Carnevale a Milano e Venezia
tra cronaca, letteratura
e storia
Scritti
vari a confronto. Ricerca di Fausta Samaritani
1. Brani di lettere e una poesia di Ippolito Nievo
Scriveva Nievo da Milano a sua madre, il 26 gennaio
1860: «O di rif o di raf si balla
e si fa chiasso. Ecco tutto – del resto si crede comunemente ad una guerra
prossima ed inevitabile». E il 28 febbraio, sempre alla madre e da Milano,
tornava sull’argomento del carnevale: «La Zia ha brillato e ballato a
Como a giudicare almeno dalla storia di un ballo ch’essa ebbe la bontà di
narrare alla Bice. Quell’abito ha figurato tanto che finì col lasciare i gheroni
sul campo de’ suoi trionfi. E dire che sulla cassetta che lo conteneva nuovo
stava proprio scritto 100 Franchi! Fu proprio un peccato! Ma che non si fa
per ubbidire alle gentili eccitazioni dei mariti? Peraltro credo che tu giudichi
male, quando dici che sai perché ho tanto piacere della fine del Carnovale.
Fu unicamente e precisamente perché mi davano fastidio la gioja ed i clamori
comuni. Pensava a voi altri, alla vostra posizione che non mi pare di divertimento,
e questi pensieri, aggiunti al mio solito talento che non è per nulla dissipato,
mi facevano essere più melanconico del solito.» Nievo accenna qui al fatto
che la madre, rimasta a Mantova, si trovava in terra sottoposta all’Austria;
mentre Milano, dopo la guerra del 1859, era stata annessa al Regno di Vittorio
Emanuele II.
Il “funereo” carnevale milanese del 1859, ultimo trascorso
sotto il dominio austriaco, è stato l’occasione per più amare riflessioni:
scriveva così Nievo, alla madre, il 6 marzo 1859: «Dei quindici che si dovevano arrestare pel Funerale
di Dandolo tre soli lo furono; gli altri giudicarono opportuno di battersela.
Per quei tre pende il processo che dicesi avviato a risolversi in nulla. Pel
tumulto di Mercoledì quindici passato innanzi alla Scala un solo è l’inquisito:
certo Ferrabini fratello alla moglie dell’Avvocato Curti. Non si sa il perché
nelle ultime notti siansi fatti parecchi arresti nella gente del popolo. Per
Lunedì si vocifera la proclamazione d’una specie di stato d’assedio – ma io
non ci credo. – Del Carnevale non ci accorgiamo nemmeno; e sì che oggi comincia
la settimana grassa! Al Corso si veggono dieci o dodici carrozze; il teatro
continua monotono, e dormiglioso, grazie anche al Crociato di Mayerbeer
che è andato in scena jeri. Del resto il paese conserva la fisionomia abituale,
meno qualche po’ di ringrosso giornaliero delle truppe.»
Il veglione è il titolo di questo garbato bozzetto
veneziano, uno scherzo in versi pubblicato da Ippolito Nievo nell’opuscolo
di poesie Le Lucciole. Canzoniere (1855-56-57). È articolato in
quattro strofe, composte di settenari, dei quali il secondo e il terzo
rimano fra loro, mentre il quarto è tronco e rima col corrispondente verso
della strofa successiva.
Il veglione
Sul
naso agli Illustrissimi,
Braveggia
Pulcinella;
Rosaura
la scarsella
Altrui
fiutando va.
E
vecchierelle squinciansi
[1]
.
E
predican Dottori:
Guerrieri
e trovatori
S’impalan
qua e là.
Saltellano
Pagliacci,
Scimmieggian
Meneghini,
Fra
garruli Arlecchini
Borbotta
Pantalon.
E
ognuno sé per gloria
Fa
segno all’altrui riso;
La
Maschera han sul viso,
Pur
maschere non son.
2. Dall’Appendice del quotidiano milanese «La Perseveranza»
Confrontiamo i brani tratti dalle lettere di Nievo e il suo bozzetto veneziano con un lungo articolo anonimo, apparso sul quotidiano milanese «La Perseveranza», il 28 febbraio 1860: non ci sembra opera di Nievo, tuttavia il pensiero politico e sociale espresso in questo articolo rispecchia alcuni temi toccati da Nievo nel suo opuscolo Venezia e la libertà d’Italia, uscito anonimo a fine luglio 1859, cioè all’indomani dei Preliminari di Villafranca [2] . L’articolo pubblicato in Appendice a «La Perseveranza» è stato certamente scritto da un Autore, probabilmente un veneziano, che possiede un bagaglio culturale, ed esprime sentimenti ed idee simili a quelli di Nievo.
