Sorridere
con Ippolito Nievo
Antiafrodisiaco
per l’amor platonico
di
Stefania Segatori

Scacciava le pene d’amore con un sorriso. Come
antidoto al dolore del suo cuore, non si perdeva in vane lamentele sulla donna
amata: ironizzava. L’umorismo gli «sgorgava dal cuore, vedendo un popolo sfatto
che non sognava nemmeno di ricomporsi» (R. Barbiera, Simpatie:
studi letterari, 1877, p. 259). Nella prima biografia ufficiale,
curata da Dino Mantovani nel 1901, si leggeva la definizione di «un umorista
nato» (D. Mantovani, Il poeta soldato, 1931,
p. 47). Ogni studioso che si è avvicinato
all’opera nieviana non ha potuto fare a meno di notarne la vena umoristica. Eppure,
persiste un generale senso dell’incompiutezza ed emerge la necessità di
indagare ulteriormente. L’umorismo in Nievo è un dato
oggettivo, più riconosciuto e scontato che veramente analizzato nelle sue
componenti. Non si ha qui la pretesa di fissarne i tratti salienti in una
formula definitiva, visto che alla base stessa del concetto di umorismo esiste
un principio di indeterminazione che riflette i tentativi di classificazione.
Ciò nonostante, o forse proprio in ragione di queste sollecitanti difficoltà,
alcuni testi nieviani presentano una leggerezza e una casualità soltanto
apparenti, che inducono la critica a riconsiderare il modello umoristico, di
categoria sterniana, che Nievo amò molto e di cui ritenne la diluita vocazione
il tratto più caratterizzante. Vorrei ricordare, in apertura, che Pirandello
citò Nievo nel suo celebre testo del 1908 e che negli anni Venti del secolo
scorso furono pubblicati, motivati forse dalla ristampa del saggio
pirandelliano, gli unici due volumi interamente dedicati all’umorismo nieviano: L’umorismo nelle “Confessioni di un ottuagenario” di Jole Ponzetti del
1920 e L’umorismo d’Ippolito Nievo, tesi di laurea di Michelangelo
Filograsso, Pisa, 1923. Ma non è sul capolavoro nieviano che intendo
soffermarmi, dato che il castello di Fratta è già stato ampiamente analizzato
in chiave umoristica ed ha rappresentato una fonte di ispirazione importante
per diversi autori novecenteschi, non ultimo Italo Calvino.
La presente riflessione verte sulle primissime
tappe dell’operosità letteraria del giovane Nievo, con lo scopo di lumeggiare
quei testi che la critica ha a lungo sottovalutato. Mi riferisco all’Antiafrodisiaco
per l’amor platonico, scritto nel 1851 e pubblicato
postumo per Le Monnier da Carlo Biscetta e Vincenzo Gentili (1956).
L’ispirazione, si sa, venne al giovane Nievo dalla conclusione dell’idillio con
Matilde Ferrari; un idillio nato a Cremona, durato due anni e che produsse un
«rancore vendicativo» attraverso la scrittura (Nota al manoscritto datata 16 novembre 1852).
La struttura portante del racconto è
un dialogo tra un personaggio innamorato, il Signor Stracotto, e una persona di
lunga esperienza, il Signor Incognito, il quale cerca di far comprendere al
primo il vero senso della problematicità amorosa. Per liberare il giovane
Stracotto dalla malattia d’amore e offrirgli un antidoto contro l’ideale
romantico della passione, Incognito propone una cura radicale che guarisce
infallibilmente da questa febbre perniciosa: ingerire una dose di dispiaceri
amorosi altrui, sotto forma di «storiella». Il lettore segue gli effetti della
cura, attraverso le interruzioni di Stracotto e le sue reazioni. La trama dei
fatti è esile, ma l’originalità risiede nella costruzione della prima maschera
nieviana: Incognito, il quale ricostruisce in chiave ironico-grottesca i suoi
rapporti con Morosina, controfigura caricaturale della idealizzata Matilde.
Romagnoli osserva che proprio l’abbattimento dell’ideale romantico dell’amore spirituale
e la sua sostituzione con quello «terreno guarnito di una scurrilità e di una
violenza verbale che non hanno riscontri nella letteratura messa alle stampe in
quei tempi» fanno del romanzo un testo singolare nel primo Ottocento (I. Nievo, Antiafrodisiaco dell’amor platonico, a cura di S. Romagnoli, 1983, p.
