Visita a Martini
di G. Titta Rosa
–
Se vuoi vedere – mi disse una sera un amico – un Ippolito Nievo epico, anzi
omerico, vai a fare una visita allo scultore Arturo Martini. So che sei un «nievista». – Questa parola «nievista»,
che ha un curioso sapore di neologismo, mi fece sorridere; e risposi all’amico:
– Io non sono un «nievista», ma tutt’al più uno che avendo letto Nievo a tempo
debito, né prima né dopo, ha avuto il merito di dire a qualche ritardatario
e azzardoso «scopritore» d’Ippolito Nievo che era uno «scopritore d’ombrelli».
Andrei tuttavia a vedere questo Nievo epico, anzi omerico, pur accogliendo
con qualche riserva questi due attributi a uno scrittore che omerico non fu,
e nemmeno epico, anche ad accettar per buona la definizione che dà dell’epica
Camillo Pellizzi
[1]
nel suo panorama-repertorio delle lettere italiane del
nostro secolo; ma sta di fatto che non conosco Arturo Martini. – Se non è
che per questo… – fece il mio amico, alzandosi e guardando in fondo alla sala
zeppa di gente che si riposava fumando e chiacchierando sul caffè bevuto –
Martini è là, ora te lo chiamo. – E con un cenno chiamò lo scultore. S’avvicinò
un giovanotto d’età fra i trenta e i quaranta (forse ne avrà di più, ma l’impressione
fu quella); sorridendo salutò l’amico che ci presentò, combinammo per l’indomani
una gita a Monza. Mentre ascoltavo parlare Martini non so come ricordai d’aver
sentito una volta dire da un altro comune amico che Martini si riteneva il
più grande scultore vivente; ora gli guardavo il viso, bruno, sensuale, gli
occhi vivissimi e neri, e la cadenza veneta del suo discorso mi piaceva. Martini
ha nella voce qualcosa di caldo, e uno sguardo fantastico. Non si sedette
con noi, restò in piedi, e io di sotto in su andavo cercando se sulla fronte,
che ha alta e curva, gli balenasse una luce, un’ombra, un palpito, un segno,
che so, del suo genio; come dicono si vedesse sulla fronte corrucciata di
Michelangelo. Non son tenuto a dirvi se ce lo vidi; ma dentro di me mi decisi
sul serio d’andare a trovarlo a Monza quando disse con un tono di voce che
mi parve d’un’allegra scontentezza che durante i molti anni vissuti in mezzo
a scrittori non ne aveva mai trovato uno disposto a scrivere un rigo sulla
sua scultura. Alluse con evidenza a certi suoi antichi amici romani. (Qui
devo dire fra parentesi che in quel momento io non pensai affatto di vendicare
Martini da pretese sconoscenze; non sono da tanto, non ho una penna adatta
a far da tromba. Sono appena un povero «pennarulo»).