Il Carnevale
Milano e Venezia
L’anno scorso le maschere erano
accolte a fischi e le carrozze a ciottoli: ma in quei giorni tristemente profumati
dai fiori di una funerea corona
[3]
, la maschera copriva un satellite,
e la carrozza per lo più meno un I. R. Ciambellano! – Allora le folte schiere
dei volontari si portavano di là del Ticino a fabbricare colla polvere fulminea
i nuovi coriandoli. – E questi omiopatici rappresentanti della più sfrenata
baldoria carnascialesca, grazie al cielo, oggi ritornarono a nugoli, a miliardi
di libbre, a carra
[4]
, a sacchi; le contrade, le
balaustrate, le onde semoventi di popolo ne furono inzuccherate
[5]
e inzaccherate dall’uno all’altro
capo della città fremente di gioia, delirante; le corsie
[6]
milanesi tremarono sotto il
peso dei fantastici ruotabili carichi degl’innocui combattenti che nell’estate
[7]
scorso batterono a ferro ed
a fuoco, e se Dio vuole, batteranno ancora una volta il nemico al di là del
posticcio confine
[8]
. – E’ impossibile assistere
ad allegrie così spontanee, a tanta espansione di popolo, senza che al pensiero
si affacci una terribile antitesi: il polverio dei coriandoli mette in delirio
le menti, ma non penetra nel cuore: la candida nube degli atomi svolazzanti,
indorati dallo splendido sole di Milano, non abbaglia la vista e non ci toglie
di vedere le fitte tenebre di desolazione che coprono le città della Venezia,
e quella incantevole signora del mare che fu la sede della costante italianità,
della potenza, della ricchezza, dell’arte, del tripudio, dell’amore. – Questo
duplice senso di allegria e di tristezza, Milano lo esprime ogni giorno, né
vi fu una festa, un baccanale, un applauso a cui non si associasse un segno
di memoria e d’affetto all’afflitta sorella. Ad ogni istante s’ode sulle labbra
d’ognuno: la povera Venezia come sarà? La risposta la possono dare
messere Bissingen e l’I. R. consigliere Ramponi
[9]
nelle loro atroci ed amene
circolari, che adempiono al patto dell’amnistia, definiscono le capacità
dei conati, e aumentano l’esercito colle legioni disciplinari degli
impotenti
[10]
. La risposta più eloquente
è la concorde ripugnanza alla gioia che contrasta singolarmente colla facile
vivezza, col brio naturale, lo spirito ameno e disinvolto dei Veneziani. –
In
sostanza tutti i carnevali del mondo si assomigliano, perché le ridicole follie
degli uomini, se non altro per la loro innocenza, non hanno divarii che di
forme: pur troppo invece sono assai varie le serie e perfide follie, sia che
si ammantino colla maschera diplomatica, colla clericale, o con qualunque
altro ingannevole paludamento.
Pure
il carnevale di Venezia ha una fisonomia sua propria, formata da mille elementi
diversi; dalle tradizioni di un governo che quando era forte egli stesso,
non indeboliva cogli spassi le fibre dei suoi liberi cittadini; dalla natura
gioviale, fina del popolo; dalle grazie elettissime delle donne; dall’abbondanza
di spirito che sgorga dal dialetto più melodico d’Italia; infine dalla divina
aureola del cielo, del mare, dei monumenti.