12. D’ora in avanti AAP e n. pagina).
Il rifiuto di una percezione idealistica
dell’amore costringe Nievo all’abbassamento sistematico delle idee sublimi e
delle cose sacre ed elevate (Bachtin): «La
Signora Ottavia amava tanto svisceratamente il suo Anonimo, ch’ella volea
mostrare una prova d’affezione fino al suo cortile, e gli diede col didietro un
bacio tanto sonoro, che tutti si misero le mani in testa per paura d’un
terremoto» (AAP 59). «Dopo pranzo Anonimo era scomparso, l’Ottavia si era
eclissata, la Signora Mamma, il Signor Papà, i cari fratellini erano iti a
elaborare la digestione all’aperto» (AAP 82).
Non solo il «rancore vendicativo» ispira le pagine dell’Antiafrodisiaco, né
l’originalità degli esiti deve precludere la ricerca delle fonti alle quali,
rielaborandole, Nievo attinse. Non stupisce che emergano, oltre a Giacomo
Leopardi, Alessandro Manzoni, Giuseppe Parini, Carlo Goldoni, anche autori
francesi, quali Voltaire, Chateaubriand, Lamartine e
Balzac della Phisiologie du mariage. Per quanto riguarda, invece, il
modello sterniano, la tipologia del Viaggio «di più o meno ascendenza
sterniana, come deambulazione della fantasia e itinerante capriccio mentale,
conobbe allora e poi cultori innumerevoli» (G. Tellini, Il romanzo
italiano dell’Ottocento e Novecento, 1998, p. 85)
e venne, pian piano, contaminandosi con gli influssi di De Maistre, Richter,
Heine e Töpffer (recensito da Giuseppe Torelli nel 1841).
Il tema del viaggio nell’Antiafrodisiaco è
ben evidente nel capitolo X (Comincia l’Odissea dell’Incognito), quando
il protagonista decide di partire con l’amico Anonimo e continuare la
passeggiata-odissea con lo «scioperato Signor Din-Don»
(AAP 66). Infine, ricordano la lezione sterniana i frequenti appellativi al lettore («Voglio
darvi un avvertimento. Se avete qualche piano, non esternatelo per carità a
chicchessia» (AAP 59), la capacità di rappresentare uomini ed animali nelle
accentuazioni dei loro caratteri fisici e psicologici (si pensi
all’umanizzazione del cane Bortolo), le battute dialogiche che sospendono il
racconto. Nel finale, la favola precipita bruscamente, senza conclusioni
logiche, e Nievo dimostra un vivissimo senso della temporalità e la particolare
abilità di vedersi personaggio in mezzo ad altri personaggi. Il
medico-narratore è alla fine il vero destinatario della cura, come si intuisce
dalla sua ultima e liberatoria crisi allucinatoria. Tutto il romanzo risulta un
sogno e del sogno ha le incongruenze, le approssimazioni, gli slittamenti.
E’ certamente una novità rilevante per
le lettere del tempo che la mediazione dell’irrealtà diventi momento di
rivelazione: il protagonista, in chiusura di romanzo, realizza di aver dormito
tre anni, due mesi e un giorno, praticamente per tutta la durata della sua
relazione con Matilde. Il risveglio di Nievo è comico e non patetico: «Miracolo di Dio! mi era addormentato il 10 novembre 1847 ed avevo
dormito, tre anni, due mesi, e un giorno» (AAP
139).
L’infedeltà della donna è l’antiafrodisiaco
supremo per l’amor platonico, che è un’invenzione dell’uomo, un’autosuggestione
da distruggere abbassando la dimensione ideale a quella strettamente terrena.
Il processo di disillusione, doloroso ma inevitabile una volta scoperta la
realtà, si può attuare, per esempio, con il sesso, rimedio migliore al suicidio
di Jacopo Ortis: «O com’è soave l’amor platonico
dopo cinque minuti di amore strettamente terreno! Ma prima, chi volete che
creda al platonismo dell’amore in questo secolo corrotto, in cui unici ritegni
alle brutali passioni sono tre bottoncini di osso appiccati con un filo di
seta!» (AAP 73).