Il giorno dopo, grazie
alla generosa offerta d’un collega possessore d’una bella automobile, ci fu
evitato il fastidio di consultare un orario tranviario, e di fare il vialone di
Monza in un carrozzone saettante di fischi. Pareva volesse mettersi a nevicare;
la macchina slittava sull’asfalto leggermente vischioso, ma i freni
funzionavano ottimamente; né Riccardo Bacchelli che mi sedeva a fianco un po’
grosso e greve, ebbe a subire scosse di sorta, anzi tenne durante l’intero
tragitto mi pare anche la caramella, né le freddure di Paolo Monelli, l’amico
generoso, gelarono la benzina nel serbatoio. Il terzo amico era al volante
accanto allo chauffeur, e fumava sigari toscani come un’allegra
ciminiera. […]
Lo scultore Martini si presentò
con l’aria di venirci a rintracciare mentre tutti e quattro di fronte al muro
d’una rimessa eravamo presi nell’illusione di trovarci a tu per tu con un
vespasiano; ma non ci fece caso, e ci condusse a veder le sue sculture. All’ingresso
di un confortevole e aerato padiglione (v’era un tepor si stufa che ci sfiorò
carezzevolmente la pelle al viso e alle mani), mi si presentò davanti una
montagna bianca, frastagliata, terminante vagamente in punta: un blocco di
gesso, nel quale s’intuivano le forme d’una statua. Ma bastò girarle intorno,
per vedere che si trattava di un eroe, d’un Dio che stava quasi seduto, il
tallone del piede sinistro poggiante sulla roccia, le dita prementi sul piedistallo,
un ruvido zoccolo quadrangolare. L’altro piede, e la gamba più che poggiare
si posano sulla roccia; l’incavo a golfo delle ginocchia e delle cosce è coperto
di una breve veste che a sommo fa qualche sobria piega; il torso s’avvia verso
l’alto, verso il petto con ardita ascensione, e sul petto le due mani raccolte
proteggono una fiamma: una fiamma a cuore. […] Mi dice Martini: «Questo è
il Cristo Re; dovevo fare una statua del Sacro Cuore, ed ho voluto sottrarmi
alla tradizione che dal seicento in poi ha rappresentato questo simbolo di
Cristo solo con gli attributi della dolcezza, fino, mi scusi, alle immagini
da santino della prima comunione. Ho preferito gli attributi della regalità,
ho pensato ad un eroe che rialzasse l’umana sua pietà del mondo ai fastigi
di una regalità serena e nello stesso tempo soccorritrice. È un concepire
mascolino, il mio; non dirò antifemmineo, ma credo di aver oltrepassato di
colpo la solita iconografia su questo soggetto.»
Martini parla molto; o
meglio interviene quando crede che colui che guarda le sue statue si trovi
di fronte a una difficoltà di dettaglio che occorre superare. Allora coi gesti,
con la voce, con il balenar degli occhi che gli si accendono d’un fuoco interno
lungamente covato, egli guida il riguardante; gli fa fare dei salti, magari
gli dà qualche capogiro; ma se riesce a condurlo in vetta, e sente che ve
l’ha condotto, si dà allo scherzo, come un fanciullo. […]
– Ecco dunque il Nievo,
l’epico, omerico Nievo. Martini ha immaginata una grande arca senza coperchio,
giacente su un fianco, in modo che lo spettatore possa guardare il grande
corpo ignudo dell’uomo disteso nell’arca come attraverso un vetro trasparente.
Non si creda che lo scultore si sia minimamente preoccupato di dare in qualche
maniera le sembianze del poeta; anzitutto le proporzioni del corpo non sono
quelle d’un uomo ma piuttosto d’un eroe, d’un guerriero antico crollato a
terra nella mischia d’una battaglia di semidei. Giace col capo affondato e
riverso in un gorgo; un braccio lunghissimo lungo il corpo, l’altro piegato
quasi a limitare la grotta che s’apre vacua sul suo capo, le lunghe gambe
divaricate, giacenti ma non abbandonate nella stasi inerte della morte. Accennando
alla massa orizzontale dell’arca la quale più che una tomba pare un letto
foggiato dal peso enorme del corpo precipitato verso gli abissi del mare,
Martini ci spiega come ebbe l’idea di questa massa plastica: corpo ed arca,
il peso umano, il peso dell’acqua. – «Vidi, egli dice, i vuoti come se fossero
pieni, e viceversa, sicché l’immagine di Nievo risultasse come ricavata da
un’impronta: dall’impronta che il suo corpo faceva nell’acqua. Dell’umanità
del poeta non mi son curato, e tanto meno della somiglianza: io non fo ritratti.