Il
carnevale milanese ha due aspetti diversi: per le strade è scamiciato, turbolento,
battagliero: nelle sale è ricco, elegante, composto. Il costume dei coriandoli
dà ragione dell’indole del popolo: quando si vedono i Milanesi mitragliare
da scherzo con tanto valore, si può arguire di cosa fossero capaci, da senno,
nelle cinque giornate: i coriandoli concentrano tutta la folle attività in
un solo scopo; darne e riceverne finché ci sia fiato e munizione: nei giorni
di giovedì e sabato centomila persone non s’occuparono che di questo accanito
divertimento: gli uomini più o meno in maschera; tutti però sformati dai frusti
cappelli, dagli abiti scomposti, da immani occhiali, pesti, imbiancati, sudici
dalla mondiglia
[11]
che pur troppo con ordine
inverso partiva dal vile selciato per giungere con furia di projettile nella
faccia e negli occhi dei poveri pedoni!… Nel furore della mischia si dimenticò
che i coriandoli, come la manna, devono venire dal cielo. Il primo giorno
la battaglia divenne feroce sul far della sera; gli aranci, i pomi volarono
per l’aria a rompere le vetriate; chi ebbe un cilindro sul capo, se lo sentì
ammaccare da vigorosi colpi, poscia lo vide rapito da ignote mani, balzato
nella folla, sparire per sempre. La lotta tanto furibonda in aperta campagna,
non fu da meno nelle eleganti fortezze, difese da gentili e valorose amazzoni:
da tutti i poggiuoli, stipati di signore, i coriandoli si gettavano a pugni,
a canestri: peccato che la necessità del difendersi, dell’imbavagliarsi in
densi veli e sciarpe, togliesse la vista della bellezza: l’eroismo indomito
delle gentili fanciulle contrastava singolarmente colle pacate pose di qualche
Lady, che prendeva a spizzico una manciatella di coriandoli e li gettava
mollemente sulla ignobile moltitudine. L’artiglieria grossa, numerosa, fece
uno scialo incredibile di proiettili; i carri erano foggiati a piroscafi,
a montagne, a barche, ornati di fiori, di ghirlande, di stemmi pomposi, di
bandiere tricolori; taluni temperavano l’assordante baccano coi festosi suoni
dei civici istromenti. Uno di questi carri toccò il cuore di molti, fece spuntare
delle lagrime! rappresentava una gondola colossale, sulla cui prora sventolava
la bandiera di San Marco: al suo passaggio si applaudì dalla folla, con commovente
entusiasmo!… Qui il pensiero ricorre di nuovo alle lagune, al carnevale di
Venezia, che, se i destini non ci falliscono, vedremo in avvenire più splendido
e brillante che mai. E’ impossibile però confrontarlo col milanese: son due
fratelli sviscerati l’uno dell’altro, ma che nelle forme esteriori non s’assomigliano;
anzi si potrebbe fingere che l’uno appartenga al sesso forte, l’altro al gentile.
Il primo ha la forza ridondante, l’impeto, la vivacità sfrenata: in casa sta
sulle sue, si atteggia dignitosamente, veste abiti sfoggiati, fa il gran signore,
il gentiluomo, in modo da digradarne Parigi: quando esce sulle vie, rimbocca
le maniche, non bada gran fatto all’eleganza, alla pulizia, si tuffa nei coriandoli,
e poi tutto scalmanato entra nella voragine di un teatro, ove lo aspettano
le danze scapigliate e le facili fortune.
A
Venezia il carnevale è più gentile, più avvenente, più artistico: a Milano
sorprende, trascina, suscita un’ebbrezza, che è forza d’attrazione, di vertigine.
– Qui è collettivo: meraviglioso nell’insieme, si concentra tutto nella strepitosa
giovialità dei coriandoli, e quindi scapita un po’ nei particolari. A Venezia
è non solo uno spettacolo magico, un quadro di costumi, una tradizione, una
memoria, una pittura locale; egli ha significazione individuale, certi aspetti
multiformi, che ne rendono ammirevole il tutto e piacevolissime le parti.
La
maschera veneziana non appartiene solamente a quel mostro informe e ridicolo
che si chiama carnovale: si unisce cogli altri a strepitare con sibili, strilli
e campane, ma, quando occorre, fa da sé, conosce l’abito che porta, veste
un carattere, profonde lo spirito, e si attrae d’intorno capanelli [sic!]
di curiosi. Il primo abbellimento è la infinita varietà; ognuno è padrone
della sua fantasia, non schiavo della moda, che prescrive a vicenda il berretto
da Pierrot e le spiegazzate brache della debardeuse
[12]
: qualcuno si maschera per
mistificare, tal altro per corbellare; chi ha dello spirito se ne serve: quei
che ne son poveri accrescono il numero e fanno ridere colle dabbenaggini.