Vale la pena nominare gli altri
personaggi per il gusto bizzarro tipico della tradizione veneto-friulana delle
invenzioni onomastiche: Mastro Gionata Beccafichi, il Dottor Torototella, la
comitiva dei vecchi amici (l’allegro Matusalem, il piccolo Zorz, l’Avvocato
Zuccamaria, l’oste il Signor Cartesio), la Signora Melliflua, l’Avvocato
Girandola e Donna Ribobola con Messer Acefalo. Per ciò
che concerne la rappresentazione dei personaggi, non si trascuri la meccanicità
degli atteggiamenti umani (l’entrata in scena della famiglia della Morosina) e
il comportamento del singolo descritto in serie col comportamento degli altri;
tecniche che lo scrittore avrebbe perfezionato successivamente con la stesura
de Le Confessioni (si pensi per un attimo, alla descrizione degli
abitanti del Castello di Fratta).
Le forme letterarie teatrali predominano nel
romanzo. La narrazione procede con sequenze di
battute da recita e vuoti che esigono necessariamente la collaborazione del
lettore: «Volete che vi descriva le nostre tre eroine? Niente di meglio,
così chiacchiererò un quarto d’ora di più» (AAP 29). «Tacete, male lingue, e non fate la glosa alle mie
semplicissime frasi. Quando dico ingrassava voglio dire ingrassava! - e se
vorrò che intendiate ingrossava, dirò a dirittura ingrossava» (AAP 39). «Ma io
prescelgo di lasciarveli indovinare, perché abbiate il vostro merito nel
racconto» (AAP 50); «vedremo poi com’egli andò a terminare, e conoscerete, che
gli amori pacifici non sono i peggiori degli altri, né i più ridicoli, come
sono rappresentati nelle farse» (AAP 86). «Io narro quello che dicevano i malevoli; se voi siete un
malevole, ditelo voi pure, che andrete a rischio di dire una verità» (AAP 94). Anche la titolazione dei capitoli (prologhi,
dialoghi, interruzioni) e il capitolo ventunesimo Atto ultimo-Scena ultima sono la testimonianza più evidente dell’impianto teatrale del romanzo.
La prosa umoristica in fieri rappresenta
una reazione di difesa contro l’amarezza e le delusioni storiche, una via di
fuga, la terapia utile alla sopravvivenza: la penna diventa strumento di
esorcizzazione e l’umorismo il correttivo o l’alleviamento del suo
psicologismo. Incognito è una maschera della nevrosi moderna: «- Piango -
sospiro - son disperato - no; anzi rido, spero, volo nei campi della speranza!
Cose incongruenti a prima vista, ma congruentissime, ove si supponga che colui
che le scrive abbia il cervello in evaporazione» (AAP
75).
L’autore delle Confessioni distrugge con il
suo sorriso di sincero democratico le fondamenta stesse del mondo storico,
rompe i codici tematici e formali delle convenzioni narrative dell’epoca,
prendendo alla berlina il mito cristiano-occidentale dell’amore romantico. Il
platonismo amoroso è una chimera, una mistificazione. Il gusto per la
descrizione della fenomenologia sociale e amorosa costituisce una reazione alla
componente patetica del tardo romanticismo ed è parodia della politica del
tempo (Giancarlo Mazzacurati, Nievo
dall’epistolario all’Antiafrodisiaco: la catastrofe dell’amore romantico, in
«Annali dell’Istituto Universitario Orientale», 1985, p. 364). L’amor platonico è
l’esaltazione idealista, il desiderio di partecipare, a qualsiasi costo, alla
«baruffa alla foggia moderna» (AAP 52) e il sorriso disincantato del non più
innamorato Nievo getta maggiore verità (come vuole ogni scrittura umoristica)
anche sul fallimento dei moti risorgimentali e le attuali condizioni della
patria italiana (rimando alla correlazione tra Italia malata e malattia amorosa
avanzata da Muriel Gallot nell’introduzione alla sua versione francese del
romanzo).
L’umorismo nieviano si comprende nella
scomposizione puntuale dei sentimenti, nei capovolgimenti di situazione e,
particolarmente, nello scarto tra la descrizione seria e composta dei
comportamenti umani e la vacuità delle cose descritte. Humour lucido,
volontario, mosso dalla decisione di ribaltare le leggi e le gerarchie del
reale e che inventa racconti filosofici e apologhi corrosivi nei confronti
delle forme di pensiero dominanti: «Dormire sotto il tetto che raccoglie le
emanazioni della propria bella! - ah questa è cosa tale, che farebbe cascar per
terra dalla consolazione anche un ubriaco» (AAP 57). Si tratta di un umorismo
che scaturisce da “altalene affettive” ed è caratterizzato da uno sguardo mai
disgiunto da quello dello spettatore per cui ogni gesto umano diventa teatrale,
da una storia concepita quale prodotto di un autore sempre critico con se
stesso e con gli altri, da una scomposizione riflessiva, da divagazioni e
digressioni fatte da un personaggio-narratore che fa della propria coscienza un
piccolo teatro di voci recitanti.