Mi balenò solo l’immagine d’un corpo d’eroe che il mare inghiotte, che l’abisso
trae a sé. Ma l’eroe non è in fondo al mare; è nel mare, sospeso nel vasto
gurgite.» E certo questa statua più che attribuibile ad un uomo, a un poeta,
fornito dei proprii precisi attributi storici, fa pensare ad un eroe leggendario,
all’immagine d’un mito. Aveva ragione l’amico: a un eroe omerico. La pietra
dell’arca è grezza, ruvida, lavorata delle onde; sembra anzi un elemento,
una forma non estranea alla misteriosa vita del mare, ma quasi un’acqua solidificata
al contatto di quel corpo d’eroe. E allo stesso modo del Cristo Re, questo
simbolo plastico attrae e respinge; se ne afferra il significato per baleni,
ripercorrendolo a lungo con lo sguardo, facendosi a grado a grado penetrare
dal suo misterioso, lontano, mitico fascino. Si pensa ad Achille, a Diomede,
a un Ulisse sepolto. È questo Ippolito Nievo! […] E nello scultore Martini
la storia opera non attraverso lo stimolo dei suoi dati certi e accertabili,
ma come un flusso, per via di immagini, in un’atmosfera d’irrealtà fantastica
e trasfiguratrice.
Poco discosto da quest’arca
giace qui la forma di Pisana, l’eroina delle Confessioni. Totalmente
ignuda, giacente su un fianco, accosciata, le gambe soavemente raccolte verso
il grembo, il bel corpo abbandonato nel riposo del sonno, il seno aderente
al cuscino ch’ella stringe a sé come per adeguarsi sensualmente alla sua morbida
e tiepida carezza. Nessun particolare realistico frange il riposo di questa
forma armoniosa; la lisciezza rotonda, levigata, calda delle anche, delle
spalle, del seno accompagna come in un accordo perfetto il sonno della bella
donna: sonno profondo e soave, come dopo l’amore. Stiamo tutti qui intorno
a guardare questa ignuda bellezza quasi che ci piacesse di sentire l’odore
che emanano pudicamente le sue carni, il respiro che vela la sua bocca. Una
mosca si va a posare ronzando sull’anca della donna, e Martini accorre pronto
a scacciarla: – queste mosche sentono la carne! – egli dice con un tono più
serio che faceto. Sorriso di tutti noi; ma non come per una boutade.
[…]
Poi Martini ci fa
visitare la sua scuola, ci presenta i suoi piccoli allievi. Scuola agli inizi,
allievi alle prime armi, dinanzi alle prime difficoltà della materia. Infine,
andiamo a fischiare sotto la finestra del pittore Semeghini; e saliamo nel suo
studio. Semeghini ci presenta alla «bella mora», una ragazza che siede come una
piccola sfinge, il ventre coperto da uno scialle, in mezzo alla stanza. Ma è
stato necessario assicurarle, giurarle, che s’era «tutti artisti» per farla
decidere a levarsi lo scialle, e vederla passeggiare su e giù per la stanza,
nuda e bella, nervosa e diritta, piccola venere bruna.
Il ritorno è stato senza
incidenti.
G. Titta Rosa
L’elzeviro di Giovanni
Battista Rosa – che si firmava Titta Rosa – dal titolo Visita a Martini è stato pubblicato su «La
Stampa» il 13 gennaio 1930.
La scultura di Arturo Martini che rappresenta Ippolito Nievo, morto e inserito dentro un’arca di acqua di mare, è andata perduta. Anche la scultura della Pisana non esiste più. Delle due sculture sono state pubblicate le fotografie in bianco e nero.
Le altre opere di Martini,
di cui Titta Rosa accenna nel suo articolo, sono
(f. s.)
3 maggio
2008
Ippolito
Nievo informa. www.ippolitonievo.info
[1]
Camillo
Pellizzi (Collegno (TO) 1896-Roma 1978) professore universitario, storico,
sociologo, critico d’arte, traduttore, saggista. IL suo voluminoso saggio
Le lettere italiane del nostro secolo è stato pubblicato a Milano,
dalla Libreria d’Italia, nel 1929. (f. s.)