile
di quegli occhiali! il caston dell’anello e la vignetta
del libro sono perfettamente eguali, – l’anello nuziale ha rotto l’incanto,
– egli è il talismano sicuro onde il passaggio sia aperto per tutti. Di tal
guisa la barriera è levata, si reca da bere, si fa un brindisi alla salute
di tutti, gli sposi e i lor compagni regalano di qualche lira la cortesia
de’ gabellieri e passano tra gli spari dell’armi a casa il marito, ove si
pranza, poi comincia il ballo che dura sino a notte. Così col chiudersi della
giornata ha termine la festa, e così finisce la libertà d’una fanciulla insieme
co’ sogni più lusinghieri di sue care speranze.
Il damerino di Venezia non mancò
di recarsi al ballo: vi fece due giri colla sposina, colle sue gioviali compagne,
di poi s’appiccicò alla Caterina e non l’abbandonò per tutta la sera. Quindi
in sul tardi essendo ella venuta a salutare la Lena per far seco le dipartenze
e toglier commiato da lei, questa la strinse per mano ed avutala seco in disparte,
le favellò:
–
Caterina mia
dolce, tu sai s’io ti voglio tutto il mio bene, e s’io abbia mai cessato di
amarti: perciò non voler prender in mala parte quanto sono per dirti. Da quel
che vedo, i’ ti sono divenuta nojosa, importuna, ed il mio buon Battista ancora
più. – Deh! che vuoi tu perderti dietro a quello sventato di Natale? ei già
non ti sposa, e tu non fai che consumar il tuo tempo a badare colui, mentre
potresti intanto accasarti con un galantuomo tuo pari. Tutti già sanno che
capo scarico sia colui, e sentire i suoi vanti e le sue tante vittorie in
amore fa a tutti temere che tu non sia per capitar male ad avertelo dietro.
Vedi adunque da te se ne vada dell’onor tuo e del tuo buon nome a trattar
sempre seco, e praticarlo d’avanzo. Deh! fa senno una volta, amica mia – tel
dico e tel ripeto che tu perdi il tuo tempo indarno, e ch’egli non ti sposa.
– Rispondevale la Caterina con una voce alterata e con un piglio dispettoso
che questo lo sapeva bene anch’ella, e che non le passava pur per la mente,
e che non pretendeva nemmeno ch’ei la richiedesse per moglie, e ch’ella non
badava a quel tale più che a tutt’altri, che a salutarlo per istrada, e parlar
seco qualche fiata non era poi quel gran peccato; e finalmente, uscita affatto
dai gangheri, affin di troncare ogni quistione, concludeva: «La gente sa dirne
molte e può dir quel che vuole: ma ogni parola non merita risposta.»
Compagno alla festa, ma non partecipe
a quei tripudi era pur esso il povero Battista. Melanconico, sceverato da
un canto, contemplava a guisa di smemorato la danza vorticosa, ognora seguitando
cogli occhi l’antica amante in braccio ad un rivale; quando poi l’ebbe veduta
sulle mosse d’andarsene, le si fece vicino e si offerse d’accompagnarla a
casa. Faceva una notte serena, i cieli stellati e senza luna, tutta la terra
assopita in altissimo riposo: essi andavan via passo innanzi passo soletti,
taciturni. Il giovine aveva attesa quell’occasione per favellarle; tutto il
giorno aveva trepidato per coglier quel punto, e messe insieme quattro parole
da dirle: adesso il suo spirito, la sua mente, i suoi pensieri erano tutti
sconcertati, – sentiva il cuore martellar così forte, con tant’impeto i polmoni
dibattevangli, e così grosso gli esciva il respiro, che più penosa non dev’essere
l’agonia. Però, scorgendo omai la meta vicina, pensò che dovea romper egli
il guado pel primo, onde, ripreso coraggio, fece uno sforzo a sé stesso, e
sostando improvviso davanti alla fanciulla, le disse:
–
Caterina, ho bisogno di favellarti.
– Ed io son qui pronta ad ascoltarvi.
Così fermatasi anch’ella di faccia a lui: – ma le sue parole si facevano aspettare
a lungo.
– Caterina – finalmente riprese
sospirando – io speravo che tu mi avessi compreso: invece mi sono ingannato.