Nell’Antiafrodisiaco, la rappresentazione
prismatica dello stato umorale del protagonista-marionetta si rivela
soprattutto nel finale, in quello scarto dalla normalità di cui Nievo avrebbe
dato prova altre volte nella costruzione dei suoi personaggi multanime. E'
nell’auto-rappresentazione dell’io parlante che Nievo fornisce la migliore
esecuzione letteraria dell’umorismo, in quel distacco da sé che impedisce a
qualsiasi personaggio di cadere in un narcisismo compiaciuto («V’immaginerete
certamente che in questa storiella parlerò molto di me. Ah il parlare di se è
una gran tentazione!» (AAP 26). Riprendendo le riflessioni dell’Escarpit,
l’umorismo nieviano risiede in quella «coscienza naturale, lucida, intuitiva e
deliberatamente sorridente del proprio personaggio caratteriale in mezzo ad
altri personaggi» (R. Escarpit, L’humour, 1960, p. 26).
Il poemetto purificatorio va oltre il personale «riassetto interiore»
o la semplice «esposizione d’umor nero». La satira nieviana è una condanna schietta ai
falsi rapporti umani. Il giovane Nievo o, se si vuole, il saggio Incognito si
beffa dell’amata che piange per amore, non crede più ai sentimenti e, nelle sue
amare riflessioni ad alta voce, coinvolge anche i lettori-spettatori. Il
risveglio di Incognito è l’equilibrio ormai raggiunto del nostro scrittore, il
quale da questo momento in avanti avrebbe attuato pian piano un «sottile occultamento, anche epistolare, dell’uomo
Nievo» (AAP 19) fino a giungere a quelle aperture di
riso che sono chiaramente «segnale della grande delusione del presente» (I.
Nievo, Novelliere campagnuolo e altri racconti, a cura di I. De Luca,
1956, p. LV).
Stefania Segatori
12 novembre 2010
Ippolito Nievo informa www.ippolitonievo.info

Bibliografia sull’umorismo in
Nievo
J. Ponzetti, L’umorismo
nelle “Confessioni di un ottuagenario” di I. Nievo, Verona, Mondadori,
1920.
M. Filograsso, L’umorismo di Ippolito Nievo, Pisa, Mariotti, 1923.
E. Mirmina, Moduli e funzione dell’umorismo in
Nievo, in Ippolito Nievo nella cultura e nella storia del territorio:
dall’illuminismo al romanticismo, Atti del convegno nazionale (Udine,
Università degli Studi, 1-3 dicembre 1988), Udine, Grafiche Ed. Missio, 1988,
vol. I, pp. 65-77.
G. Maffei, Nievo
umorista, in Effetto Sterne. La narrazione umoristica in Italia da
Foscolo a Pirandello, a cura di G. Mazzacurati, Pisa, Nistri-Lischi, 1990,
pp. 170-230.
P. Ruffilli, L’avventura del comico, in Id., Ippolito Nievo. Orfeo tra gli
argonauti, Milano, Camunia, 1991, pp. 137-45.
B. Falcetto, Serietà
e ironia. I modi della confessione dell’ottuagenario, in Id., L’esemplarità imperfetta. Le
'Confessioni' di Ippolito Nievo, Venezia, Marsilio, 1998, pp. 156-73.
P. Croci, Argomentazione e comicità: l’'Antiafrodisiaco per l’amor platonico' di Ippolito
Nievo, in ACME (Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università
degli Studi di Milano), vol. XLVIII, fasc. 1, gennaio-aprile 1995, pp. 55-71.
N. Jonard, Les ressources du comique dans l’œuvre de Nievo, in «Revue des Etudes
Italiennes», janvier 1975, pp. 43-61.
M. Jeuland-Meynaud, Poetica dell’umorismo ne ´Le Confessioni' di Ippolito Nievo, in «Critica
Letteraria», a. IV, 1976, n. 10, pp. 13-45 e n. 11, pp. 224-56.
P. Abbruggiati, 'Antiafrodisiaco per l’amor platonico': soigner l’amour par l’humour, in
«Italies», n. 4/1, 2000 (Humour, ironie, impertinence. Mélanges offerts à Georges Ulysse), pp. 355-86.