La maschera, sotto l’avveduto governo della repubblica era, più che un costume,
una specie di istituzione che livellava le classi, e il gentiluomo sotto la
bauta si compiaceva di affratellarsi col popolo: questa, come tante
altre tradizioni rimaste nello spirito e nel carattere dei Veneziani, si conservò
intatta, ad onta che Francia per proselitismo democratico ed Austria, per
ridurre serva ed imbelle l’aristocrazia, fomentassero la brutta usanza di
dileggiar la nobiltà: le indegne arti non riescirono ché il popolo, parodiando
i degeneri patrizii, non perdette la memoria e la venerazione al suo vecchio
governo; la maschera dell’Eccellenza non è che uno scherzo innocuo;
il barcaiuolo si sforma il volto, indossa uno straccio di veste ricamata,
bizzarramente s’adorna con trine e manichini di carta, beato di vociar correndo
per le piazze a piena gola, Pitocchi, miserabili, aria, a palazzo…
e null’altro.
La
piazza di S. Marco, nelle sere di carnevale, è una sala ardente di mille faci,
che ha le stelle per padiglione, e i palazzi, la basilica per tappezzeria:
le maschere formicolano a migliaja: serrati circoli di signore stanno nei
caffè, ove si scambiano fiori, dolci, confetti, amabili arguzie e talora sommesse
parole d’amore: quando l’età e l’umore lo permettono, ogni persona colta diventa
attore o spettatore: quindi una grande abbondanza di persone civili, una gara
nella scelta dei travestimenti, che oltre la bizzarria e la ricchezza, hanno
spesso qualche piccante significato, o qualche intima allusione, la quale
negli anni passati sotto il velo della maschera assumeva le forme della rinascente
opposizione. I tipi del teatro goldoniano, cacciati oggi dalla scena, risorgono
nella settimana grassa: Arlecchino, mezzo scemo e mezzo avveduto; il prudente
e scaltro Brighella; Pantalone, ch’è il simbolo della borghesia mercantile,
senza contare le altre maschere italiane che si danno convegno a S. Marco.
Mi ricordo anche di un Ludro
[13]
, la famosa creazione di Augusto-Bon
[14]
che colla faccia ilare, la
disinvolta birboneria e la lingua smodata sferzava i Don Prosperi, e a chi
rimbeccasse rispondeva la frase sacramentale: sti musi sala, no i deventa
miga rossi! Gli Spagnuoli sdrusciti, i guerrieri di cartone, i Turchi
ch’escono belli e fatti dal rigattiere, le molte facce toste che con effimere
rotondità passeggiano vezzeggiando, la turba dei diavoli con corna e campanini
sono la moneta spicciola del baccanale, di puro conio veneziano.
Havvi
poi le mascherate, piccole società di borghesi o di comodi popolani, che in
carnovale danno balli brillantissimi, e girano per Venezia con scelte orchestrine:
i Napoletani colla chitarra ad armacollo, e sulla cima del manico un
lanternino, cantano le allegre tarantelle: i Chiozzoti in abito di
pescatori, coi canestri ricolmi d’aranci e le tasche di confetti, parlano
la bizzarra lingua di quella ingenua gente, che in questi giorni ha inalberato
un tricolore sotto gli occhi vigili dell’oppressione; quindi i Bizzarri
che io non m’intendo di descrivere e non potrei definire se non per bipedi
quadrupedi, o viceversa; è un cavallo e un cavaliere tutto di un pezzo,
composto di carta e d’orpelli, che corre, galoppa, colle gambe di un semplice
mortale: pei Veneziani, in materia ippica di facile contentatura, è uno spettacolo
che vale un ippodromo! Le mascherate improvvisate sono innumerevoli; negli
ultimi carnovali erano in voga certe brigatelle di puttelli, in giubbettino
rosso, volto innocente, col cuffiotto in testa, e le mai colme di ninnoli,
ch’era la più sottile satira alla fanciullaggine degli uomini di proposito.
Sul far della sera, tutte queste sollazzevoli compagnie scendono dalle Mercerie,
dalla Frezzeria, da tutte le serpeggianti e sottili arterie al gran cuore,
che è S. Marco. Il carnovale, nato piccino e calmo, coll’ingrandire si fa
brillo a poco a poco, fino a diventare ebbro di strepitosa follia; – non è
poi che un’ebbrezza eufonica; – fa meglio il suo dovere chi strepita più forte.