– Egli è già gran tempo, sai, che tu, tu sola regni in questo cuore – e dovevi
ben essertene accorta, ancor ch’io non te l’avessi mai detto. Faceva bisogno
forse di dirtelo? – Oh, dimmi, dimmi, diletta mia, in che t’abbia offesa mai
il tuo Battista, poiché tu gli anteponi un dissoluto, un libertino di quella
fatta. – Tu non potrai comprendere quanto abbia tribolato quest’anima per
cagion tua? – e ti darà il cuore di farmi penare ancora? – Dammi suvvia un
po’ di conforto – promettimi una volta di non abbandonarmi.
Ella guardavalo smarrita, cogli
occhi enfiati e pieni di lacrime: quei generosi accenti l’avevano penetrata,
confusa quanto la più acerba e meritata rampogna, e un tale struggimento provava,
che non erale più dato proferir parola: per tutta risposta gli tese la destra;
ei se la strinse al seno e partì consolato! – Lei fortunata se gli avesse
tenuto quella muta promessa!
Sebbene l’agricoltura fra i monti
sia cosa tant’aspra e pesante, tuttavolta per i miei buoni alpigiani ella
suol’essere una specie di giolito
[15]
e di riposo. In sullo scorcio d’autunno essi abbandonano
la patria, recandosi a svernare in lontani paesi, ove s’industriano raggruzzolar
qualche soldo a forza di risparmi, e fatiche, e patimenti: indi ripatriano
[16]
per rinfrancarsi al tornar della state.
Allora tu vedi ripopolarsi i villaggi
di fiorita gioventù, mentre sin allora parevano sol da femmine abitati e da
fanciulli: vansene assieme sparpagliandosi pe’ campi e pei clivi, a stentar
tutto il giorno sotto la ferza del sole, reso più cocente dal riverbero delle
montagne. In sul meriggio seduti al rezzo
[17]
di qualche albero che temperi un po’ l’arsura, reliziansi
[18]
allegramente, e quale vedi piantar l’incudine in terra
e battervi sopra la falce, altri correre alla fonte ed empire il barlotto
[19]
, altri assopirsi bocconi e dormicchiare a gomitello
[20]
, mentre l’olezzar dell’erbe recise e il calore dell’ora,
e il zinzitular
[21]
delle rondini, e il soffio incostante de’ venticelli o
il murmurare d’un rivo conciliano un sonno così dolce.
Quattro giovinette accoccolate
all’ombra di una siepe, entro a cui l’aura folleggiava, digerivano un povero
pranzo mangiato del miglior appetito, e ghignavano a motteggiarsi, mentre
una quinta compagna, la Caterina, finiva il suo pasto.
– Ve’ come la desina di mala voglia
– sclamava una di loro per farla versare
[22]
– sembra ch’ella abbia in prestito quelle mani.
– Lasciala, poveretta – rispondevale
un’altra - neppur pretendere ch’ell’abbia appetito s’ell’è innamorata.
E la Caterina, scotendosi d’un
tratto, poi che l’avevano tocca sul vivo, soggiunse di rimando:
– Or vedi che vuol’essere misurarsi
colla sua canna! eh già! cencio dice all’altro straccio. Ma tu non sai, che
se ti tagli il naso il sangue ti viene in bocca?
–
Brava Caterina, chi fu in sepoltura sa ben chi sia morto.
– Guarda un po’ come la si adonta!
lo sappiamo, lo sappiamo, n’è vero ragazze? Ch’e’ ti corre dietro anche a
te; anzi stupisco di non vederlo ancora comparire.
E vi si appose
[23]
, ché poco stante intesero un tiro di fucile poco discosto,
videro tra il fumo della polvere alzarsi uno stormo di passere impaurite,
indi per una callaia
[24]
sbucar fuora un cacciatore dirigendosi alla lor volta.
Non dirò se le guance alla Caterina s’infiammassero, e se l’ansia che in quel
punto l’assaliva, fosse piacevole o disgustosa.
– Signor Natale, le gira per tempo
stamane – (era prossimo il mezzogiorno) – avrà fatto buona preda n’è vero?
– Lo interrogava una delle operaie.
– Così così, non c’è quel male,
– il galante le soggiungeva.
– Oh, lo sappiamo s’ella è valente:
la imbercia
[25]
a tre miglia che gli è proprio un portento. La vuol darla
a bere a noi? E’ tien alla chiesa e coglie il campanile. – Ma il galante,
facendo lo gnori, si studia di mutar tema.
– E che si fa egli di questo arnese
ch’è qui? – domandò osservando un dei rastrelli distesi sull’erba; – come
il chiamate, di grazia?
– Oh, non sa nemmen come si chiami?
– Lo sapevo bene una volta.
– E se l’è scordato sì presto?
– Che diavolo mi porti se mel
ricordo piue. – E tal discorrendo, mette per caso un piè sui denti della traversa
e preme forte di guisa che il manico posto a leva così s’alza con impeto dall’altro
capo, e l’arriva giusto sulla fronte come il ciottolo di David, gli butta
in terra il cappello, e gli fa tanto di bernoccolo ove l’ha colto. Convien
ben dire che la picchiata fosse tale da chiarir a un tratto le idee del giovane,
e di rinfrescargli la memoria di colpo, perocché, senza riflettere d’avantaggio,
l’intesero brontolare:
– Bestia maledetta! – E si partì
grattandosi la botta con una luchera
[26]
da far paura, mentre la brigata raddoppiava le beffe e
le risa a spalle sue.
Ma un’altra volta nel tempo della
battitura, volendo il giovane seguitare a fare il giorgio e lo smargiasso
per ben meritare nel cuore della sua bella, fu a un pelo la commedia per volgere
in tragedia. Vennegli veduta, passando, la Caterina trebbiar la segala su
d’un’aia, e non poté far a meno d’entrarvi; levò il coreggiato
[27]
di mano a un’operaia e si messe di faccia all’amica a batter
di lena, ma siccome avviene a’ mal pratici, e’ non assecondava le battute
per nulla, ed ora dava il colpo falso, ora coglieva di schiancio
[28]
, ora incioccava
[29]
il coreggiato in aria con quel delle vicine. Elleno avrebber
voluto mandarlo col fistolo
[30]
, però non osavano dirglielo, un po’ per rispetto della
loro compagna, di cui sapevanlo innamorato, un po’ sembrando indiscretezza
l’usar discortesia verso un giovane di garbo venuto così di buona voglia ad
aiutarle. Quando in sul più bello se gli ruppe la coreggia della gombina
[31]
, egli resta col monfanile
[32]
in mano e la vetta dà un salto nel muro: tutte fecero sosta
d’accordo e mutaron colore, e fu veramente miracolo se non percosse nella
testa la Caterina, che me l’avrebbe conciata assai male. Così allora come
sempre avverassi quel detto: Chi non sa scorticare intacca la pelle.

19 maggio 2007
Ippolito
Nievo informa
www.ippolitonievo.info
[1] Paniuzza = piccolo paniere di vimini.
[2] Nabisso = sconquasso, scompiglio. La presenza della voce toscana nabisso è segnalata da Arnaldo Di Benedetto, entro una battuta di dialogo, nel capitolo XXII de Le Confessioni d’un italiano. Cfr. Arnaldo Di Benedetto, Una lingua non mimetica (sulle «Confessioni d’un italiano» d’Ippolito Nievo), «Giornale Storico della Letteratura Italiana», vol. CLXXXII, fasc. 598, p. 185.
[3] Furare = rubare, portar via.
[4] Proferta = profferta, offerta, proposta.
[5] Granturcule = da granoturco, il tutolo o asse spugnosa della pannocchia di mais.
[6] Stradiere = agente dei dazi.
[7] Codiare = seguire assiduamente.
[8] Una mano = piccola schiera (uso latino).
[9] Speculare = esplorare.
[10] Veletta = vedetta.
[11] Sciarrata = sciarada, situazione inestricabile.
[12] Figaro = barbiere.
[13] Fantasima = spettro, ombra.
[14] Impannata = telaio, infisso.
[15] Giolito = piacevole riposo.
[16] Ripatriare = rimpatriare.
[17] Rezzo = fresca ombra.
[18] Reliziarsi = voce non identificata.
[19] Barlotto = barilotto o barilozzo, piccolo barile.
[20] A gomitello = gomito a gomito, assai vicini l’un l’altro.
[21]
Zinzitulare = voce onomatopeica.
[22]
Versare = piangere.
[23] Apporsi = indovinare.
[24] Callaia = stretto passaggio.
[25] Imberciare = colpire nel segno.
[26] Luchera = livido, ecchimosi.
[27] Coreggiato = correggiato, strumento per sgranare i cereali, formato da due bastoni uniti da una cordicella di cuoio. Si impugna un bastone e si fa ruotare l’altro per poi percuotere i cereali che sono in terra.
[28] Schiancio = striscio.
[29] Incioccare = far urtare.
[30] Col fistolo = al diavolo.
[31] Gombina = laccio di cuoio che unisce la vetta del correggiato col manico.
[32] Monfanile = voce non identificata.