Nella sera dell’ultimo giorno la vista è paralizzata dall’udito; è un concerto
disarmonico di urli, strilli, canti, suoni, strepiti d’incudini, di padelle;
pare che tutte le campane siano discese dai campanili a ballare le ridde:
che tutti i teatri d’Italia abbiano dato il loro contingente di fischi compreso
il Regio della Scala, che ne ha di prelibati. I mortorii del carnevale girano
gravemente che procuratie, mentre da tutte le parti si salmeggia el va
el va, l’è andà l’è andà e le frotte dei monelli guizzano nella folla,
gridando donne guardève dal capellon, frase storica, di cui non si
conosce né l’origine, né il senso, né lo scopo. – Le orecchie meglio costrutte
non reggono al piacevole pandemonio. Resta lo scampo della piazzetta
[15]
, ove son rade le persone,
e poeticissime le impressioni: si veggono le maschere involte nei zendadi
[16]
che passano rapidamente, la
luna che illumina le dorate cupole della basilica e disegna a traforo le ombre
gentili del palazzo de’ dogi, il mare che sussurra, sorride, brilla a sprazzi
di luce, cullando qualche gondola misteriosa; ma l’anima si duole ben presto,
alla vista dell’atroce luccicare delle baionette, e delle sozze macchie biancastre
[17]
, che offendono l’opera di Calendario.
Mentre
il buon popolo si abbandona in piazza all’ultime effervescenze, l’eletta della
società accorre a quel teatro squisitamente elegante, lucido, profumato, che
si chiama la Fenice. La Cavalchina è un ballo mascherato sui
generis, il segreto della cui bellezza e dignità, è l’esser solo in tutto
il carnevale. Nelle altre capitali d’Europa i veglioni si corrompono pel troppo
ripetersi: così si fa strada il mezzo e l’infinitesimo mondo, e la società
si divide fra quelli che danno spettacolo di capriole, di svelate apparenze,
e gli altri che guardano con paziente curiosità. La Cavalchina della
Fenice ha un solo pubblico: la maschera, invece che svelare, copre le magagne:
ogni donna ch’entri le soglie del teatro a priori si ritiene comme
il faut: tocca al buonsenso dei conoscitori il distinguere le pesche ammaccate
dalle sane. I travestimenti non dovendo soggiacere agli urti delle polke
e al tramestìo del cancan, mettono in rilievo le grazie della persona
senza denudarla, e possono essere varii, ricchi, coperti di gemme. Ogni palco
trabocca di mascherati visitatori, di graziose incogniti
[18]
, e la sera si passa rapidamente
frammezzo ai dialoghi animati, alle allusioni, alle galanterie che assumono
spesso il carattere di fugaci intrighi, e qualche volta di più stretti legami.
– Lo stesso Ridotto, ch’è il locale concesso ai balli sfrenati, ed
all’erotiche intraprese, costrutto a bella posta dai nostri buoni parrucconi
del 700, con avveduta cura del piacere, ha una sera privilegiata: alla festa
del sabato grasso concorre tutta la buona società, e le dame veneziane senza
maschera, adornate dei più belli abbigliamenti, non isdegnano di passeggiare
nel fitto della folla per quelle sale assai modeste, ed assiedersi a banchettare
cogli amici. – Davvero alle volte, vedendo vaporosamente fra il luccicore
quel muoversi di baute, udendo lo snello parlare, si ritorna colla
fantasia ai grandiosi tempi di Casanova, alle evidenti pitture di Longhi e
Canaletto.
La
rimembranza e il desiderio mi trasportarono in modo, che il passato ebbe forza
per un poco di togliermi la crudele idea del presente: questa illusione certo
non l’ho infusa ai lettori! – Essi non vedranno che il silenzio, il dolore,
le ansiose speranze, i crescenti propositi della nobile terra, che non solo
affrontò eroicamente tutte le sventure, ma le provoca, pure di dimostrarsi
quella Venezia, che non ha mai dimenticato.
I
Milanesi ricordano l’agosto del 1858: essi videro la laguna, seminata di gondole,
fiammeggiare di variopinti fuochi, udirono dal seno di quella incantevole
fantasmagoria risorgere il primo grido d’Indipendenza; eppure quelle cordiali
accoglienze sono un barlume al confronto del futuro risveglio, dopo le lunghe
speranze e le ineffabili jatture. L’entusiasmo avrà tutte le forme della gioia
e della commozione: saranno plausi e lagrime: da S. Lucia alla Piazzetta un’onda
di spettatori si accalcherà sulle barche, sui balconi, sui tetti, dappertutto:
il Canal Grande sarà un solo tappeto sfolgorante di sfarzose peote,
cariche d’ori, d’intagli, di velluti, di pittoreschi marinari: le acque spumanti
baceranno con amore il trionfante Bucintoro, che porterà il Re d’Italia; i
marmi dei palazzi e dei monumenti brilleranno più tersi ai raggi di quel sole.
Il popolo sarà il più caldo, e quando ritorneremo a Venezia, ogni gondoliere,
aiutandoci a salire la prora, ci dirà col volto aperto e sorridente: Vedela,
benedetto, se i xe andài in malora?
«La
Perseveranza», I, n. 100, (28 febbraio 1860), pp. 1-2.
Pubblicato
in «Appendice», senza firma. Prima edizione moderna
15
luglio-2 agosto 2007
Ippolito
Nievo informa www.ippolitonievo.info

[1] Squinciansi = da squincia, preziosa ridicola.
[2] Per la datazione certa dell’opuscolo politico di Nievo Venezia e la libertà d’Italia, cfr.: CD-Rom Sito della memoria Ippolito Nievo, a cura di Fausta Samaritani, I ed. luglio 2002, II ed. con corr. e agg. aprile 2005, file: Venezia_e_liberta.html.
[3] Il 22 febbraio 1859 c’erano stati i funerali di Emilio Dandolo, eroe delle Cinque Giornate di Milano. I milanesi accorsero a migliaia, ci furono disordini e arresti. La bara fu trafugata dal cimitero e la madre di Dandolo fu costretta a consegnare la corona funebre, adorna con la fascia tricolore. Con una dimostrazione si ottenne che fosse cancellato il veglione alla Scala che rimase chiusa tre giorni, per lutto.
[4] Carra = carri, arcaico, femminile plurale.
[5] I coriandoli a quel tempo non erano frammenti carta, ma palline di zucchero.
[6] Strade principali del centro di Milano.
[7] Estate = voce usata al maschile.
[8] Il confine stabilito nei Preliminari di Villafranca.
[9] Il conte Bissingen era I. R. Luogotenente per le Venezie. F. Ramponi aveva la carica di Consigliere di Polizia a Mantova.
[10] Si riferisce alla circolare di Bissingen ai Delegati del Veneto, datata 10 febbraio 1860, di cui diamo l’incipit: «E’ venuto a cognizione di S. M. I. R. A., che nelle provincie italiane certuni si abbandonano a conati e fatti ostili all’I. R. Governo, rendendosi così pericolosi alla pubblica tranquillità. L’altefatta M. S. si trovò perciò indotta ad ordinare con recentissimo sovrano viglietto 3 m. c., che tali individui, i quali per la loro vita anteriore, pei loro sentimenti, e pel loro contegno sembrassero capaci di progettare conati ostili all’I. R. Governo, o farne in sé centro, siano all’occorrenza da rendersi innocui anche con l’ufficioso forzato arruolamento al militare servizio.» Ancor più ridicola fu la circolare di Holzgethan, datata 20 febbraio 1860 e diretta agli Intendenti delle Province, circolare che iniziava così: «Sussiste tutt’ora che vi sono degli impiegati dello Stato, i quali, in onta alle prescrizioni della sovrana risoluzione 12 agosto 1852 ricordata da questa Presidenza colle circolari 7 giungo 1859 e 10 febbraio a. c., N. 1623, si permettono di portare la barba al mento. A questo abuso si aggiunge l’altro di portare i capelli detti alla Cavour, ritenuti quale segnale del partito avverso all’I. R. Governo.».
[11] Mondiglia = materiale di rifiuto.
[12] Travestimento ispirato all’abbigliamento degli scaricatori.
[13] Maschera che personifica l’avidità e l’ingordigia.
[14] Francesco Augusto Bon (Venezia 1788-Padova 1858), attore e autore di drammi e di commedie di tipo goldoniano. La sua trilogia di Ludro (1832-1837) comprende Ludro e la sua gran giornata, Matrimonio di Ludro e La vecchiaia di Ludro.
[15] Piazzetta San Marco, a lato della basilica.
[16] Zendado = ampio scialle nero veneziano, con frange.
[17] Bianca era la divisa dei soldati austriaci.
[18] Nota il maschile plurale.